Tra veto all’ONU, crisi nello Stretto di Hormuz e ambizioni globali, la diplomazia cinese rivela una strategia molto più prudente — e contraddittoria — di quanto sembri. (da Dazibao)
Come ha osservato il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, “nel 2026, con l’inizio del 15° Piano quinquennale, la diplomazia cinese, in quanto grande potenza con caratteristiche cinesi, dovrebbe ottenere di più”.
Il 2026 è cominciato da mesi, ma la Cina, più che aver ottenuto risultati sul piano diplomatico, sembra essere solo il bersaglio dell’offensiva statunitense: dal Venezuela all’Iran, passando per Panama, gli interessi cinesi sono messi sempre più in discussione nel panorama internazionale.
Eppure la diplomazia cinese si muove con cautela: se si mettono a confronto le attuali condanne al conflitto in Iran espresse dal Ministero degli Esteri cinese con la retorica adottata durante la Guerra dei Dodici Giorni del 2025, in quell’occasione Pechino espresse condanne nette, mentre oggi si limita a dichiarazioni di “profonda preoccupazione”. Una condanna esplicita è stata riservata unicamente agli attacchi israelo-americani contro i civili iraniani e all’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei.
Come nota la studiosa palestinese Razan Shawamreh, esperta di politica estera cinese con un focus regionale sul Medio Oriente e il Nord Africa, l’Iniziativa in cinque punti promossa da Cina e Pakistan conferma ulteriormente questa linea prudente:
Il documento omette le cause della guerra e non nomina né gli Stati Uniti né Israele. Concentrandosi sugli aiuti umanitari, sulla protezione delle infrastrutture e sulla sicurezza marittima, l’iniziativa sembra più orientata alla gestione del conflitto che alla sua risoluzione, o, nella migliore delle ipotesi, a una via d’uscita diplomatica per tutte le parti verso una de-escalation, se lo desiderano. In questa fase, questa proposta non mira a risolvere il conflitto. Intende offrire una piattaforma per la negoziazione e non dovremmo aspettarci di più.
In questa fase, quindi, non si tratta di un piano di soluzione del conflitto, ma piuttosto di una cornice negoziale.
Ma nell’azione diplomatica cinese emerge una contraddittorietà piuttosto evidente se confrontiamo l’Iniziativa in cinque punti sino-pakistana con la bozza di risoluzione ONU proposta dal Bahrein il 7 aprile e sostenuta dai Paesi Arabi. La risoluzione aveva come oggetto riaprire e mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz, ma la Cina, assieme alla Russia, ha posto il veto alla risoluzione. Le motivazioni del veto, riportate dal portale ONU, sono le seguenti:
Il rappresentante della Cina, la cui delegazione ha votato contro il testo, ha affermato che la bozza proposta “non è riuscita a cogliere le cause profonde e il quadro completo del conflitto in modo esaustivo ed equilibrato”.
Sottolineando che conteneva condanne unilaterali, ha ribadito che “questa guerra non sarebbe mai dovuta accadere” e ha invitato gli Stati Uniti e Israele a cessare quelle che ha definito azioni militari illegali.
Come ha dichiarato il rappresentante della Federazione Russa, gli attacchi illegali da parte degli Stati Uniti e di Israele “non sono stati menzionati affatto”. Inoltre, ha sottolineato che le implicazioni del testo sono “chiare per noi”, ricordando ai membri del Consiglio cosa ha provocato in Libia “l’interpretazione vaga ed estensiva” della risoluzione 1973 del 2011.
La Cina ha posto il veto perché la risoluzione non affrontava in modo equilibrato le cause del conflitto e ignorava che gli attacchi di Stati Uniti e Israele, condotti senza autorizzazione ONU durante i negoziati, violavano il diritto internazionale. Ma, come abbiamo visto, anche l’iniziativa sino-pakistana (a cui Pechino ha aderito) non affronta le cause del conflitto e non menziona nemmeno Stati Uniti e Israele.
