Nelle prossime ore il parlamento ungherese tornerà a esercitare le proprie funzioni. Cessano i pieni poteri di cui il primo ministro Viktor Orbán si è avvalso dalla fine di marzo, governando per decreto senza fissare limiti di tempo. Stava allo stesso Orbán scegliere quando chiudere questa finestra. Nelle scorse settimane aveva annunciato di farlo entro il 20 giugno, e così dovrebbe essere.

I pieni poteri sono stati un’opzione inevitabile, secondo l’esecutivo, motivata dall’esigenza di azioni rapide e decise per gestire la crisi sanitaria da COVID-19 (4078 contagi e 567 vittime nel momento in cui scriviamo). Di registro ben diverso è il giudizio di opposizioni e Ong, per le quali in questi due mesi e mezzo si è registrata un’ulteriore spallata alla democrazia, già erosa da anni di potere egemonico esercitato da Orbán e da Fidesz, il suo partito, vincitore delle ultime tre legislative. Proprio nelle scorse settimane è scoccato il decennale del primo trionfo, quello del 2010.

In dieci anni, Orbán ha costruito un regime ibrido, con implicazioni a livello ideologico (il rifiuto dei paradigmi liberali), di controllo delle risorse (è nata una nuova oligarchia fedele al primo ministro) e di separazione tra poteri, sempre più debole. La magistratura è ormai organica a Fidesz. Ecco perché il vaglio della Corte costituzionale sui decreti del governo, l’unico controllo previsto in questa fase, è stato dai più considerato irrilevante.

I pieni poteri non hanno mutato lo scenario dei rapporti di forza nel paese, già sbilanciati a favore del governo. Nondimeno, alcuni dei decreti recentemente licenziati sembrano avvantaggiare ulteriormente l’élite regnante. Uno è quello che prevede l’accresciuto ruolo delle contee (più o meno simili alle nostre province) nella gestione delle zone economiche speciali e nella ripartizione delle risorse da esse generate attraverso la tassazione. Parallelamente, diminuisce il potere di indirizzo e riscossione dei comuni. Sembra tutto architettato. Fidesz controlla infatti tutte le contee del paese, mentre nei municipi, alle amministrative dello scorso autunno, si era registrata un’avanzata delle opposizioni. Tra i centri urbani conquistati c’è Göd, a nord di Budapest. Lì Samsung sta costruendo un grosso impianto per la produzione di batterie. Il modo in cui l’investimento è stato facilitato dalla precedente giunta filogovernativa – deforestazione massiccia, sfruttamento idrico eccessivo, etc. – ha creato risentimento tra la popolazione, ed è nato un comitato locale di protesta. Il nuovo sindaco intendeva accoglierne alcune delle istanze, ricalibrando i termini dell’investimento. Il decreto blocca ogni possibile iniziativa in tal senso, oltre a privare il comune di introiti e dunque di margini di manovra politico-amministrativi. E così sarà anche altrove. Da parte sua, l’esecutivo giustifica il decreto. Assicura una più equa redistribuzione tra gli enti locali, fa sapere.

Durissimo anche il confronto tra il governo e la città di Budapest, l’area rossa del paese. Nella capitale si riscontra il numero più alto di casi e di vittime da COVID-19. Il governo e il sindaco progressista, Gergely Karácsony, eletto alle amministrative dello scorso autunno, si sono rimpallati le responsabilità. L’esecutivo ha deciso di ritardare l’uscita della città dal lockdown, revocando le misure più restrittive – ancora, per decreto – più tardi rispetto al resto del paese. La cosa è stata bollata dalla giunta, bisognosa di rimettere in moto la città, anche per un discorso di bilancio (turismo e trasporto pubblico sono leve irrinunciabili), come una punizione inferta secondo una pura logica di colore politico.

E sempre a proposito di risorse, è di questi giorni la notizia che il governo è intenzionato a innalzare la tassa annuale che la capitale e i centri urbani principali del paese versano allo stato. Così si decreta la bancarotta di Budapest, ha detto Karácsony. Viceversa, per il governo la misura è informata da un principio solidale: più tasse per i grandi, più trasferimenti verso i piccoli, che soffrono maggiormente il rallentamento economico imposto dalla pandemia.

In questo periodo, tra i decreti che più sono rimbalzati sulle cronache internazionali, oltre al divieto di cambiare sesso e alle multe per chi diffonde notizie tendenziose sull’epidemia, una spada di Damocle per i giornalisti, c’è quello che pone il sigillo sui dettagli finanziari della ferrovia Budapest-Belgrado, uno degli anelli europei della Belt and Road Initiative. Verrà sostenuto in larga parte con prestiti cinesi. Un’ottima occasione per nutrire le oligarchie, secondo Visegrad Insight, in un momento di flessione economica. E le oligarchie, nelle dinamiche di potere, sono importanti. In questi anni Orbán ha favorito l’ascesa di una nuova classe tycoon, che lo ha ripagato, tra le altre cose, rilevando giornali e stazioni radio-tv, dunque trascinando di peso il comparto media su posizioni filo-governative.

I pieni poteri hanno suscitato molte perplessità in ambito europeo. La Commissione, pur non rilevando gli estremi per avviare procedure d’infrazione (del resto la Costituzione ungherese prevede di governare per decreto in una circostanza emergenziale), ha mantenuto un approccio vigile. Il Parlamento europeo, invece, ha tenuto il 14 maggio una discussione sullo stato di diritto in Ungheria, invitando Orbán a parteciparvi. Il primo ministro ha declinato, così: “Al momento la lotta contro la pandemia consuma le mie energie e la mia forza”. Le ha trovate, però, per recarsi il giorno dopo a Belgrado, dove ha incontrato il presidente serbo Aleksandar Vucic. Le loro visioni del mondo per certi versi si somigliano: sì all’Europa e alla sua dote di fondi, no ai suoi valori liberali, ampie aperture a Russia e Cina.

Con la visita a Belgrado e la mancata trasferta a Bruxelles, Orbán ha inviato all’Europa il solito messaggio: non accettiamo giudizi sulla nostra idea di democrazia. Però è proprio da Belgrado che ha annunciato l’imminente cessazione dei pieni poteri, confermando la sua doppiezza sull’Europa. Da un lato ne attacca spregiudicatamente l’essenza liberale, dall’altra cerca costantemente un appeasement con Bruxelles, specie quando si tratta di negoziare trasferimenti di risorse. E all’orizzonte ci sono le trattative per Recovery Fund e bilancio Ue 2021-2027. L’Ungheria vuole la sua parte di torta.

E torniamo all’inizio, alla revoca dei pieni poteri. Una “illusione ottica”, secondo opposizione e Ong. La legge che l’accompagna, votata martedì dal parlamento, dove Fidesz ha una maggioranza schiacciante, presenta infatti un passaggio che prevede la possibilità di ampliare sensibilmente le prerogative del governo in caso di “stato di emergenza medica”, senza passare dall’autorizzazione dell’aula. Cosa che era avvenuta a marzo, nel rispetto del dettato costituzionale. In altre parole, Orbán si è creato la possibilità di ripristinare i pieni poteri con legge ordinaria, annotano con preoccupazione, sul sito Verfassungblog, i giuristi Gábor Halmai, Gábor Mészáros e Kim Lane Scheppele.

Di Matteo Tacconi da ispionline.it