Il decennio degli anni ’80 (che qui faremo iniziare un po’ in anticipo, con le elezioni anticipate – per la terza volta di seguito – del 1979) è quello dell’inizio della “controffensiva” di destra, in Italia e nel mondo. La vittoria della Thatcher nel ’79 e di Reagan nell’80 sono un po’ i simboli di questa “riscossa borghese” (se mi si perdona il termine). La prima grande crisi generalizzata del capitalismo mondiale dopo la fine della guerra, quella del 1974-75, indica una prospettiva nuova alle classi dominanti. Dopo i “trenta gloriosi” (1945-75) caratterizzati, soprattutto negli anni ’60 e ’70, da una serie di conquiste sociali, economiche, politiche e culturali da parte del movimento operaio, si assiste ad un ripensamento generale dell’assetto della società da parte delle classi dominanti. Questa “riscossa capitalistica” all’insegna di quello che sarà chiamato “neo-liberismo” inizia piuttosto in sordina nel nostro paese. Invece di puntare allo scontro frontale con il movimento operaio organizzato e con i partiti della sinistra, da noi si punta ad un approccio più soft, che coinvolga i partiti e i sindacati in una specie di “cogestione” delle controriforme necessarie alla restaurazione piena del dominio borghese in fabbrica e nella società. In particolare è il problema del rapporto col PCI, il più forte partito comunista d’occidente dopo il 1963, e con i sindacati (in particolare la potente CGIL, egemonizzata dal PCI) a dover essere risolto, vista la debolezza e la moderazione già acquisita dei socialisti. E il PCI di Berlinguer accetta di entrare nella maggioranza governativa (pur senza accedere al governo) con la famigerata politica di “unità nazionale”, figlia immediata del compromesso storico teorizzato dal segretario PCI nel 1973, ma di certo non lontana dalla cultura togliattiana dell’unità “popolare antifascista” varata a partire dal 1935 (e con più forza dal 1944). I frutti amari di questo coinvolgimento del PCI (e ovviamente del PSI) nelle “politiche dell’austerità” iniziate nel 1977-78 (con la famosa “svolta dell’EUR” di CGIL-CISL-UIL) non si faranno attendere. Dopo i primi assaggi già nel ’77-’78, i licenziamenti ingiustificati dei 61 delegati della FIAT del ’79, ci sarà l’attacco frontale dell’ottobre 1980, conclusosi con la peggior sconfitta operaia degli ultimi 20-25 anni. E sarà l’inizio del declino, anche elettorale, della sinistra. C’è da dire che, sulla carta, il declino non apparirà così repentino, soprattutto se si continua a considerare il voto al PSI come voto di sinistra (cosa che, con una certa forzatura a partire dall’83, farò in questo articolo). Ma gli scricchiolii si cominciano a sentire fin dal 1979. Ecco i dati nazionali di quell’elezione.

  • PCI                         30,4%   (-4,0)
  • PSI                            9,8%  (+0,2)
  • Estrema sinistra    2,2%  (+0,7)
  • PR                             3,4%  (+2,3)
  • Altri                          0,1%  (+0,1)

TOTALE                            45,9%  (-0,8)

Non è tanto il dato globale ciò che preoccupa, visto che era già accaduto in precedenza (come nel 1921 o nel 1948) alla sinistra di perdere qualche punto. La novità sta nel fatto che, per la prima volta nella sua storia, è il partito “cardine” della sinistra italiana, il PCI, ad arretrare, perdendo più di un elettore su 9. In piccolissima parte queste perdite vanno al PSI guidato dal nuovo segretario, l’aggressivo Bettino Craxi, che però, nonostante il protagonismo mediatico e la polemica sempre più dura verso il PCI (e in parte anche verso la DC, come durante il “caso Moro”) resta sostanzialmente inchiodato alle percentuali degli anni ’70, le peggiori nella storia del PSI. In gran parte questi voti in uscita vanno “a sinistra”, evidentemente frutto della delusione per la politica moderata di Berlinguer. E non parlo tanto dell’estrema sinistra, presentatasi divisa (PdUP, 1,4%, e Nuova Sinistra Unita, 0,8%), quanto del Partito Radicale di Pannella, che, in questi tre anni di presenza parlamentare, è riuscito ad apparire a non pochi ex-militanti ed elettori del PCI come “alternativa di sinistra” alle scelte moderate del gruppo dirigente berlingueriano, criticando il compromesso storico, flirtando con aree dell’estrema sinistra, arrivando a candidare Toni Negri, “guru” di buona parte della cosiddetta “Autonomia Operaia”, per proteggerlo dalla repressione di stato. Ma la sensazione più diffusa, nel “popolo di sinistra”, non è quella di uno “spostamento a sinistra”, ma piuttosto il contrario. Ecco i dati su base regionale.

