Pubblichiamo, dal blog “Refrattario e Controcorrente”, questo articolo del compagno Jünke. Al di là di alcuni aspetti poco condivisibili, come l’uso del concetto (a mio avviso ossimorico) di “comunismo stalinista” o una visione della guerra russo-ucraina come dovuta alla sola responsabilità dell’imperialismo neozarista putiniano (dimenticando il ruolo altrettanto nefando del nazionalismo reazionario ucraino) si tratta di un articolo stimolante (anche per chi, come il sottoscritto, non ha mai preso molto sul serio Losurdo o Canfora). [FG]
Il contributo italiano al neostalinismo
di Christoph Jünke, giornalista e storico tedesco, presidente dell’associazione Leo Kofler-Gesellschaft, da Emanzipation
Lo stalinismo rappresenta molto più di un semplice periodo della storia sovietica. Come particolare sistema di pensiero e di azione politica, non solo ha ampiamente trasceso quel periodo, ma rimane virulento ancora oggi, sostiene lo storico tedesco Christoph Jünke.
- Segnaliamo un’importante iniziativa della rivista Emanzipation
Lo stalinismo occupa un posto di rilievo nella storia del XX secolo. Sebbene sia emerso come termine per designare il periodo del governo di Giuseppe Stalin nell’URSS, “stalinismo” si riferisce principalmente a uno specifico fenomeno storico. Si è trattato di un particolare sistema di dominio sociopolitico che presentava una forma di società caratterizzata da una presunta transizione anticapitalista al socialismo; una politica di nazionalizzazione e un’economia pianificata burocraticamente e amministrata centralmente; industrializzazione e collettivizzazione forzata; un sistema a partito unico e il suo “centralismo democratico”; forme specifiche di ipocrisia, repressione e terrore; il “marxismo-leninismo” come presunta concezione scientifica del socialismo; una teoria del socialismo in un solo paese; il pensiero basato su “campi” piuttosto che sulle classi; e il conseguente ruolo di leadership dell’Unione Sovietica come autoproclamata “patria dei lavoratori” e custode di un cosiddetto internazionalismo proletario.
La storia è importante
Il sistema socio-storico del “socialismo” stalinista, tuttavia, sopravvisse al suo fondatore per diversi decenni e fu applicato, come particolare modalità di pensiero e di azione politica, come ideologia sociopolitica, in altri contesti geografici e storici. Innumerevoli paesi e regioni in diversi continenti, e quindi miliardi di persone e le loro forme di società, furono profondamente segnati e, in alcuni casi, radicalmente trasformati da questa teoria e pratica politica, da questa particolare concezione di socialismo e comunismo. Le conseguenze politiche e ideologiche di questa storia, che ha diviso il mondo, si fanno sentire ancora oggi (ad esempio, in Germania, che è rimasta divisa fino a poco tempo fa), e persino oggi regimi e movimenti politici affermano di appartenere alla tradizione del “socialismo reale”.
Con la sua specifica concezione di socialismo e comunismo, lo stalinismo – quale fenomeno della storia sociale e intellettuale che trascende di gran lunga la figura di Stalin e il sistema sovietico – ha esercitato un’influenza duratura anche sul mondo non comunista e non socialista, nonché sulla storia delle idee politiche. In tal modo, la socialdemocrazia internazionale, che fino alla metà del XX secolo si definiva in larga parte socialista, si è sostanzialmente riconciliata con l’economia di mercato capitalista e la sua democrazia borghese, distinguendosi nettamente dai movimenti e dai regimi comunisti.
Allo stesso modo, la teoria e la pratica politica dei movimenti comunisti, sia di sinistra che di destra, le varie correnti socialiste di sinistra, i neo-anarchici, la “nuova sinistra” e il neomarxismo, che ha conosciuto una forte ascesa nella seconda metà del XX secolo, sono difficili da comprendere senza un distacco critico dalla teoria e dalla pratica stalinista. E non è solo l’anticomunismo/antisocialismo classico, sia conservatore che liberale, ad aver utilizzato l’esperienza comunista stalinista come moderna fonte di giovinezza (“Tutte le strade del marxismo/socialismo portano a Mosca”).
