Uno dei lettori de La grande camorra lombarda all’attacco ha posto una domanda, forse solo apparentemente ingenua: e di Zaia cosa ne pensate? Una domanda benvenuta, perché ci permette di chiudere il discorso sulle “eccellenze” leghiste. Rinviamo anzitutto agli allegati a questa nota, perché a questa domanda avevamo in realtà risposto già tre anni fa. All’epoca sfidammo Zaia ad un pubblico dibattito sul suo referendum per l’autonomia, per dimostrare che il suo referendum era un bidone pieno di veleni razzisti. Zaia declinò l’invito per impegni precedenti, ma il dibattito si fece su Rai 3, nella trasmissione “Tutta la città ne parla” il 19 ottobre 2017, e il suo sostituto (Barbisan, un consigliere regionale leghista) non ne uscì benissimo…

Bisogna tornarci su, anche solo perché non se ne può più, da Saviano a Mattarella, di sentir dire che Zaia, quello che la colpa di tutto è dei cinesi “che mangiano i topi vivi”, è un tipo “diverso” dalla suddetta “grande camorra lombarda”, che ha saputo gestire incomparabilmente meglio la crisi del coronavirus, per cui meriterebbe questo e quel riconoscimento fino a palazzo Chigi, e tutto il resto.

Lasciamo stare Mattarella (protetto dai suoi silenzi e dal codice penale), e partiamo da Saviano che su Le monde di qualche giorno fa si è lanciato spericolatamente in una opposizione tra Lombardia e Veneto, la prima modello negativo, la seconda modello positivo per aver puntato sui piccoli ospedali, l’assistenza domiciliare, rete territoriale e trattamento degli asintomatici.

Davvero?

Cominciamo con il dire che i due territori messi a confronto non sono omogenei.

Innanzitutto la concentrazione di capitali è profondamente diversa, con la Lombardia che vede enormi capitali privati investiti nella sanita. Cosa dovuta certo alla garanzia di redditività delle scelte regionali, eguali a quelle Venete, ma anche alla presenza di un capitalismo più potente.

Inoltre se, come pare ormai assodato, il punto di partenza del virus è stata la Cina e, con ogni probabilità, la città di Wuhan nella provincia dello Hubei; se, come è ormai certo, la diffusione del virus ha seguito le tracce dei commerci internazionali; basta scorrere i dati dell’import-export con la Cina delle due regioni per comprendere la differenza. Nel 2018 i rapporti della Lombardia con la Cina valevano 17,6 miliardi di euro, pari al 40% del totale italiano (44 miliardi), con la provincia di Lodi, quella di Codogno, che presentava un interscambio superiore a quello della provincia di Torino; i rapporti del Veneto con la Cina ammontavano a poco più di 5 miliardi, meno di un terzo di quelli lombardi. Alla fine del 2017 erano presenti in Italia circa 300 gruppi industriali cinesi: 214 in Lombardia, 36 in Veneto.

La Lombardia, inoltre, è la regione con la più alta densità di popolazione in Italia (422 abitanti per km2), la densità del Veneto è nettamente inferiore (267). Anche per il tasso di inquinamento dell’aria, nell’insieme la Lombardia batte il Veneto. Quindi il parallelo è improprio. Il tasso di criminalità mostrato anche in questa crisi sanitaria dalla “camorra lombarda” imprenditoriale-amministrativa è senza dubbio speciale, ma non c’è nessuna ragione per assolvere i suoi corrispettivi veneti.

Al contrario di ciò che lascia supporre Saviano, in Veneto le linee direttrici della politica sanitaria sono state negli ultimi due decenni le stesse adottate in Lombardia: tagli alla sanità pubblica e alla rete ospedaliera, lucrosissimi affari per i capitali privati investiti nel settore, nessuna preparazione all’avvento di epidemie.

Già nel suo primo anno di presidenza (2010) Zaia, pressato dal governo centrale (di destra) che aveva tagliato 36 milioni destinati al Veneto, decise tagli alla rete ospedaliera. Vengono via via chiusi 7 ospedali, cinque dei quali (Valdobbiadene, Monselice, Isola della Scala, Bussolengo, Zevio) sono stati riaperti di corsa nelle scorse settimane. I posti letto nella sanità pubblica diminuiscono di 500 unità, quelli nella sanità privata crescono di 200 unità. Sono stati tagliati soprattutto i posti letto in terapia intensiva: -30% dal 2003 ad oggi (con un aumento solo di quelli per le patologie neo-natali). Alle strutture private accreditate è andato nel 2018 il 17% della spesa sanitaria, una percentuali in crescita, specie negli ultimissimi anni e per chi viene da fuori regione: in questo spicchio (lucroso) di attività, i posti letto nel pubblico sono caduti da 240 (nel 2013) a 85, a fronte di 587 nel privato. Il processo di “razionalizzazione” della struttura sanitaria pubblica (con la creazione della “azienda zero”) è andato a vantaggio delle imprese private, specie nel campo delle Ipab, dove si è verificata, al pari della Lombardia, una vera e propria strage di anziani, con case di riposo in cui sono morti fino alla metà dei ricoverati (come a villa Bartolomea a Verona).