Emilia-Romagna                       60,2       +0,9
Toscana                                       60,1      +0,7
Umbria                                        58,0      +0,2
Liguria                                         53,4      +0,9
Marche                                        50,4      +0,4
Piemonte                                     48,2       -0,8
Lombardia                                  46,7       -0,1
Sardegna                                     46,4       -0,8
Lazio                                            45,9       -0,9
Basilicata                                     44,2      -1,0
Calabria                                       44,0       -2,4
Abruzzo                                       42,5       -2,0
Puglia                                           40,8       -1,8
Campania                                    39,3       -3,3
Friuli-VG                                      38,0       -2,0
Veneto                                          38,0       +0,2
Sicilia                                            35,9       -2,7
Molise                                           32,5       -2,2
Trentino-AA                                24,2        -0,4

Come si vede, c’è una tenuta nelle regioni rosse (che anzi migliorano leggermente i già ottimi risultati del ’76) ed in genere nel Nord, mentre il calo è abbastanza accentuato nelle regioni meridionali, interrompendo quel processo trentennale di omogeneizzazione del voto nazionale. Ma se si guarda un po’ più da vicino, ci si rende conto di una novità: il PCI perde voti soprattutto al Sud, mentre per il PSI è il contrario. Anzi, la crescita socialista è, per la prima volta, tutta meridionale, mentre al Centro-Nord il PSI stagna o addirittura arretra, ottenendo i peggiori risultati della sua storia. Per un partito che storicamente era debolissimo nel Mezzogiorno, si tratta di un’inversione di tendenza piuttosto inattesa. Si tratta dei primi segnali di quel “cambiamento di pelle” dei socialisti italiani che si accentuerà negli anni ’80, favorito dalla disinvolta gestione “craxiana” del partito. Anche volendo entrare più nel dettaglio, vediamo che tutti i collegi “rossi” confermano sostanzialmente i dati del ’76, o addirittura li migliorano. Questi collegi erano 11 nel ’76, dal 62% della Toscana meridionale al 50% delle Marche, e 11 restano nel ’79, dal 62,8% della Toscana meridionale al 50,4% delle Marche. I collegi più penalizzanti sono quelli del Sud, in particolare quelli già “bianchi”, come la Sicilia occidentale (quasi 5 punti in meno) o la Campania nord-occidentale (-4,5%), ma anche, seppur in misura minore, quelli “rosa” come la Calabria, la Basilicata, l’Abruzzo o i due collegi pugliesi (dove però il PSI progredisce significativamente). In sintesi, dal voto del ’79 esce un PCI più debole e più “settentrionale” e un PSI più o meno stabile, ma “in via di meridionalizzazione”. Per quanto riguarda l’estrema sinistra e i radicali, vengono premiati soprattutto nelle aree metropolitane (tipico del voto giovanile e d’estrema sinistra) del triangolo industriale (oltre il 3% per PdUP-NSU a Torino e Milano) e di Roma (quest’ultima soprattutto per i radicali, che superano il 7% nella capitale).

Quattro anni dopo, alle nuove elezioni anticipate (ormai nella normalità, per la quarta volta in un decennio) il quadro politico era di nuovo cambiato. Il protagonismo del segretario socialista Craxi si era ulteriormente accresciuto, ed il PSI era tornato al governo con la DC e i partiti laici minori, con un ruolo sempre più attivo dei socialisti. La polemica con un PCI passato di nuovo all’opposizione, dopo i fallimentari risultati delle politiche di unità nazionale, era sempre più aspra. E non si trattava più di un dibattito ideologico (per quanto chiaramente strumentale) come nel ’78 (con la famosa querelle  Lenin-Proudhon) ma di uno scontro immediatamente politico, con un PSI lanciato a testa bassa contro il PCI, con posizioni che ricordavano più Saragat che Nenni, il “padre nobile” dello spregiudicato leader socialista. Inoltre, all’estrema sinistra, il PdUP (unico partito ad aver ottenuto seggi nel ’79) decideva di appoggiare il PCI, non presentandosi autonomamente alle elezioni, dove invece si presentava Democrazia Proletaria (intesa come partito e non come lista elettorale). Per quanto riguarda i Radicali, era ormai finito il “flirt” con l’estrema sinistra, ed il partito di Pannella stava recuperando a grandi passi le sue radici liberal-progressiste. Negli anni ’80 non era più “di moda” la nuova sinistra, e il fiuto politico di Pannella lo portava di nuovo verso quell’area laica e centrista che era nel suo DNA. Ecco i risultati nazionali.