Anche il neoliberismo, la cui storia intellettuale risale agli anni ’30 e ’40, divenuto egemonico a livello socio-storico nell’ultimo quarto del XX secolo, e il pensiero postmoderno sono difficili da comprendere senza il loro riferimento in negativo all’esperienza del comunismo stalinista. “History matters” (La storia conta), come si dice in inglese: la storia ha un impatto più duraturo di quanto la maggior parte delle persone creda nella vita sociale quotidiana.
Critica socialista dello stalinismo
«Rompiamo definitivamente con lo stalinismo come sistema». Questo imperativo, formulato programmaticamente alla fine del XX secolo, nel contesto del crollo storico dell’ex blocco socialista, dal Partito Socialista Unificato di Germania (SED), poi diventato Partito del Socialismo Democratico (PDS), rappresentava un tentativo di liberarsi dalla consueta trappola della lepre contro il serpente e di diventare così capaci di agire. Tuttavia, era solo l’ultima manifestazione di una lunga tradizione di critica allo stalinismo, originatasi a sinistra e trascendendone le diverse frazioni. Tale critica allo stalinismo, sia essa riformista o socialista rivoluzionaria, poteva quindi attingere a un patrimonio che, sebbene certamente eterogeneo, era comunque notevole.
Fin dall’inizio, i socialisti che si definivano marxisti si sono opposti allo “stalinismo come sistema” su tre fronti distinti: contro gli apologeti comunisti e di sinistra che riducevano lo stalinismo a meri eccessi e al culto della personalità al fine di preservare un presunto nucleo “socialista”; contro i socialdemocratici e l’estrema sinistra che gettavano via il bambino marxista-socialista con l’acqua sporca dello stalinismo; e contro quella critica “borghese” dello stalinismo che, quasi a rispecchiare gli stessi stalinisti, vi vedeva solo una semplice dittatura violenta, perché anch’essa cercava di concepirlo come l’inevitabile esito della teoria marxista e di un’economia socialista pianificata.
Sebbene questi neomarxisti antistalinisti non contestassero la natura dittatoriale e violenta di questi regimi – come avrebbero potuto fare diiversamente, visto che la maggior parte di loro ne era stata la prima vittima? – in genere vedevano oltre e comprendevano che la repressione e il terrore erano solo uno dei mezzi, tra gli altri, per consentire la formazione e il consolidamento di una nuova struttura di potere socio-storica. La necessità della repressione stalinista derivava, infatti, dall’esigenza di instaurare una nuova forma di dominio di classe: la nuova burocrazia “socialista”.
Per questi socialisti antistalinisti, lo stalinismo era l’espressione di un modello socialista “burocraticamente deformato” o “burocraticamente degenerato”, ovvero autoritario e dispotico, espressione della burocratizzazione strutturale di una società di transizione senza precedenti nella storia, situata tra o al di là del capitalismo e del socialismo. Le opinioni divergevano sulla possibilità di trasformare queste nuove forme di potere in società realmente emancipatorie unicamente dal basso, attraverso un’opposizione aperta, o anche dall’interno e dall’alto.
Tuttavia, vi era un ampio consenso sul fatto che la concezione stalinista del marxismo, il cosiddetto “marxismo-leninismo”, avesse meno a che fare con Marx e Lenin che con Giuseppe Stalin, e che servisse a difendere i privilegi associati al potere di questa nuova burocrazia socialista.
La critica marxista allo stalinismo divenne quindi una critica ideologica, con il marxismo-leninismo (ML) considerato l’ideologia dogmatica che legittimava una forma di potere politico-burocratico, la quale, in quanto ideologia dominante, era meno il risultato della teoria marxista in quanto tale (concepita nella sua forma classica come teoria dell’emancipazione, teoria della liberazione e della libertà), ma piuttosto il prodotto di un pragmatismo burocratico ristretto e ottuso: non una teoria dell’emancipazione, quindi, ma una teoria del conformismo, non una teoria della rivoluzione, ma una teoria della produzione (come affermò, ad esempio, Oskar Negt alla fine degli anni ’60).
