Di Andrea Spadaciari

Mai come in questi giorni di coronavirus gli Italiani hanno capito l’importanza di avere un Sistema Sanitario Nazionale gratuito, accessibile e universale. Lo sanno i pazienti in terapia intensiva e quelli che hanno avuto accesso ad esami e test (gratuiti, a differenza per esempio degli Usa, dove un tampone costa al cittadino circa 3 mila dollari), e, soprattutto, lo sanno i politici, che infatti non fanno altro che sottolinearne l’importanza.

A partire dal governatore della Lombardia, Attilio Fontana che spesso ringrazia “la Sanità e tutti i suoi operatori”, come ha fatto il 25 febbraio scorso:  «ringrazio il nostro sistema sanitario fatto da medici, infermieri, ma anche da gente che magari non si vede neanche e che lavora nell’ombra. Ci sono persone che sono da considerare eroiche, gente che non guarda l’orario di lavoro, gente che non torna a casa, medici che per paura di infettare la loro famiglia hanno deciso di vivere in ospedale per continuare a lavorare. A loro si deve dire grazie e questa è la dimostrazione che il sistema Lombardia funziona e che la nostra è una vera comunità».

Un’orazione appoggiata e rilanciata dal suo capocordata, Matteo Salvini, che tra una richiesta di dimissioni di Conte e una di fondi straordinari per l’emergenza (oggi ha invocato interventi governativi per 50 miliardi), si è sperticato nei complimenti per i «medici dello Spallanzani che sono riusciti a isolare il virus! Professionalità, dedizione e sacrificio che confermano la bravura dei nostri medici e che danno una speranza di guarigione a tanti malati».

Parole sacrosante, ma che omettono sempre un particolare fondamentale: quei medici e quegli infermieri, sono pagati dalle tasse di quanti hanno regolarmente versato il dovuto fino a oggi. Di converso, evasori fiscali ed elusori – alcuni dei quali sicuramente tra i 2036 positivi al coronavirus riscontrati fino a oggi, soprattutto nelle regioni del Nord – a quegli eroi hanno tagliato le gambe, negando il dovuto.

Un popolo renitente alle tasse che la Lega salviniana ha coccolato, corteggiato e premiato, al Nord come al Sud. Come dimostrano i numeri della “Pace Fiscale” varata dal primo Governo Conte per volontà della Lega, sugli omessi versamenti riguardanti gli anni tra il 2000 e il 2017. Secondo gli ultimi dati disponibili, le domande per la “rottamazione ter” e il “saldo e stralcio” – i due provvedimenti che formano il condono fiscale (sebbene leghisti e grillini si siano sempre rifiutati di chiamarlo così) – al 30 aprile 2019 erano state circa 1,7 milioni, relative a quasi 12,9 milioni di cartelle fiscali, per un valore complessivo di 38,2 miliardi. Cifra gigantesca ma non è definitiva, visto che l’allora governo gialloverde aveva riaperto i termini per entrambi i provvedimenti, spostandone la scadenza dal 30 aprile al 31 luglio 2019 (a breve sono attesi i nuovi numeri, fa sapere a Business Insider Italia l’Agenzia delle Entrate).

Due provvedimenti diversi che prevedevano o il pagamento del dovuto senza sanzioni e interessi, oppure il versamento di solo una parte della somma evasa. A guidare la classifica dei “pentiti” il Lazio con 181.334 contribuenti, seconda la Campania (144.039) e terza la Lombardia di Fontana (137.555), ottavo il Veneto (60.246), nono il Piemonte (60.014). 

Un provvedimento che, a oggi, non si sa quanti soldi porterà all’Erario, perché, come capita nei condoni, non tutta la cifra dovuta sarà incassata dallo Stato: degli 8,7 miliardi relativi al “saldo e stralcio” – che poi sono 6,5 tolte le sanzioni – lo Stato prevede di incassare tra il 16 e il 35%, cioè tra 1 e 2,27 miliardi.

