E veniamo all’ultimo decennio, caratterizzato dalla crisi del bipolarismo imposto dal 1993 in poi, in seguito all’irruzione del fenomeno “grillino”. Rispetto alla divisione che abbiamo utilizzato finora in quattro aree, risulta piuttosto difficile inserire il Movimento 5 stelle. O meglio, risulta difficile inserirlo nelle due aree più centrali, in quanto il “grillismo” non è né comunista né fascista. Ma può essere considerato antifascista, seppur moderato, o a-fascista? Se si guarda a ciò che è avvenuto nel 2018, col breve periodo di governo giallo-verde, si è tentati di inserirlo nel secondo dei succitati settori. Se si guarda al periodo successivo, ancora attuale, col governo giallo-rosa di collaborazione col centro-sinistra e con LeU, si propende per il primo. E se osserviamo la dinamica dei flussi elettorali, non possiamo non sottolineare che i “grillini” pigliano voti a 360° gradi (fenomeno unico in Italia), dall’estrema sinistra all’estrema destra. Per questo ho preferito inaugurare una quinta area per le elezioni degli anni Dieci, l’area “grillina”, che sembrerebbe situarsi a metà strada (per lo meno dal punto di vista, largamente astratto, di un equilibrio geometrico più che politico) tra antifascismo moderato e a-fascismo con forti spinte anti-berlusconiane. Fatte queste premesse, vediamo i dati.

Le elezioni del 2013 vedono una tripartizione quasi perfetta: 32,1% al centro-sinistra più comunisti, 30% alla destra a-fascista e fascista, 37,9% all’area “centrista” costituita in primis dai grillini, ma anche dai sostenitori dell’effimero movimento di Mario Monti più gruppi minori. Il fatto che risulti questa l’area maggiore dà la misura della crisi del bipolarismo che, con i suoi vent’anni portati male, sembra aver stancato gli elettori italiani. Più nel dettaglio: l’area “comunista” si riduce ad un misero 2,5% (Rivoluzione Civile non ha nemmeno il nome “comunista”, ma il PRC è di gran lunga l’ispiratore principale dell’aggregazione), che sale al 5,7% se ci aggiungiamo SEL (la scissione, avvenuta nel 2009, dell’ala moderata del PRC guidata da Niki Vendola), che però non fa più alcun riferimento al comunismo. Il PD e cespugli vari (il più grosso dei quali è, appunto, SEL) ottiene il 29,6% (perdendo ben 10 punti rispetto al 2008 ma, paradossalmente, grazie alla nuova legge elettorale con “premio di maggioranza”, ottenendo il governo). A destra i fascisti (è nata Fratelli d’Italia, che si propone come erede di AN, mettendo in difficoltà la Destra di Storace e altri gruppi minori) ottengono un piccolissimo incremento, dal 2,7 al 3,1%, ottenendo quei 9 seggi che permetteranno a FdI di proporsi come punto di aggregazione futuro per il neofascismo “moderato”). Un vero e proprio crollo ha l’area a-fascista (storicamente la più oscillante, com’è ovvio vista la strutturazione largamente qualunquista del suo elettorato) che perde quasi 30 punti, scendendo dal clamoroso 53,9 % del 2008 al 26,9%, e dal primo al terzo posto delle macro-aree qui considerate. I 27 punti persi dalla destra, sommati ai 10 persi dal centro-sinistra, finiscono ovviamente nella nuova area centrista grillina e “montiana”(più altri minori).

