Cari miei subordinati (vi chiamo così per comodità, perché scrivere operai, impiegati, tecnici, ecc. sarebbe troppo lungo), vi scrivo questa lettera aperta per dimostrarvi quanto vi stimi, quanto vi sia vicino in questi giorni terribili per tutti noi. Ogni mattina, mentre faccio colazione nel modesto parco che circonda la mia villa in Panoramica, il mio sguardo vaga lontano, verso la zona sud, dove c’è la mia fabbrica, e dove voi, eroicamente, state affrontando il pericolo di questo maledetto virus per permettere alle vostre famiglie di sfamarsi. Mi sembra di vedervi: il Gianni, il Franco, la Tina, il Mamadou, e tutti gli altri 300 miei subordinati che, ordinatamente, mantenendo la giusta distanza, con la mascherina, fate la fila per andare al vostro posto di combattimento (pardon, di lavoro). Anche quello “stronzetto” di Luigi, che mi fa un po’ arrabbiare, di tanto in tanto, con quel suo atteggiamento da sindacalista un po’ sovversivo (e, diciamocela tutta, da rompipalle professionista). Ma voi sapete che comunque vi amo tutti, al di là del colore della pelle (non sono mai stato razzista), dal sesso (ho sempre apprezzato un certo femminismo, purché ragionevole e moderato), dall’ideologia (va beh, il Luigi e i suoi tre o quattro sodali comunisti mi stanno un po’ sullo stomaco, ma come sapete li ho sempre tollerati, senza mai trattarli male, da vero gentiluomo come sono). Vi sarete chiesti come ho fatto ad ottenere l’esenzione dal blocco della produzione dovuto alla pandemia, visto che produciamo rubinetti. Sapete che ho molti cari amici che contano in città, in provincia, in regione e persino a Roma (qualcuno pure a Bruxelles), amici che si sono messi la mano sul cuore, capendo le mie e le vostre esigenze. E d’altra parte, pensateci un attimo: avete mai visto un ospedale o un ospizio senza rubinetti? Quindi è stato relativamente facile ottenere l’esenzione, vista l’essenzialità della nostra produzione. Ho saputo che il Franco, il Beppe e la Marisa si sono ammalati di Covid-19: auguro loro la più pronta guarigione, soprattutto al Franco, che ha 66 anni ed ha sempre qualche malanno. Se lo sentite, ditegli che gli sono vicino. Qualche uccellino mi ha detto che, quando si è saputo del fatto che erano stati contagiati, c’è stato qualche malumore in fabbrica. Alcune malelingue hanno cercato di colpevolizzarmi, qualcuno si è persino permesso di insinuare cose terribili sul conto mio e  dei miei colleghi di Confindustria (scommetto che c’entra l’ineffabile Luigi, nevvero?). Ma non dovete farvi traviare: siamo tutti sulla stessa barca, tutti siamo esseri umani, sottoposti al rischio di questo maledetto virus. Pensate che persino il mio collega, il Mario Rossi, quello della fabbrica di motori elettrici, sì, insomma, quello con cui giocavo a golf ogni giovedì mattina, è stato contagiato. E pure sua moglie. E dire che vivono in una villa di 400 mq, con 5 ettari di parco: di spazio per non stare troppo vicini ne avevano! Ma il Mario è sempre stato un testone: ha voluto andare in fabbrica a dare un’occhiata tre settimane fa, e mica ci è stato 5 minuti. No, come suo solito, ha passato 3 ore a parlare con gli operai, a controllare, a dare ordini. Ed ecco il risultato. Però mi dicono che sia lui che sua moglie stanno abbastanza bene. Bisogna essere ottimisti, non farsi prendere dallo scoramento, dal panico. Quando tutto questo sarà finito vi prometto che faremo una bella festa, in fabbrica. E non escludo di potervi dare una gratifica. Certo, dipende da quanto durerà questa crisi, dagli effetti che avrà sullo spread, sulla borsa. Se le nostre azioni dovessero subire un tracollo (Dio non voglia!) saremmo costretti a tirare la cinghia, tutti insieme, per far passare la buriana, un po’ come è successo 12 anni fa, vi ricordate? Abbiamo dovuto rinunciare a qualche soldino, abbiamo dovuto intensificare l’impegno, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. E quasi tutti siete rimasti al lavoro, cosa che vi ha permesso di vivere dignitosamente, voi e le vostre famiglie, fino ad oggi. Anch’io mi sono sacrificato, allora, e sono disposto a farlo ancor più oggi. Sapete quanto io sia amante delle automobili: spero vi ricordiate che, 11 anni fa, ho dovuto vendere la mia Maserati e la vecchia Rolls Royce, che erano tra i pezzi più amati della mia collezione. E’ stato come portarmi via due figli, credete. E ho dovuto vendere anche la villa di Cortina d’Ampezzo. Va beh, lì non è che ci abbia sofferto molto, tanto a me la montagna non piace! L’avevo comprata per mia moglie, e ci si andava al massimo una settimana all’anno. Ho sempre preferito il mare: e solo se fossi con l’acqua alla gola venderei le ville di Portofino e di Porto Cervo. Ma bando ai pensieri tristi. Essere ottimisti, positivi, dicevo. Abbiamo davanti una grande sfida, e la affronteremo tutti insieme, uniti, fratelli (d’Italia). Ora vi lascio, cari dipendenti: sono le 18 e vado a mettere a tutta birra il nostro sacro Inno Nazionale, che parla appunto della nostra fratellanza. E, se guardate verso la Maddalena, quando uscite dalla fabbrica, se aguzzate la vista (sono solo 4 km in linea d’aria) vedrete un enorme bandiera tricolore che sventola sul tetto di una villa. L’ho messa io, per voi, per ricordare a tutti che questo virus non ci piegherà. Voi nei vostri appartamentini condominiali, nelle casette Marcolini, nelle Torri di S. Polo (vero Mamadou?), io nella mia modesta villa. Poi credo che mi farò una bella sauna, vicino alla piscina coperta nel seminterrato. Pensando a voi. Un affettuoso saluto

Il vostro caro datore di lavoro