Alla viglia del Super Tuesday, Biden ha ripreso fiato, Buttigieg si è ritirato dalla corsa e l’establishment democratico trama. Ma sarebbe giusto che Sanders ottenesse la nomination anche se non dovesse raggiungere la maggioranza assoluta. Ecco perché.

È difficile entrare in profondità nei meandri della storia e ricordare il dibattito democratico del 19 febbraio, ma un momento cruciale è emerso dopo due ore di litigi e luoghi comuni. Agli spettatori è stato riservato un finale sorprendente. Chuck Todd, il conduttore, ha chiesto ai sei contendenti: «La persona con il maggior numero di delegati alla fine di questa tornata di primarie dovrebbe ricevere la nomination anche se priva di maggioranza assoluta?».

Certamente no, ha affermato Michael Bloomberg: «Quali che siano le regole del Partito democratico, dovrebbero essere seguite». Con unanimismo atipico, Elizabeth Warren, Joe Biden, Pete Buttigieg e Amy Klobuchar si sono tutti dichiarati d’accordo sul fatto che il partito dovrebbe «lasciare che il meccanismo funzioni». Bernie Sanders era il dissidente solitario: «Penso che dovrebbe prevalere la volontà popolare», ha detto.

La risposta di Sanders ha elevato il semplice principio democratico «vince chi ottiene il maggior numero di voti» al di sopra del protocollo astruso del Partito democratico in base al quale, se nessun candidato oltrepassa la soglia del 50%, la convenzione passa a un secondo voto in cui 764 funzionari eletti e assortiti illustri Dems, i superdelegati, possono rompere la situazione di stallo aggiungendo i loro voti a quelli dei 3979 delegati eletti. I superdelegati possono votare per chi vogliono e i loro voti superano di gran lunga quelli dei cittadini comuni, con un rapporto di diecimila-a-uno.

Ci si potrebbe chiedere, a questo punto: è davvero giusto insistere per rottamare i superdelegati? Dopotutto, come sostenuto in un recente articolo di Esquire, «le regole sono le regole. Tutti voi avete accettato di candidarvi come membri del Partito democratico e avete accettato di rispettare le regole stabilite da quel partito per nominare il suo candidato».

Ma questa logica è fallace: i democratici stanno cercando di vincere un’elezione, non un concorso sul rispetto delle regole. Inoltre, le regole palesemente non democratiche probabilmente non dovrebbero essere seguite. Seguire tali norme alienerà gli elettori di cui si ha più bisogno. E incoronare un candidato che è arrivato secondo, terzo o quarto in termini di voti reali sarebbe disastroso per le prospettive elettorali a breve e lungo termine del Partito democratico.

Convention di mercanteggiamenti?

A Donald Trump è difficile riconoscere grande competenza politica o attribuirgli qualità morali, ma di sicuro ha un talento per concentrarsi sui punti critici dei suoi avversari in maniera spesso accurata ed efficace. I suoi attacchi alle affermazioni di Elizabeth Warren sulla sua discendenza dai nativi americani l’hanno turbata a tal punto da convincerla a sottoporsi ingenuamente a un test del Dna (senza ottenere risultati). Allo stesso modo, le sue affermazioni secondo cui Hillary Clinton era una «corrotta» e Marco Rubio un «artista fallito» hanno indirizzato l’attenzione del pubblico verso debolezze già evidenti di quei personaggi.

Qualsiasi contendente democratico dovrà affrontare gli insulti di Trump, ma se quell’avversario è il candidato che non ha ottenuto il maggior numero di voti alle primarie, le denigrazioni saranno automatiche. Trump lo attaccherà selvaggiamente come un perdente, come qualcuno che cerca fraudolentemente di governare tutti gli statunitensi quando non è stato nemmeno in grado di conquistare il primato nel proprio partito. Per ribattere cosa? Che «le regole sono regole»?

Di fronte ad uno scenario del genere anche il partito avrà la peggio. I democratici hanno spesso criticato il collegio elettorale per aver consentito il dominio di minoranze non democratiche. Nel marzo 2019, Warren ha sostenuto su Twitter che «eliminando il collegio elettorale e sostituendolo con un voto popolare nazionale, possiamo proteggere la nostra democrazia e assicurarci che conti il voto di tutti» Accettare di diventare il candidato in un processo dominato da un piccolo gruppo di addetti ai lavori porterebbe argomenti a quelli che sostengono che ai democratici non interessa davvero la democrazia.

Un agone affollato

Si potrebbe sostenere che un candidato che non ha ottenuto la maggioranza dei voti, beh, non ha la maggioranza dei voti. Non è antidemocratico consegnare loro la nomination quando la maggioranza ha votato contro di loro?

Ma anche questa logica ha un difetto. In uno schema elettorale che consente a molti candidati di presentarsi (a febbraio 2020 erano 8), è molto probabile che nessun candidato superi la soglia del 50%. Non riuscire a eliminare quella barriera non significa che il più votato debba essere opposto a tutti gli altri. Nel caso di Sanders, i sondaggi dimostrano che si tratta della seconda scelta più comune di elettori che supportano altri candidati e che batte i suoi avversari democratici in ipotetici incontri uno contro uno.

