„L’amore è l’unica legge che regge l’universo. La legge che muove il sole e le altre stelle, come dice Dante, perché è la legge di coesione che unisce tutte le cose.“ — Ernesto Cardenal, Canto all’amore, p. 75-76
Sono lontanissimo dalla teologia della Liberazione, (come da qualsiasi teologia, essendo non solo un ateo militante, ma un convinto sostenitore dell’imprescindibilità della battaglia anti-religiosa se si vuole davvero la liberazione dell’umanità). E non dimenticherò facilmente l’immagine di Ernesto, del compagno Ernesto, inginocchiato di fronte allo squallido amico di criminali, il polacco Karol Woytila, detto Giampaolo II. Simbolo della genuflessione di qualsiasi forma religiosa, anche la meno reazionaria, di fronte al potere. D’altra parte, come diceva Bakunin, chi ha un signore in cielo è già pronto per ubbidire ad altri signori sulla Terra. Ciò nonostante, sono rimasto colpito e molto addolorato dalla morte, avvenuta a Managua, del compagno “prete” Ernesto Cardenal. 95 anni, in gran parte spesi nella lotta a fianco degli oppressi, soprattutto dei contadini e dei proletari nicaraguensi, dalla sua partecipazione alla rivoluzione fallita contro il primo Somoza del 1954 alla fondazione della Comunità di Solentiname negli anni Sessanta, alla vittoriosa rivoluzione sandinista del 1979, dopo la quale divenne ministro della cultura nel nuovo governo rivoluzionario. Non è qui il caso di fare la biografia di Cardenal: voglio solo ricordare il suo rifiuto di dimettersi da prete, come gli aveva chiesto il “papa” polacco, nel 1983 (rifiuto che gli costò la “sospensione a divinis” dal sacerdozio) e la sua rottura con Daniel Ortega nel 1994, quando uscì da un Fronte Sandinista che era ormai solo la caricatura di quello che aveva fatto la rivoluzione 15 anni prima. Due atti di sana ribellione a due tiranni (il primo coerente con la sua tradizione, il secondo col marchio infamante di traditore) che dimostra che la “ginnastica d’obbedienza” a cui sono abituati i credenti (e purtroppo non solo loro!) a volte non riesce a piegare l’istinto di libertà di un essere umano che ha scelto di essere un rivoluzionario, pur con tutte le contraddizioni. E Cardenal mi ha fatto ricordare quando, nell’estate del 1984, ero andato in Nicaragua con una “brigada de trabajo voluntario” proprio nella sua città natale, Granada la coloniale, sulle sponde del grande lago Nicaragua. L’incontro con l’entusiasmo (allora ancora vivo, a 5 anni dalla rivoluzione) dei sandinisti “di base”, che era contagioso per noi, compagni italiani, che venivamo dall’Italia degli anni della “Milano da bere” (e che sembrava a noi già il culmine del riflusso!). A Granada, tra un incontro e un dibattito, una festa e una veglia notturna di “vigilanza rivoluzionaria”, e poi a Managua, per il 19 luglio, quinto anniversario della vittoria popolare, vedendo centinaia di migliaia di persone cantare, gridare slogan, ridere, ballare, fare “castelli umani” per alzare sempre più in alto la bandiera rosso-nera del FSLN. Certo, più che “lavoro volontario” sembrava turismo rivoluzionario, anche se i pochi giorni di lavoro col machete riuscirono a procurarmi vesciche dolorose sulla mano destra (facendomi pensare alla saggezza dei nostri contadini europei, che avevano inventato la falce da fieno a manico lungo). Essendo poi l’unico, della mia brigata, a parlare un castigliano accettabile, ero spesso utilizzato come interprete in ogni scadenza, riducendomi le già poche ore dedicate al lavoro manuale. Vedendo il loro entusiasmo, la loro vivacità “tropicale” (così diversa dalla stanca e grigia routine dei burocrati sovietici che incontrammo in alcune occasioni) dicevo tra me e me: questi non si faranno certo disciplinare dal grigiore importato dall’URSS post-stalinista! Mi sbagliavo, ovviamente, come l’involuzione dell’orteguismo ha dimostrato negli ultimi 25 anni. D’altra parte, se devo essere sincero, Daniel Ortega non mi era piaciuto molto neppure allora, quando ascoltai il suo discorso, tronfio e retorico (un penoso – e fallito – tentativo di imitare l’oratoria di Fidel), in Piazza della Rivoluzione a Managua, o quando lo rividi, pochi giorni dopo, durante una visita ufficiale a Granada, con quel modo di salutare, a metà tra il militare e la star della TV, il “popolo plaudente”, per le vie della cittadina coloniale. Ero troppo giovane e “ideologico” per fidarmi del mio istinto, che mi suggeriva “Quel tipo lì finirà male”. Beh, tornando al nostro Cardenal, bisogna ammettere che si è comportato mille volte meglio di Ortega, da coerente rivoluzionario sandinista, nonostante fosse un prete (già, anche Ortega è un fervente cattolico). Quando ha capito come si mettevano le cose, che Ortega col vero sandinismo non aveva più nulla a che fare, se ne è uscito, come hanno fatto quasi tutti i sandinisti della prima ora, lasciando l’involucro vuoto della sigla FSLN ad Ortega e alla sua super-corrotta moglie bigotta e reazionaria. Avresti dovuto farlo anche con Woytila, Ernesto, visto che è ancor più difficile cambiare la “tua” chiesa cattolica di quanto lo sia riportare il sandinismo alle sue radici rivoluzionarie. Spero per te che ti trovi nel tuo paradiso cristiano, insieme a Francesco, a Fra’ Dolcino, ad Arnaldo Da Brescia (salutalo da parte mia, visto che siamo concittadini) e a tanti altri. Che la terra ti sia lieve, compagno “prete”.
Flavio Guidi