Dalla “rottamazione ter”, invece, da una base di riferimento di 29,5 miliardi (21,1 senza sanzioni), il fisco pensa di riportarne a casa poco meno di una decina, visto che con provvedimenti analoghi «in passato l’incasso effettivo per il fisco è stato del 46-47% del valore complessivo», aveva spiegato il direttore generale dell’Agenzia delle Entrate, Antonino Maggiore, alla commissione Finanze del Senato.

Sì, perché i condoni funzionano così: ogni calcolo di incasso è «aleatorio», per dirla con le parole di Maggiore, perché lo Stato recupererà quanto gli interessati decideranno di pagare sull’intera rateazione e in base a «quanti invece hanno fatto istanza come manovra dilatoria».

Morale: grazie alle politiche di Salvini – quello che in tv aveva candidamente sostenuto il provvedimento vendendolo come una scelta «a favore di chi non ce la fa», aggiungendo che se fosse stato per lui avrebbe abbracciato «una Pace fiscale totale e globale per chiunque abbia una cartella Equitalia o dall’Agenzia delle Entrate» –  l’Erario ha detto addio a circa 27 miliardi di tasse dovute ma non pagate.

Ora, tornando al Sistema Sanitario Nazionale, considerando che l’Italia devolve ogni anno circa il 14% della spesa pubblica per il mantenimento del Ssn (dati 2018), significa che con il suo condono, Salvini ha potenzialmente sottratto alla Sanità almeno 5 miliardi. Non proprio una bazzecola, se si considera che nel 2019 la spesa sanitaria totale è stata di118,1 miliardi.

Senza contare poi che l’altro cavallo di battaglia della Lega di governo era la riforma fiscale col taglio delle aliquote e l’estensione della flat tax. Ovverosia, una riduzione generalizzata delle entrate fiscali. E neanche questa sarebbe stata una scelta “amica” del Ssn, visto che il sistema di finanziamento pubblico del settore sanitario nazionale “si basa essenzialmente su risorse provenienti dalla fiscalità generale (quote di compartecipazione al gettito di imposte dirette, quali addizionale Irpef e Irap, e indirette, relativamente alla compartecipazione al gettito Iva e accise sulla benzina) a cui si aggiungono le risorse derivanti dalle varie forme di compartecipazione alla spesa sanitaria da parte degli assistiti(proventi derivanti dai servizi a pagamento e dai ticket), le entrate proprie della Regione e, per una parte residuale, i trasferimenti finalizzati ad interventi specifici”, come ricorda la Corte dei Conti. Quindi, meno tasse, significa meno entrate e quindi meno soldi a disposizione. 

La riforma fiscale made in Lega è sfumata con la caduta del primo governo Conte. Tuttavia anche con il sistema attuale non sono tutte rose e fiori: secondo il 4° Rapporto GIMBE sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionalesi è assistito a “un imponente e progressivo definanziamento” del Ssn, con una “spesa sanitaria in Italia ormai vicina a quella dei paesi dell’Europa Orientale: la percentuale del Pildestinato alla spesa sanitaria totale nel 2017 è di poco superiore alla media OCSE (8,9% vs 8,8%) e vede l’Italia fanalino di coda insieme a Spagna e Irlanda tra i paesi dell’Europa occidentale”.

Per capirci, tra il 2010 e il 2019 “sono stati sottratti al SSN poco più di 37 miliardi, di cui circa 25 miliardi nel 2010-2015 per la sommatoria di varie manovre finanziarie e 12,11 miliardi nel 2015-2019 per la continua rideterminazione al ribasso dei livelli programmati di finanziamento”. A fronte di questi tagli, si è registrato “l’aumento complessivo del fabbisogno sanitario nazionale (FSN) di 8,8 miliardi, in media dello 0,9% per anno”. 

Insomma, abbiamo speso sempre meno per la Sanità. 

da Business Insider Italia