Un sistema di voto ponderato rispetto al gradimento potrebbe riflettere in modo più accurato le preferenze degli elettori il cui candidato preferito non arriva al primo posto. Senza un meccanismo simile, che consenta il riallineamento di milioni di partecipanti democratici una volta che i loro voti sono stati espressi, o si sceglie di accettare il vincitore come il più vicino alla maggioranza o si decide di buttare quei voti nella spazzatura.

Non esiste il «consenso moderato»

C’è una sottigliezza aggiuntiva nella linea che sostiene che «il front-runner non sta effettivamente vincendo». I difensori di una convention di mercanteggiamento sostengono che un simile processo potrebbe dare voce al consenso di fondo, visto che gli avversari di Sanders condividerebbero la qualità di essere moderati.

Questa tesi è stata espressa da un recente articolo della Nbcintitolato «Bernie Sanders non è il front runner nella corsa democratica. I moderati lo sono». Si sostiene  «in Iowa e New Hampshire il voto moderato ha battuto Sanders e Warren. L’Iowa ha dato il 54% dei suoi voti a Pete Buttigieg, Amy Klobuchar e Biden…  A livello nazionale, con Mike Bloomberg, i moderati stanno crescendo nei sondaggi, guadagnano il 48% con il 39% dei progressisti».

Ma questo metodo di classificazione dei candidati riflette le priorità degli esperti, non quelle della gente comune. Nel mondo reale, la maggior parte degli elettori non concede il proprio supporto sulla base di astrazioni ideologiche come l’essere «moderato» né considera i moderati come alleati tra loro.

Supponiamo che i superdelegati cerchino di compiere una scelta che plachi la maggioranza sostenitrice della moderazione. Ogni opzione presenta problemi.

Gli ammiratori di Klobuchar entusiasti della prospettiva di una donna presidente potrebbero essere infastiditi se si scegliesse, ad esempio, Biden. Ed è improbabile che chi sostiene Biden per la sua lunga esperienza pensino che lui sia intercambiabile con un sindaco di trentotto anni (si riferisce a Pete Buttigieg, che nelle ultime ore si è ritirato dalla corsa, Ndr).

Il sindaco Pete potrebbe non essere entusiasta di cambiare fedeltà a Klobuchar, che lo ha provocato con battute del tipo «Vorrei che tutti fossero perfetti come te, Pete». (Buttigieg non si definisce comunque un moderato, ha detto di considerarsi «il candidato più progressista da una generazione a questa parte»). Con Bloomberg che classifica all’ultimo posto nei sondaggi sul candidato che «condivide i miei valori», quasi nessuno sarebbe felice di riversare i propri consensi su di lui.

Costruire una contrapposizione tra Sanders e il fronte unico dei moderati non ha senso: se un candidato non vincente viene incoronato a Milwaukee, non solo i sostenitori di Bernie ma quelli di tutti gli altri saranno furiosi. Esiste un solo modo per turbare il minor numero di sostenitori di uno dei candidati che ha perso: nominare il candidato con il maggior numero di sostenitori.

I democratici non possono respingere i nuovi elettori

Il primo posto in classifica per Bernie potrebbe non essere inevitabile, dopo tutto, alcuni commentatori ci assicurano ancora che l’elettorato ha una fame profonda di moderazione. Ma per ora, i suoi sostenitori stanno causando un aumento dell’affluenza e un enorme incremento nella partecipazione di giovani e persone alla prima esperienza politica. In Nevada, l’affluenza alle urne ha infranto i record: due terzi degli elettori dai 17 ai 29 anni ha sostenuto il socialista, insieme alla maggior parte dei partecipanti al caucus (più della metà di quelli che hanno partecipato), ai lavoratori nel settore alberghiero della striscia di Las Vegas e agli indipendenti.

Se questa tendenza continua, un numero enorme di persone a livello nazionale prenderà parte per la prima volta alla politica elettorale per sostenere Bernie Sanders. Molti non si identificano fortemente come democratici e potrebbero non essere influenzati dagli appelli a «votare per il Partito democratico, non importa chi» (e certamente hanno poche aspettative nell’oscuro «processo» messo in piedi da Bloomberg elogiati nel dibattito). Ma i loro voti sono necessari per ribaltare la maggioranza repubblicana al senato e altrove. Se il partito dovesse manifestare il proprio disprezzo per loro selezionando in modo non democratico un candidato che non desiderano, i loro voti potrebbero andare persi per molti cicli elettorali a venire.

I candidati democratici e i funzionari di partito dovrebbero seguire Sanders affermando che «la volontà popolare dovrebbe prevalere». In caso contrario, il resto di noi dovrebbe pensare in modo strategico al modo migliore per evitare una convenzione che si presti alla trattativa tra delegati. Prestando il loro voto e il loro tempo di volontariato al candidato che probabilmente otterrà il maggior numero di delegati, possono aumentare le probabilità che quel candidato rompa la barriera del 50% ed eviti il disastro elettorale.

*Emily Bartlett Hines è autrice e giornalista oltre che organizer per Medicare for All. Vive a Memphis, Tennessee. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è di Giuliano Santoro.