Anche nel “diverso” Veneto “razionalizzazione” significa: liste di attesa sempre più lunghe, dimissioni precoci dai reparti, viaggi sempre più lunghi per accedere alle prestazioni, riduzione del personale medico e ospedaliero, appalti e sub-appalti di ogni tipo, contratti sempre più precari fino ai contratti a gettone per i medici dei pronto soccorso. E alla fin fine ricorso obbligato, per chi può, alle strutture private o alle prestazioni intra-moenia: nel 2018 la spesa sanitaria fatta di tasca propria dai cittadini abitanti in Veneto è stata di 3 miliardi e 260 milioni, la terza in Italia dopo solo la Lombardia e il Lazio. Del resto, Zaia, perfettamente in linea con la politica nazionale della Lega, ha modulato sia l’Irap che l’addizionale Irpef in modo tale da non gravare sulle imprese e sui redditi più alti, bensì sui cittadini “comuni”, e cioè i lavoratori attivi o pensionati.

La vicenda che meglio di ogni altra illustra la direzione di marcia della sanità nel Veneto è la vicenda del nuovo ospedale all’Angelo di Mestre, costruito nei primi anni 2000 in project financing – da imprese private per conto dello stato, in cambio della gestione diretta e profittevole di molti servizi. Le ditte che l’hanno costruito (Astaldi, Mantovani, Aerimpianti, Gemmo, Cofatech, Aps, Mattioli, Studio Altieri), dopo aver messo di proprio solo 20,5 milioni (con 120 di mutuo agevolato) e aver ricevuto dallo stato un finanziamento di 82 milioni di euro, si sono assicurate per 24 anni un canone annuo di 71,5 milioni. L’affare è stato concluso sotto la giunta Galan (di cui Zaia era il braccio destro), ma nulla di sostanziale è cambiato con le giunte successive, sebbene perfino la Corte dei conti abbia trovato “eccessivo” il favore fatto alle imprese private. Anzi, con un ulteriore passo in avanti verso il modello dei for profit hospital statunitense, nel settembre 2018 l’ospedale è passato sotto il controllo del fondo Core Infrastructure II controllato da Mirova (del gruppo francese Ostrum Asset Management) – in precedenza era fallito il tentativo di un altro fondo, il britannico Equitix, proprietario di 4 ospedali in Toscana. L’affare fa gola a livello internazionale, da quanto è redditizio. Ovvio: questa redditività comparirà a nostro carico nella voce debito di stato!

Un’altra vicenda emblematica della politica sanitaria del “diverso” Zaia è quella dei Pfas (sostanze perfluoro acriliche, altamente inquinanti, che servono per rendere i prodotti impermeabili all’acqua e ai grassi). E’ esplosa nel 2013 quando è saltato in aria il tentativo della provincia di Vicenza, durato ben 13 anni, di occultare l’enorme inquinamento di Pfas prodotto dalla ditta Miteni di Trissino. Da allora, grazie alle iniziative di una serie di Comitati e di mobilitazioni di massa (vedi PFAS.land), è emerso che in una vasta zona del vicentino e poi delle province di Verona, Padova e Rovigo, una zona che comprende 30 comuni e 500.000 abitanti, è avvenuto “il più grave inquinamento delle acque dell’intera storia della repubblica”. Per decenni la Miteni e le industrie conciarie di Arzignano sono state libere di sversare nelle acque del torrente Poscolo, in altri corsi d’acqua e nelle terre circostanti, enormi quantità di Pfoa e Pfas. In questo corso di anni sono morti 21 operai della Miteni ed è via via cresciuto l’allarme per gli effetti della presenza di queste pericolose sostanze nelle acque, nel cibo, negli ortaggi, negli animali allevati – sostanze che producono disfunzioni ormonali e infertilità, ma anche danni ancora maggiori. Ebbene, la regione Veneto ha fatto tutto ciò che poteva prima per insabbiare, poi per normalizzare l’inquinamento (“i Pfas sono dappertutto”, quindi non pensiamoci) al guinzaglio delle grandi imprese chimiche che premevano sulla UE per far innalzare i livelli consentiti di queste sostanze, ed infine – non avendo avuto esito né l’una né l’altra operazione – ha dovuto avviare (nel 2017), con enorme ritardo,  un monitoraggio nelle aree più inquinate, di cui però, a tutt’oggi, nasconde i risultati. Nel frattempo, i proprietari tedeschi della Miteni (a proposito di “sovranismo”!) hanno potuto, con tutto l’agio del mondo, far fallire nell’ottobre 2018 la loro azienda, ed evitare così di pagare le spese (molto ingenti) della bonifica del territorio. E ad oggi la Regione non ha dato alcuna risposta alla richiesta dei movimenti No Pfas di rendere disponibili dei laboratori che eseguano l’analisi dei Pfas nel sangue in tutto il Veneto – un’analisi che permetterebbe la prevenzione e la diagnosi di alcune malattie, e sarebbe essenziale in particolare per le donne in gravidanza e i pazienti affetti da patologie correlate. Da questo orecchio il “diverso” e la sua congrega non ci sentono, al pari dei loro amiconi lombardi.