Secondo Razan Shawamreh, questo lascia intendere che il veto che la Cina ha posto all’ONU sia legato anche a calcoli strategici meno espliciti, in particolare agli interessi economici e geopolitici di Pechino.
Durante il conflitto, infatti, l’Iran avrebbe offerto alla Cina vantaggi rilevanti: dalla garanzia di sicurezza per le navi cinesi nello Stretto di Hormuz, al mantenimento delle esportazioni di petrolio, fino alla disponibilità ad accettare pagamenti in yuan. Tutti elementi che rafforzano la posizione cinese nella competizione con gli Stati Uniti e fanno pensare a un possibile ruolo più influente di Pechino nello Stretto nel periodo post-bellico, contribuendo a spiegare la scelta del veto.
Tuttavia, in contrasto con questa interpretazione, Pechino non ha mai dato sostegno diplomatico al blocco iraniano, ma anzi ha esortato a più riprese l’Iran a interrompere gli attacchi e a garantire la libera circolazione delle navi nello Stretto di Hormuz.
Questo potrebbe sembrare controintuitivo: perché Pechino non sostiene esplicitamente l’ipotesi di pagamenti in yuan per il petrolio in transito dal Medio Oriente o per un “pedaggio” iraniano nello stretto? Tutto questo potrebbe porre le basi per un petroyuan, ma la Cina non sembra mostrare particolare entusiasmo verso questo possibile sviluppo
Questa cautela è certamente legata al coinvolgimento diretto dell’intera regione del Golfo Persico, che comprende Stati con i quali Pechino ha importanti relazioni diplomatiche ed economiche.
In un contesto così intricato, l’azione diplomatica cinese sembra seguire le logiche di un adattamento calcolato. Il veto contro la bozza del Bahrein non va letto come un atteggiamento ostile verso i Paesi del Golfo. In altri casi, come per la risoluzione 2817 promossa a inizio marzo dal Bahrein sugli attacchi iraniani nella regione, la Cina ha scelto di astenersi invece di esercitare il veto, permettendone così l’approvazione.
I motivi del veto sulla seconda risoluzione bahreinita vanno ricercati nella dichiarazione del rappresentante della Federazione Russa all’ONU e al riferimento che ha fatto all’interpretazione “vaga ed estensiva” della risoluzione del 2011 sulla Libia.
In quel caso, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza, formalmente limitata alla protezione dei civili, fu interpretata in modo ampio dalle potenze occidentali, fino a tradursi in un intervento militare che portò al cambio di regime.
Questo precedente ha alimentato una forte diffidenza verso formulazioni ambigue, percepite come potenziali strumenti per legittimare interventi ben più estesi di quanto dichiarato.
La risoluzione del Bahrein del 7 aprile in una prima versione dichiarava che lo Stretto di Hormuz poteva essere aperto con ogni mezzo necessario. Di conseguenza è stata vista da Mosca e Pechino come un possibile cavallo di Troia per giustificare azioni militari o pressioni politiche più ampie contro l’Iran. Da qui la decisione di opporsi per evitare la ripetizione dello scenario libico.
Inoltre, l’interesse di Pechino nella regione medio-orientale non si limita all’Iran. Certo, Pechino vede Teheran come un partner strategico fondamentale all’interno del fronte globale volto a contrastare l’egemonia statunitense, ma l’interesse strategico cinese può realizzarsi a pieno solo se la regione del Golfo emerge come un soggetto sovrano e indipendente.
Fino a che la regione è sottoposta all’influenza statunitense, gli interessi di Pechino incontreranno sempre ostacoli. Proprio per questo le relazioni della Cina con gli alleati degli Stati Uniti (Israele, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita) sono più stabili dei suoi legami con un Iran sanzionato e sottoposto a instabilità e pressione militare israeliana e statunitense.
Pechino, per un’azione diplomatica di successo, deve sfruttare l’instabilità regionale e il crescente sentimento anti-americano nei Paesi arabi per sfidare l’ordine di sicurezza esistente. Ma per farlo non deve entrare esplicitamente in conflitto con i Paesi arabi stessi, pilastro dell’ordine di sicurezza americano della regione.
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