Il marxismo stalinista sarebbe, come affermò Leo Kofler all’inizio degli anni ’50, “l’esempio più visibile e al tempo stesso più estremo del marxismo non marxista del nostro tempo”.
A questo proposito, egli individuò tre caratteristiche centrali di una distorsione tipicamente stalinista della teoria marxista classica: il trasferimento della vecchia concezione meccanicistica e preborghese delle scienze naturali (con il suo determinismo, economicismo e feticismo del lavoro) alla teoria sociale specificamente umana; la conseguente svalutazione di una concezione specificamente marxista della dialettica, ovvero la perdita di una visione globale, dinamica, processuale e filosofica della pratica dell’essere umano come essere attivo e sofferente, come soggetto-oggetto della storia; e infine, uno specifico antiumanismo: la “dimenticanza” strutturale dell’umanismo immanente in Marx, Engels e altri classici del socialismo, ovvero la prospettiva, così apprezzata dal marxismo originario, di un’emancipazione sia individuale che collettiva dalle condizioni disumane di oppressione, sfruttamento e alienazione.
Nella predominanza di un antiumanesimo così volgare, non dialettico e materialista, Kofler – per citare qui solo un esempio tra i tanti – riconobbe, per così dire, la grammatica teorica del marxismo stalinista volgare e dello pseudosocialismo].
I nuovi apologeti
Per quanto impressionante possa essere stata la diversità e la profondità dell’eredità politica e intellettuale di questo antistalinismo esplicitamente socialista e marxista (che ha contribuito in modo significativo alla rinascita e al rinnovamento di una “Nuova Sinistra” e del suo neomarxismo intorno al 1968), essa è rimasta in definitiva frammentaria e marginale in termini socio-politici. Quando il mondo del socialismo reale è imploso nella svolta storica del 1989, la Nuova Sinistra apparteneva già al passato: il tanto atteso avvento dell’antistalinismo socialista non si è quindi concretizzato.
Il crollo della sinistra negli anni ’90 fu tanto più completo in quanto gli intellettuali di sinistra rimasti erano quantomeno contenti di essersi liberati dall’incubo tardo stalinista. Il fatto che, poco dopo, sul quotidiano della Germania dell’Est Weißenseer Blätter e nell’ala sinistra del SED, si tornasse già a filosofeggiare benevolmente sul socialismo reale e sul suo marxismo-leninismo, era allora considerato in gran parte anacronistico e suscitava sorrisi stanchi: si ignorava l’avvertimento di Manfred Behrend, un intellettuale di sinistra della Germania dell’Est convinto che lo stalinismo “persiste nell’abbellimento e nella glorificazione delle azioni di Stalin e nella repressione della critica antistalinista”.
Tale indifferenza, tuttavia, divenne praticamente impossibile nel decennio successivo. Con due intellettuali italiani di sinistra, l’abbellimento e la glorificazione filo-stalinista delle azioni di Stalin, così come la denuncia all’interno della sinistra della critica anti-stalinista, non provenivano più solo dal presunto “arcaico” Oriente, ma anche, ancora una volta, dall’Occidente. Quando, a metà degli anni 2000, la rinomata casa editrice Beck rifiutò un manoscritto dello storico italiano Luciano Canfora per “stalinismo”, l’indignazione della sinistra radicale tedesca fu considerevole. La stampa culturale di sinistra e importanti intellettuali di sinistra, come Georg Fülberth e Uwe-Jens Heuer, lodarono l’opera, che fu poi pubblicata da una piccola casa editrice di sinistra, mentre importanti politici di sinistra come Lothar Bisky espressero il loro sostegno o, come Oskar Lafontaine, scrissero persino postfazioni elogiative al libro. Eppure, gli editori Beck non avevano torto nella loro affermazione.
Nel suo libro, diventato un bestseller tra la sinistra, Canfora dimostra senza dubbio, nella tradizione marxista classica, che la marcia trionfale della democrazia nel corso della storia mondiale è sempre stata e rimane intrecciata a un significativo grado di oligarchia, e che la democrazia borghese dominante è quindi sempre, e in modo evidente, una forma di dominio oligarchico. Tuttavia, l’altro lato della medaglia democratica, ugualmente enfatizzato dal marxismo classico – ovvero il fatto che la “democrazia” non è mai stata semplicemente una “cospirazione delle élite”, ma anche una “cospirazione degli eguali”, un potente strumento di emancipazione e di rivolta dal basso contro le élite al potere – questo duplice carattere strutturale della democrazia non trova spazio nell’opera di Canfora.