“Al punto n. 1 c’è per noi la salute dei cittadini”, tromboneggia Zaia-faccia-di-corno. Ma, ritornando ora alla crisi da coronavirus, non risulta una sola mossa di numero della sua amministrazione per tutelare la classe assai numerosa di cittadini composta da operai e salariati. Se l’Elettrolux, la Fincantieri, la Benetton, la De Longhi, la Permasteelisa e altre medie-grandi imprese si sono fermate nelle scorse settimane è stato solo per il malcontento e la pressione dei lavoratori, perché al contrario Zaia si è più volte compiaciuto che il Veneto non si sia “mai fermato” per davvero. La sanità lombarda ha prodotto “un oceano di bare”, ma anche quella veneta, in condizioni base assai più favorevoli, ha al suo attivo almeno 2.000 morti reali.

Per cui, se in Veneto l’impatto della pandemia è stato meno devastante, questo è avvenuto nonostante le politiche adottate dall’amministrazione Zaia, e non per loro merito. Ciò che gli si può concedere è di essersi giovato di qualche consulente di buon senso, come il virologo Crisanti, che ha disposto l’immediato isolamento di Vo’ Euganeo e proposto di fare un po’ più di tamponi – niente a che vedere, comunque, con la politica dei “tamponi a tappeto”. Ma l’impreparazione di fondo delle strutture sanitarie del Veneto è per intero a carico delle politiche adottate da Forza Italia e Lega nell’ultimo ventennio – se le conseguenze di quest’impreparazione sono state meno rovinose che in Lombardia, ciò si deve esclusivamente ad una maggiore resistenza incontrata da Zaia&Co. nella demolizione della “sanità pubblica”. Tanto per dire: dopo lo scandalo del project financing dell’ospedale di Mestre onerosissimo per i bilanci pubblici (le nostre tasche), ecco reiterato lo stesso schema a Santorso, nell’alto vicentino, e a beneficiarne sono state alcune delle imprese coinvolte nel più spettacolare fenomeno di corruzione intorno a opere pubbliche: la costruzione del Mose. Non c’è più Galan, ma restano i criteri-Galan, identici a quelli del compianto Formigoni.

Zaia è individuo abile, sa stare ben seduto su due poltrone. Già prima di Pasqua, con alcune attività produttive parzialmente bloccate nelle altre regioni, si vantava che il 60% delle attività del “suo” Veneto erano già ripartite o non si erano mai fermate, strizzando l’occhio, e non solo quello, a industriali e imprenditori. D’altra parte, appena qualche giorno dopo emanava un decreto della giunta regionale che ha del ridicolo: vieta ciò che era già vietato (niente picnic il 25 aprile e il 1° maggio) imponendo al tempo stesso mascherine e guanti anche all’aperto nonché una distanza interpersonale addirittura raddoppiata a due metri. Il compitino del primo della classe. Se tra una quindicina di giorni la curva epidemica risalirà, Zaia potrà proclamare ai quattro venti di aver fatto tutto il possibile per contrastarla. Se non risalirà, si presenterà come il paladino della ripresa economica per avere anticipatamente dato il via libera alla produzione. C’è uno Zaia per tutte le occasioni, insomma, ma un simile funambolismo non ha nessuna sostanza alternativa a quella della “grande camorra lombarda”.

Perciò, con buona pace di Saviano, pollice verso.

Il “modello veneto targato Zaia” è una delle tante bufale propagandistiche in circolazione. L’intera classe dirigente, senza eccezione alcuna, destra centro sinistra, governo Conte bis e regioni, del Nord e del Sud, e – naturalmente – l’intera classe dirigente europea (BCE, UE, Parlamento europeo) sono responsabili in solido di questo disastro per avere messo, all’unanimità, il profitto al di sopra di tutto.