L’articolo pubblicato sul blog poche ore fa da Sauro, scritto da Gilbert Achkar, in cui si fa un parallelo tra il razzismo made in USA e il sionismo, mi spinge a dire un paio di cose, che so già saranno poco popolari nell’ambito della sinistra “radicale”. D’altra parte ci ho quasi fatto il callo, visto che il fatto di definire Israele una “democrazia borghese” mi ha talvolta attirato persino accuse di “filo-sionismo” da parte di personaggi più abituati al manicheismo superficiale che alla riflessione politica razionale. Gilbert fa un’analisi largamente condivisibile del percorso parallelo tra nascita degli USA e nascita di Israele. Dimentica però, secondo il mio modesto parere, una cosa importante. Mentre il razzismo yankee si nutre fin dalle origini di un’ideologia improntata al cosiddetto “suprematismo” bianco, le cui radici, a mio avviso, prima ancora che nel razzismo “biologico” ottocentesco, affondano nella cultura protestante puritana del “Padri Pellegrini” (un po’ come quello, praticamente identico, dei boeri sudafricani inventori dell’apartheid), il razzismo anti-arabo attuale del sionismo mainstream ha origini molto diverse. Chiarisco subito, a scanso di equivoci, che questo non assolve né Nethanyahu né tutti gli altri criminali della destra sionista (e nemmeno le anime belle di ciò che resta della “sinistra” sionista). Ma è un dato di fatto che ci costringe a più di una riflessione. Il sionismo nasce nell’Europa centro-orientale (in quella che alcuni chiamano la “yiddishland”) in un contesto di indubbia, feroce oppressione (particolarmente pesante nell’Impero zarista) della popolazione di cultura ebraica. In mezzo ai pogrom si sviluppa questa ideologia nazionalista, di un nazionalismo da “nazione oppressa” che guarda ai vari nazionalismi “anti-imperiali” del XIX secolo (da quello italiano a quello ungherese, polacco, ecc.). Nei primi decenni del XX secolo non è un caso che fioriscano i vari tentativi di coniugare socialismo e sionismo (basti pensare al Bund), senza alcun cedimento a suggestioni suprematiste o razziste. A partire però dalla fine della Grande Guerra, dopo la dichiarazione Balfour del 1917, la crescita degli insediamenti ebraici in Palestina porta a conflitti, prima episodici poi sempre più diffusi, con la locale popolazione araba (musulmana o cristiana). E si sviluppano, all’interno del movimento sionista, pur estremamente minoritarie all’inizio, tendenze sempre più reazionarie e più o meno razziste (di cui gli attuali leader di Israele sono gli eredi diretti). La seconda guerra mondiale, la Shoah, ma soprattutto la fondazione dello Stato sionista nel 1948, daranno un grande impulso a ciò che, secondo me, giaceva sotto la superficie pseudo-progressista del sionismo fin delle origini. Pur ufficialmente guidato dalle forze della “sinistra” sionista (quelle socialdemocratiche, non certo quelle più radicali legate al movimento dei “kibbutz”) il processo di costruzione di uno stato sostanzialmente “etno-centrico” (con tutti i distinguo necessari per quanto riguarda una presunta “identità ebraica”) in perenne conflitto con i vicini arabi non poteva non generare, alla lunga, una forte spinta reazionaria, di destra e, in prospettiva, apertamente razzista. Questa, giunta al potere per la prima volta nella seconda metà degli anni ’70, si è via via imposta come largamente maggioritaria nella società israeliana. Oggi, purtroppo, l’agenda politica a Tel Aviv è dettata dalle varie sfumature della destra sionista più ottusa e razzista, con la ex-sinistra sionista in via di estinzione (anche se, per fortuna, appare in crescita la sinistra non sionista o anti-sionista). Un processo che conosciamo anche troppo bene: un popolo che ne opprime un altro non sarà mai libero. A che serve questo breve excursus storico? Mi serve per esprimere tutto il mio scetticismo verso la proposta politica, condivisa spesso anche a sinistra, di “due popoli, due stati”. E non tanto per questioni di tipo geo-politico e socio-economico (il presunto stato palestinese, anche ammesso che Israele si ritirasse da tutti i territori occupati nel 1967, sarebbe poco più grande della provincia di Brescia – circa 6.000 kmq tra Cisgiordania e Gaza – ed avrebbe, de jure, circa 13 milioni di abitanti, con la densità più alta del mondo in una zona non certo fertilissima) ma proprio per il ragionamento che ho fatto poc’anzi sul sionismo. Il “nucleo oscuro” che sta nel cuore di tutti i nazionalismi, compresi quelli dei popoli oppressi, foriero di esclusivismo se non di razzismo, avrebbe in questo caso ancora più probabilità di venire alla luce. D’altra parte ne vediamo le avvisaglie già da ora, sia dove comanda Abu Mazen sia sotto il tallone di ferro ultrareazionario di Hamas, a Gaza. Per decenni sono sceso in piazza a fianco dei Palestinesi (quando ancora la sinistra più o meno laica era maggioritaria tra di loro, ai tempi di Arafat, Habbash, Hawatmeh, ecc.), pur con senso critico. E continuerò o farlo, visto che sono ancor meno liberi e più oppressi di ieri (e non solo dai sionisti!). Ma non chiedetemi più di inalberare la bandiera di un nuovo staterello (su cui incombe, tra l’altro, l’egemonia di un odioso integralismo islamico). Che fare, quindi? Nel mio piccolo continuo a credere che l’unica soluzione (difficilissima, oggi ancor più di ieri) sia quella di una Palestina unita, laica, democratica (e socialista) estesa a tutto il territorio dell’ex mandato britannico, né ebraica, né araba, ma terra d’accoglienza per TUTTI i popoli che ci vivono, senza eccezione. Utopia? Forse. Ma l’alternativa è costituita o dall’insostenibile situazione attuale o dalla creazione di due incubi contrapposti.

Flavio Guidi