  • PCI                            29,9%    -1,9 (compreso il PdUP)
  • PSI                            11,4%    +1,6
  • DP                               1,5%    +0,7 (rispetto a NSU)
  • Altri                            0,1%      –

TOTALE                              42,9%    -3,0

Il PCI, nonstante il ritorno all’opposizione, arretrava (anche se meno che nel ’79) per la seconda volta, mentre il PSI cresceva, pur restando ampiamente al di sotto dei risultati pre-anni ’70. DP riusciva a rientrare in parlamento, recuperando circa la metà dei voti andati al PdUP 4 anni prima. Se volessimo aggiungere, con una evidente forzatura, a questa cifra i voti radicali (pari al 2,2%) l’arretramento delle sinistre si ridurrebbe ad un modesto 0,8%. Ecco i dati su base regionale.

Toscana                                        58,8          -1,3
Emilia-Romagna                         58,4          -1,8
Umbria                                          56,3         -1,7
Marche                                          48,6         -1,8
Liguria                                           47,3         -6,1
Calabria                                         43,5         -0,5
Piemonte                                       42,5         -5,7
Lombardia                                    42,5         -4,2
Sardegna                                       41,0         -5,4
Lazio                                              40,9          -5,0
Puglia                                             40,5         -0,3
Abruzzo                                         40,2         -2,3
Basilicata                                       39,7         -4,5
Campania                                      38,3         -1,0
Sicilia                                              36,1         +0,2
Veneto                                             34,1         -3,9
Friuli-VG                                         33,8         -4,2
Molise                                              29,0         -3,5
Trentino-AA                                   19,8         -4,4

Come si può vedere, arretrano leggermente le storiche regioni rosse del Centro-Nord (con l’eccezione della Liguria, che arretra pesantemente), mentre il resto d’Italia vede un arretramento importante, con le eccezioni di Puglia, Calabria e Sicilia. Anche scendendo più nel dettaglio le dinamiche sono analoghe: gli 11 collegi rossi si sono ridotti a 7, tutti più o meno nello stesso ordine che conosciamo da decenni, e tutti con perdite limitate. Quelli “rosa” (dall’8° al 16° posto) cioè Marche, Liguria, Milano-Pavia, Piemonte settentrionale, Calabria, Puglia centro-settentrionale, Sardegna, Lazio e Abruzzo perdono in media dai tre ai cinque punti, mentre quelli “bianchi” (passati da 9 a 14) vedono cali importanti, simili a quelli “rosa”, soprattutto al Nord. Fanno eccezione  i due collegi siciliani, la Campania sud-orientale e la Puglia, che non arretrano. La novità sta nel fatto che il PSI stagna o addirittura arretra (come in Toscana o in Liguria) al Centro Nord, soprattutto nelle tradizionali zone rosse, mentre aumenta praticamente ovunque nel Mezzogiorno, in zone dove era sempre stato debolissimo o quasi assente. La “meridionalizzazione” del PSI, iniziata impercettibilmente già negli anni Sessanta, subisce un’accelerazione improvvisa. Ormai i collegi più generosi col “nuovo” PSI di Craxi sono tutti al Sud, in particolare tra Puglia, Calabria e Sicilia. Qualche malalingua insinua che, al posto del tradizionale elettorato operaio del Nord, il nuovo elettore socialista va cercato nelle clientele del sottobosco piccolo-borghese del Mezzogiorno. Subito dopo le elezioni, comunque, Craxi diventerà il primo socialista Presidente del Consiglio della Storia d’Italia, in coalizione con la DC e gli altri partiti moderati. Ma, lungi dal mettere in atto politiche redistributive tipiche della “vecchia” socialdemocrazia, darà vita al primo tentativo di attacco alla scala mobile dei salari, attirandosi l’ira del movimento operaio organizzato. In nessun periodo storico precedente la contrapposizione, in seno alla sinistra, era stata così netta (a parte il buio periodo tra il 1928 e il 1934): PCI, DP, CGIL, settori della CISL, sinistra “diffusa” vedono in Craxi un nemico giurato, non certo un “compagno”, per quanto moderato. La sensazione che Craxi mettesse in atto uno snaturamento del PSI diventa un leit motiv, non solo a sinistra. Ecco in basso una cartina del voto al PSI nel 1983.

Elezioni_Camera_1983_PSI

Quattro anni dopo nuove elezioni anticipate. Formalmente l’unica novità, rispetto al 1983, è la presentazione, per la prima volta in Italia, delle liste dei “Verdi”, un movimento che, sull’onda del successo tedesco, cerca di immettere nella sinistra (ed in genere nella società) una sensibilità al tema ambientale che fino ad allora era stata (con alcune eccezioni nell’estrema sinistra) piuttosto debole. Questi i risultati nazionali.

