La crisi sanitaria del coronavirus ha fatto rievocare alla destra la grande paura delle orde asiatiche, dei “popoli gialli” portatori di caos e, volendo, di malattie: il discorso razzista contro gli immigrati si sta concentrando contro i cinesi “untori”.


Il pericolo è giallo, ma anche nero e, all’occorrenza, rosso.

Il coronavirus ha dato occasione all’estrema destra ed alle frange più conservatrici dei partiti tradizionali di riproporre il tema dell’“invasione” tramite sostituzione etnica.

Si è iniziato alla grande con le dichiarazioni di Salvini e compari del centrodestra che allarmavano sul rischio di contagio “per colpa di chi vuole i porti aperti”, da ogni canale e pagina social, mentre gli esponenti già inseriti nelle istituzioni provavano a darsi un contegno, rassicurando ambasciatori, camere di commercio, industriali e investitori vari dalla Cina e altrove.

Zaia non ha resistito a lungo e, per aggiungersi allo sforzo collettivo nel rassicurare il pubblico sull’ipotesi di una pandemia, ha decretato la superiorità culturale “del popolo veneto e dei cittadini italiani”, come deterrente per una diffusione capillare del virus.

Secondo il Governatore del Veneto “la formazione culturale di farsi la doccia, di lavarsi spesso le mani, di un regime di pulizia personale particolare […] le norme igieniche, il frigorifero, le scadenze alimentari” permettono al suo popolo di stare tranquillo, a differenza “dei cinesi, che hanno pagato il conto dell’epidemia, dato che li abbiamo visti tutti mangiare dei topi vivi”.

A questa uscita su Antenna 3-Nord Est è seguita rapidamente una lettera di scuse all’ambasciatore cinese in Italia il 29 febbraio, in cui sostanzialmente Zaia dice di essere stato frainteso tramite una strumentalizzazione delle sue parole e di essere estraneo ad ogni concezione razzista, ribadendo comunque la sua “analisi sociale” delle condizioni culturali e sanitarie in cui si sarebbe diffuso il COVID-19.

Ma questo parametro di giudizio della civiltà non è nuovo per il governatore.

Il 26 novembre 2018, in occasione di una mostra dedicata alla vita nella Belluno durante e immediatamente dopo la prima guerra mondiale, Zaia posta sulla sua pagina facebook ufficiale un’immagine paradigmatica dell’epoca. 

Topi essiccati appesi: il perfetto riassunto della miseria a cui aveva condotto la politica nazionalista scellerata e guerrafondaia delle istituzioni e del potere economico contemporaneo, a cui il governatore non manca mai di dare credito con orgoglio irridentista.

Ricapitolando: i popoli che mangiano topi sono incivili, ma solo quando non fanno parte della cerchia di eletti, come il popolo veneto o il popolo italiano.

Sarebbe il caso di ribadire che, nonostante la narrazione patriottica, i proletari bellunesi – contadini ed operai- erano quelli ad essere costretti ad una simile “dieta” dalle privazioni della guerra, dalla disoccupazione e dalla misera paga concessa dagli industriali e agrari dell’epoca, antenati e pionieri venerati dalla moderna Lega.

A differenza dei primi questi ne uscirono arricchiti ed anzi accorsero ad arruolare crumiri e squadracce per difendere la loro proprietà, mandata avanti da quelli nutriti con topi.

Zaia però ha tutta una sua interpretazione storica particolare, che sfoggia anche in occasione dell’anniversario della battaglia di Nikolajewka, in cui il bersaglio sono “i rossi”.

Così diceva il vecchio post in data 25 gennaio:

Sebbene dal centro della “grande nazione veneta” escano questi contributi ispirati al sovranismo italiano della Lega riformata, è bene sottolineare come le istituzioni della periferia siano saldamente ancorate al federalismo.

A Pavia, provincia lombarda, il consigliere Niccolò Fraschini ricorda a tutta la cittadinanza che nell’agenda politica di un’estrema destra ben costituita i “terroni”, i francesi e gli “slavi”, nonostante le alleanze strategiche degli ultimi anni, sono sempre inferiori al “popolo lombardo”, pertanto non legittimati ad affibbiare titoli di untori ai padani, nemmeno quando ne condividono le idee politiche.

Andrea Feltri