Per lui, democrazia e libertà erano e rimangono un mero contesto per la manipolazione, la falsa coscienza (ideologia) delle forme di dominio borghesi e capitaliste: “parole vuote, assolute e in definitiva prive di significato” (citazione originale) e di scarso valore per la sinistra. Di conseguenza, egli traspose apertamente la vecchia idea socialista di socialdemocrazia in un rifiuto, sotto forma di dittatura educativa, delle forme e dei diritti politici e democratici, giungendo così a una giustificazione complessiva della politica comunista stalinista del XX secolo. Letteralmente ogni svolta politica e storica della politica stalinista (dagli anni ’20 agli anni ’50) trova la sua giustificazione politico-filosofico-storica nella sua opera, e nessun mito o menzogna stalinista è troppo assurdo ai suoi occhi per non essere riprodotto.
Lo stesso vale per il professore di filosofia italiano Domenico Losurdo, che, ancor prima di Canfora, aveva già svolto un ruolo intellettuale di primo piano, soprattutto nella sinistra tedesca, perché si era opposto fin da subito all’interventismo umanitario della sinistra liberale degli anni ’90, sottolineando soprattutto che la tradizione antinazionalista e antistatale della sinistra era sempre stata “non marxista”, ovvero politicamente e teoricamente fallace. Da allora, Losurdo si è divertito a confrontare i processi rivoluzionari “borghesi” e “socialisti” nella storia e nel presente, impegnandosi in un cinico conteggio per stabilire chi avesse più morti sulla coscienza: Stalin o, meglio, Churchill, Roosevelt e Bill Clinton.
Per lui, il metodo del confronto storico equivaleva a una cinica strategia di scuse, perché se tutto era presumibilmente uguale comunque, allora si poteva, in tutta coscienza, schierarsi dalla parte di Stalin e dello stalinismo, che (nelle sue stesse parole) “con tutti i suoi orrori”, aveva costituito un capitolo in quel processo di emancipazione che aveva sconfitto il Terzo Reich fascista. Sì, come ammise francamente, c’era stata effettivamente dittatura e terrore sotto il comunismo stalinista, ma tutto ciò era semplicemente la necessaria conseguenza di quello stato di eccezione che era una guerra civile mondiale tra due campi presumibilmente antagonisti, secondo il motto: quel che è stato fatto doveva essere fatto!
Losurdo era davvero serio e nel 2008 pubblicò un libro notevole sulla cosiddetta “leggenda di Stalin” (Stalin
Storia e critica di una leggenda nera, con una prefazione di Luciano Canfora, e che ha avuto diverse edizioni in Germania, come molte delle sue altre opere), in cui riprodusse anche l’intero arsenale di miti storici e menzogne staliniste e ancora una volta etichettò qualsiasi forma di critica di sinistra allo stalinismo come anticomunismo borghese. Il significato del suo approccio era chiaro: nella lotta tra gli stati periferici del Sud e dell’Est contro l’Occidente neo-imperialista, che chiamava la “Terza Guerra Mondiale”, la sinistra occidentale doveva mostrare comprensione affinché la presunta lotta anticoloniale condotta oggi da Cina, Russia e tutti gli altri potesse essere portata avanti con tutti i mezzi necessari.
Di conseguenza, la guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, paese descritto come “neofascista”, condotta in modo limitato dal 2014, poi apertamente dal 2022, ha trovato in Losurdo un apologeta assolutamente senza vergogna (si veda a questo proposito la sua ultima opera, scritta prima della sua morte nel 20171 e pubblicata in tedesco nel 2021).
