Il governo galleggia nella assoluta precarietà. Il voto regionale di fine gennaio in Emilia e Calabria, con la smentita delle ambizioni di Salvini, ha provvisoriamente salvato l’esecutivo, ma non ha rimosso le contraddizioni esplosive su cui si regge. La segreteria Zingaretti ne esce rafforzata. Ma la principale forza politica e parlamentare della maggioranza, il M5S, precipita in caduta libera, senza un punto di gravitazione, con una dinamica di possibile scissione, mentre il partito di Renzi rilancia una politica corsara contro ogni asse tra PD e M5S. Il risultato è un estenuante logoramento del governo e della sua immagine, mentre la destra conferma consenso e blocco sociale, a partire dalle periferie e dalla provincia profonda. 


IL CROLLO DEL M5S 

Il crollo del M5S è al centro dello scenario politico. Due anni fa il movimento conosceva un autentico apogeo capitalizzando cinque anni di opposizione. Uno sfondamento impressionante, in particolare al Sud, che lo candidava a possibile baricentro politico. Questo raccolto è stato disperso in un tempo molto più breve di quello impiegato per accumularlo: in direzione dell’astensione, poi della Lega, poi (in Emilia) del PD. E non si tratta solo di un crollo elettorale. Il M5S non ha spazio e prospettiva politica dopo aver consumato al governo tutte le maschere disponibili. Ogni scelta politica lo espone a nuove emorragie e nuove crisi, mentre al suo interno è saltata la vecchia catena di comando, tra un capo politico costretto alle dimissioni, un comico tornato al suo lavoro, un proprietario aziendale concentrato sui propri affari. Un movimento in cerca di autore non è riuscito a trovarlo. La polarizzazione interna tra opzioni politiche opposte è il portato naturale di questa situazione, nei gruppi parlamentari come tra gli attivisti. Con i primi orientati verso un blocco di centrosinistra a partire dalle prossime regionali, in funzione della stabilizzazione del governo, che è innanzitutto la propria stabilità di seggio, i secondi legati al proprio autonomo marchio identitario nel momento stesso della massima crisi di identità. L’annuncio in pompa magna degli stati generali del movimento appare dunque sempre più un appuntamento col futuro ignoto. La crisi di una forza populista con tratti reazionari che aveva dirottato ampi settori di classe lavoratrice sarebbe di per sé una buona notizia. Il punto è che, nel quadro dell’attuale pace sociale, questa crisi non viene minimamente capitalizzata a sinistra, ma alimenta un nuovo bipolarismo tra liberali e reazionari. La vecchia giostra della politica borghese. 


RITORNA IL BIPOLARISMO TRA LIBERALI E REAZIONARI? 

Il centrosinistra dopo l’Emilia ha riaperto il proprio cantiere. Zingaretti punta ad arruolare direttamente Articolo Uno in una nuova rimpatriata col PD, mentre la lista Coraggiosa di Elly Schlein diventa il nuovo faro dell’ennesima sinistra del centrosinistra, con la benedizione entusiasta de Il Manifesto, ma anche di Nicola Fratoianni. Un personale politico che partecipò alla distruzione di Rifondazione sull’altare di Prodi spianando la strada al populismo ritorna sul luogo del delitto, come se nulla fosse accaduto. Naturalmente, come sempre, nel nome del nuovo e della contrapposizione alla destra; in realtà, come sempre, concimando il suo pascolo. La crisi verticale delle liste di sinistra autonome dal PD (assenti in Calabria e polverizzate in Emilia) avvantaggia a sua volta l’operazione Coraggiosa nella sua immagine pubblicitaria di unico spazio possibile nel quadro bipolare. È la sinistra del campo liberale, già oggi peraltro al governo. 

Le destre reazionarie, dal canto loro, mutano il proprio equilibrio interno. Salvini resta il dominus della coalizione, ma è esposto alle ricadute della sconfitta politica in Emilia e dell’arretramento elettorale in Calabria. Mentre Fratelli d’Italia si sviluppa con una forte accelerazione a scapito della Lega e di Forza Italia, rivelandosi come il soggetto dotato della maggiore capacità di espansione nell’intero scenario politico. Peraltro, la concorrenza tra Meloni e Salvini non si gioca solo sui voti ma anche nella corsa all’accreditamento presso gli ambienti dell’establishment italiano ed europeo. Gli “amici del popolo” sgomitano gli uni con gli altri nel corteggiamento di quelle élite che dileggiano nei propri comizi. 


IL VERO BIPOLARISMO È TRA CAPITALE E LAVORO 

La lezione di fondo dello scenario italiano è molto semplice. La borghesia fatica a tradurre la propria affermazione sociale in uno stabile equilibrio politico e istituzionale. Ma la crisi del movimento operaio la mette al riparo dalle conseguenze dell’instabilità, ed anzi consolida una deriva reazionaria nei rapporti di forza e nel senso comune di ampi settori di massa. 

La via d’uscita da questo vicolo cieco non si pone sul piano delle alchimie elettorali, men che meno di centrosinistra. Si pone sul terreno della lotta di classe. Solo una ripresa dell’opposizione di classe e di massa può alzare un muro contro la reazione e riaprire il varco di una alternativa. Perché solo una ripresa dell’opposizione di classe e di massa può dissolvere l’immaginario populista e ridisegnare il bipolarismo vero: quello tra capitale e lavoro. Whirlpool, Ilva, Conad, Unicredit, Mercatone Uno, Jabil, Air Italy, acciaierie di Piombino… centinaia e centinaia di vertenze abbandonate a sé stesse, isolate le une dalle altre, col sindacato che negozia il prolungamento della cassa integrazione in attesa di un nuovo eventuale padrone e di altri esuberi, lungo un piano inclinato senza fine. È la tragedia di un decennio, che ha disarmato milioni di lavoratori, ha diviso e fiaccato le loro forze, ha consegnato molti di loro alle sirene reazionarie xenofobe o nazionaliste. 

Ora basta. Basta marciare in ordine sparso per farsi sconfiggere uno alla volta. Occorre uscire dalle trincee e unire le forze. La battaglia per la nazionalizzazione senza indennizzo delle aziende che licenziano è l’unica che può ricomporre un fronte comune delle mille vertenze e trasformare tante debolezze in una forza collettiva capace di incidere. È necessario che i lavoratori e le lavoratrici la possano discutere e decidere, in una assemblea di delegati eletti dalle aziende in lotta. È la proposta del PCL, e oggi del coordinamento unitario delle sinistre di opposizione. Occorre lavorare in questa direzione coinvolgendo l’insieme delle organizzazioni dell’avanguardia politica e sindacale senza veti incrociati e preclusioni. Un’assemblea operaia nazionale dell’avanguardia può essere un passo importante in questa prospettiva: per rilanciare la proposta di una piattaforma generale unificante che segni una svolta unitaria e radicale del movimento operaio italiano, la sola che può aprire una pagina nuova.

Marco Ferrando