Le elezioni del 2018, dopo i cinque “anni orribili” per il centro-sinistra al governo caratterizzati dal “fenomeno Renzi” (con uno spostamento a destra del PD percepito sempre più come partito dei “poteri forti” grazie all’ineffabile uomo di Rignano), vedono l’inizio dello slittamento a destra in cui siamo ancora immersi. L’area antifascista perde ulteriori quattro punti, scendendo al 28%, mentre la destra ne recupera ben nove (39,1%, in gran parte dovuti all’exploit della Lega, in piena svolta lepenista grazie alla leadership di Salvini), mentre l’area “centrista”, col 32,9% (tutti grillini, dopo la scomparsa di Monti e degli altri minori), perde la primazia a favore, appunto, di una destra sempre più estremista e ringalluzzita. Entriamo nel dettaglio. La sinistra comunista ottiene il peggior risultato della sua storia, con l’1,6% (più o meno i risultati della sola DP negli anni tra il 1976 e il 1990) e, ovviamente, nessun seggio. Il centro-sinistra si ferma al 26,4% (di cui 18,7 al PD, anche qui peggior risultato della storia del centro-sinistra). I fascisti crescono fino al 5,7% (in gran parte grazie a FdI, che ottiene più del doppio dei voti di cinque anni prima), mentre il resto della destra ottiene, grazie al balzo in avanti della Lega, ben 7 punti in più (33,4%) tornando al primo posto delle cinque aree analizzate. Da sottolineare che questo blocco non risulta più egemonizzato dal berlusconismo (misto di qualunquismo e conservatorismo) ma da una Lega che, seppur non apertamente fascista, ha accentuato le caratteristiche d’estrema destra (razzismo esasperato, nazionalismo patriottardo, aggressività verbale – se non fisica -, bullismo tronfio, ecc.). Il disastro insito in questi dati sembra parzialmente oscurato dall’apparente trionfo del M5S, che, col 32,9%, ottiene il massimo della sua breve storia, ma, come dimostreranno i due anni successivi, contiene in nuce le premesse della catastrofe attuale.

Nel 2019, infatti, le elezioni europee vedono il boom della Lega, che porta una destra sempre più a trazione estremista a superare di nuovo il 50% (50,6), come negli anni d’oro del berlusconismo. Ma non è più un partito come Forza Italia, ricettacolo del conservatorismo reazionario e qualunquista, a dirigere la danza, bensì un partito dinamico ed aggressivo con caratteristiche para-fasciste (o comunque d’estrema destra) come la Lega di Salvini, che diventa di gran lunga il primo partito in Italia (34,3%). Inoltre cresce ancora l’area fascista vera e propria (7%), ormai egemonizzata da FdI, che riporta a casa le percentuali tipiche del MSI degli anni Settanta ed Ottanta. Si tratta quindi di una situazione nuova ed estremamente pericolosa, con una radicalizzazione a destra sconosciuta finora nella storia dell’Italia repubblicana. Anche l’area antifascista ottiene una certa crescita (dal 28 al 32,1%), dovuta sia al recupero del PD non più renziano e che approfitta della mancata presentazione di LeU, sia al proliferare di una serie di cespugli (Verdi, radicali, ecc.). Persino l’area più a sinistra (che sempre più impropriamente si può definire comunista) ha un piccolo incremento (dall’1,6 del 2018 al 2,6 delle europee), grazie alla lista La Sinistra (che unisce PRC e Sinistra Italiana, erede di SEL più qualche ex PD) e al PC di Rizzo. Chi paga l’avanzata della destra e, più limitata, del “campo antifascista”, è ovviamente il M5S, che quasi dimezza la sua strabiliante percentuale dell’anno prima, scendendo al 17,1% (peggior risultato dalla nascita). I quasi 16 punti persi dai grillini sono però finiti per i 3/4 a destra, purtroppo, aprendo tra l’altro la strada ad un bipolarismo incipiente che si sperava ormai sepolto. Il resto è cronaca di questi giorni, con i sondaggi di cui parlavo all’inizio del primo articolo che vedono la destra in piena forma (con qualche limitata battuta d’arresto per Salvini, compensata però dalla crescita di FdI, che sembra recuperare quasi tutti i voti che era riuscito a racimolare Fini con l’operazione AN negli anni Novanta), i grillini in grossa difficoltà (dati tra il 13 e il 15%) e un centro-sinistra (pur con la mina vagante Renzi) totalmente egemonizzato da un PD in ripresa, dopo la scissione del grosso della destra renziana. E i comunisti? I sondaggi ormai non prendono nemmeno più in considerazione quest’area. Si parla di solito, genericamente, di “sinistra”, data intorno al 3 per cento, o poco più. Come si diceva all’inizio, che fine ha fatto il più grande partito comunista dell’Occidente? E, in subordine, quella che era sembrata l’estrema sinistra più vivace d’Europa (ma su questo avrei molto da ridire) negli anni Settanta?

Flavio Guidi