Lo stalinismo come forza di negazione
Eppure, la scena di sinistra, soprattutto in Germania, aveva già subito profondi cambiamenti. Il movimento anticapitalista e antiglobalizzazione, ancora influente negli anni 2000, e i nuovi partiti di sinistra eterodossi europei ispirati al suo spirito, erano già sprofondati, all’inizio degli anni 2010, in una profonda crisi organizzativa e di identità, a causa della loro intrinseca paralisi e in seguito al fallimento della Primavera araba e di Syriza in Grecia. In Germania, il nuovo partito Die Linke aveva deluso molte delle aspettative riposte in esso; lacerato tra un nuovo radicalismo anticapitalista da un lato e una politica di adattamento e integrazione basata tradizionalmente sul riconoscimento sociale dall’altro, si era impantanato in lotte di potere interne e rigidità burocratica.
Il terreno fertile per una duratura tradizione marxista-leninista tedesca, coltivata dai suoi precursori Losurdo e Canfora, si arricchì di altre influenze intellettuali, come gli apologeti di Stalin Harpal Brar (dalla Gran Bretagna), Grover Furr (dagli Stati Uniti) o Roland Boer (dall’Australia), politicamente sostenuti da filosofi eruditi e riconosciuti come Hans Heinz Holz e attivamente incoraggiati da diversi giornalisti di spicco (come Andreas Wehr e Sabine Kebir) nella stampa di sinistra più ampia, mentre i tentativi della sinistra di opporsi a tale influenza si facevano sempre più isolati in questi organi di stampa e persino nell’entourage del partito Die Linke.
E quando il rinnovamento della sinistra ha fatto il suo corso nella seconda metà degli anni 2010, non è stata solo una politica identitaria postmoderna a fiorire sulle sue rovine (“né destra né sinistra, ma queer e woke”), ma anche un nuovo radicalismo di sinistra che, come “forza di negazione”, era autosufficiente e ha trovato un nuovo conforto politico-identitario nel riconnettersi con il folklore marxista-leninista.
Non è quindi un caso che, nel 2019, all’interno del gruppo editoriale berlinese Eulenspiegel, sia stato pubblicato un opuscolo tutt’altro che umoristico, in cui il giovane intellettuale di Colonia Marlon Grohn eleva lo stalinismo, sia storico che politico-teorico, a programma, con una franchezza e un cinico disprezzo che nemmeno gli stalinisti più incalliti si sono mai permessi:
“Non c’è dunque nulla di sbagliato nello stalinismo; lo si può comprendere e accogliere se non si è sfruttatori. (…) Lo stalinismo è, come sanno oggi le persone sagge, una questione di futuro, non di passato, ma di storia vivente. (…) Lo stalinismo, in breve, non è quindi altro che un socialismo assolutista difendibile e, di conseguenza, la necessità storica sulla via del comunismo. (…) Stiamo facendo socialismo: se i lavoratori partecipano, tanto meglio. Altrimenti, stiamo comunque facendo socialismo. (…) Serviamo il popolo disprezzandolo. (…) Sul campo di battaglia aspramente conteso della storia mondiale, non c’è moralità né ‘posso?’: noi entriamo [cioè colpiamo duramente”2.
Una forza di negazione nata come semplice filo-stalinismo (un filo-stalinista di sinistra ama sottolineare la propria distanza dallo stalinismo storico e/o politicamente aperto, ma non esita a difenderlo dalle critiche presumibilmente borghesi e anticomuniste, sviluppando così una strategia di giustificazione talvolta venata di ammirazione positiva, ma generalmente di natura storico-filosofica…) si è dunque trasformata con notevole rapidità in un vero e proprio neo-stalinismo, ovvero in un’aperta apologia non solo dello stalinismo storico, ma anche di un ritorno alla teoria e alla pratica “marxista-leninista” – come “causa per il futuro” (Grohn). Anche se i due fenomeni – filo-stalinismo e neo-stalinismo – vanno distinti concettualmente e analiticamente, oltre che politicamente e praticamente, le transizioni tra i due sono tuttavia spesso fluide…
Anche in questo caso, al gioco intellettuale ha fatto seguito la serietà politica. Infatti, con la sempre più profonda dedemocratizzazione e depoliticizzazione delle forme borghesi di democrazia e vita pubblica; con le tendenze verso una persistente crisi economica e le forme sempre più evidenti di disuguaglianza socio-economica; con la costante priorità data al capitale orientato al profitto e la progressiva erosione dello stato sociale; con l’emergere, infine, del neoautoritarismo e dell’ultraconservatorismo nel populismo della nuova destra, era inevitabile che si diffondesse anche questa “avversione alla democrazia” (Jacques Rancière) tipica della sinistra, che tradizionalmente unisce i comunisti stalinisti (soprattutto della vecchia guardia) e i radicali di sinistra filo-stalinisti (soprattutto della giovane guardia).