  • PCI                            26,6%      -3,3
  • PSI                            14,3%      +2,9
  • DP                               1,7%      +0,2
  • Verdi                           2,5%      +2,5
  • TOTALE                    45,1%     +2,3
  • Apparentemente il risultato è molto simile a quello del 1979. In realtà lo spostamento a destra c’è stato (ovviamente prima nella società che nelle urne). Il voto “comunista” (PCI più DP) è di ben 8 punti inferiore a quello del 1976, di oltre 4 rispetto al ’79 e di oltre 3 rispetto all’83. Certo, rispetto a ciò a cui siamo abituati dal ’94 in poi, sembra poca cosa, ma per l’epoca non era così. Il fatto che l’elettorato avesse premiato la svolta a destra di Craxi (ben lontano non solo dal socialismo pre-fascista, ma anche da quello di un Nenni o di un Pertini)  risultava oltremodo frustrante per il grosso della sinistra, che percepiva sempre più il PSI di Craxi come un corpo estraneo. Comunque, se consideriamo l’insieme dei voti di PCI, DP e Verdi (diciamo dell’opposizione di sinistra al governo) siamo più o meno agli stessi voti del 1983, oltre il 30%. Qualche scricchiolio, e non certo un crollo, insomma, ma che lascia presagire quanto accadrà a partire dagli anni ’90. Questi i dati su base regionale.

Toscana                          60,9%     +2,1
Emilia-Romagna           60,3%     +1,9
Umbria                           58,0%     +1,7
Liguria                            52,0%     +4,7
Marche                            50,7%     +2,1
Lombardia                     46,1%     +3,6
Calabria                          44,5%     +1,0
Piemonte                        44,1%     +1,6
Lazio                               43,6%      +2,7
Abruzzo                          42,5%      +2,3
Friuli-VG                         41,8%      +8,0
Puglia                              41,2%      +0,7
Basilicata                        41,1%      +1,4
Sardegna                        39,7%        -1,3
Veneto                             38,7%        +4,6
Campania                       38,5%        +0,2
Sicilia                               37,4%        +1,3
Molise                              30,8%        +1,8
Trentino-AA                    25,2%       +5,4

La crescita è evidente, particolarmente nelle regioni settentrionali. Il processo di meridionalizzazione del voto socialista sembra essersi arrestato, visto che anche in molti collegi del Nord il PSI aumenta considerevolmente.  L’unica eccezione è la Sardegna (e c’è una sostanziale stagnazione  in Campania e in Puglia). Probabilmente l’esito del Referendum per l’abrogazione della legge “anti scala mobile”, tenutosi 2 anni prima e perso da PCI e DP (ma “vinto” nelle regioni meridionali) aveva avuto qualche effetto nel limitare il successo del PSI nel Sud. Guardando più da vicino i vari collegi, siamo tornati più o meno ai livelli del ’76 e del ’79 (10 collegi “rossi” invece di 11) con i soliti due toscani in testa (intorno al 63%), seguiti dai due emiliano-romagnoli (intorno al 60%), poi l’Umbria, la Toscana nord-occidentale, la Lombardia sud-orientale, la Liguria, Milano-Pavia e le Marche. Solo il collegio di Torino-Novara-Vercelli si ferma al 46,4% (+1,3) non riuscendo a ritornare nel gruppo “rosso”. Molto meno stabile la classifica dei collegi “rosa” che, dopo quello appena visto del Piemonte settentrionale, vede quelli centro-meridionali, come la Calabria, il Lazio, l’Abruzzo, la Basilicata e i due collegi pugliesi raggiunti e a volte superati da Venezia-Treviso, Friuli, Lombardia nord-occidentale. Anche tra i collegi “bianchi” c’è una risalita di quelli settentrionali, mentre il Sud tende alla stagnazione. Tutti e tre i collegi in cui le sinistre arretrano sono infatti al Sud: Bari-Foggia, Napoli-Caserta e la Sardegna. La lettura che di queste elezioni fanno i mass-media mainstream è ovviamente tutta pro-Craxi. Si profetizza il “sorpasso” del PSI sul PCI, si vende la pelle dell’orso prima d’averlo catturato. Nessuno sembra sottolineare che il voto “comunista” sia ancora il doppio di quello socialista, che il voto al PSI sia solo, dopo un battage pubblicitario decennale, tornato ai livelli precedenti il disastro degli anni ’70, che il radicamento del PSI nei sindacati e nei luoghi di lavoro non sia nemmeno lontanamente paragonabile non solo a quello del PCI (peraltro anch’esso indebolito), ma nemmeno a quello del PSI degli anni di Nenni e De Martino. Le TV (non dimentichiamo che gli anni ’80 sono quelli del boom delle TV private, in primis quelle dell’amico Berlusconi) e i giornali fanno di tutto per convincere l’opinione pubblica “di sinistra” che il futuro sta nel garofano, non certo in una (o più) falce e martello ormai passata di moda.

[continua…]

Flavio Guidi