Le guerre sempre più frenetiche di riorganizzazione globale, originariamente avviate dall’amministrazione americana e dalla sua “guerra al terrore” (2001 e anni successivi), che raggiungono il loro culmine nell’attuale trumpismo, inducono molti a sinistra a chiudere un occhio sui pericoli simmetrici di un putinismo e di un islamismo che sono a malapena meno antiemancipatori. Così, la mera “forza della negazione” alimenta un antimperialismo e un antifascismo volgarmente riduttivi e allarga il ponte verso l’autoritarismo di sinistra3.
E così come lo stalinismo storico fu al contempo causa e conseguenza delle sconfitte della sinistra, la nuova sinistra autoritaria si sta dimostrando tanto la conseguenza delle sconfitte precedenti quanto la causa di quelle successive. Nata ancora una volta da sconfitte storiche ed esperienze di impotenza, molti attivisti di sinistra ricorrono nuovamente al sostituzionismo sociopolitico e impiegano una scorciatoia autoritaria e di stampo dittatoriale nella loro teoria e pratica politica.
Essi propagano varie versioni del “marxismo-leninismo”, fondano “gruppi rossi” e diffondono il loro volgare pseudo-socialismo marxista e la loro avversione per i valori e le esigenze (radicalmente) democratiche in ambienti sempre più ampi. Ma così come non si potevano combattere efficacemente i campi fascisti negli anni ’30 avendo alle spalle i campi stalinisti, oggi non si può dare un nuovo inizio al socialismo senza affrontare in modo credibile l’ombra persistente dello stalinismo.
Se dunque non concepiamo il concetto di stalinismo semplicemente come un concetto che designa il periodo sovietico sotto Stalin, ma – con l’umanista socialista Edward P. Thompson, nel 1978 – come un concetto che designa una specifica teoria e pratica politica, vale a dire, «come un sistema di forme istituzionali, pratiche, teorie astratte e comportamenti di potere», allora la «generazione post-stalinista» non è ancora nata.
Note
- Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, Roma-Bari, Laterza, 2017 ↩︎
- Marlon Grohn, Kommunismus für Erwachsene. Linkes Bewusstsein und die Wirklichkeit des Sozialismus, Berlin, Das neue Berlin, 2019. ↩︎
- Il fatto che, dalla fine degli anni 2010, i fantasmi di cui si parla qui riescano a seminare sempre più scompiglio anche all’interno del marxismo anglosassone, tradizionalmente fortemente improntato all’antistalinismo — il che testimonia in particolare il carattere internazionale delle recenti sconfitte della sinistra politico-intellettuale — meriterebbe un’analisi a parte. E ancora una volta, è soprattutto la crescente popolarità di Losurdo (una traduzione inglese del suo libro su Stalin è stata pubblicata nel 2023, seguita nel 2024 dalla sua critica al «marxismo occidentale») a fungere qui da «acceleratore». Detto questo, gli interventi critici contro questo filo- e neo-stalinismo si stanno ormai moltiplicando anche là — cfr., oltre ai contributi del circolo di intellettuali attorno alla rivista teorica Historical Materialism, soprattutto i lavori di Douglas Greene (Stalinism and the Dialectics of Saturn: Anticommunism, Marxism and the Fate of the Soviet Union, 2023, e In Stalin’s Shadow: Trotsky and the legacy of the Moscow trials, 2025), di David Camfield (Red Flags: A Reckoning With Communism for the Future of the Left, 2025) o della critica dettagliata di Ross Wolfe a Losurdo risalente al 2025. ↩︎
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