Di Alessia De Luca

Sono in corso in Iran le elezioni per il nuovo Parlamento. Favoriti i conservatori, ma sul voto si abbatte la decisione degli Stati Uniti di imporre nuove sanzioni per cinque funzionari della vigilanza elettorale, che avrebbero escluso migliaia di candidati invisi al regime.

Si stanno concludendo in queste ore in Iran le operazioni di voto per le elezioni parlamentari, le 11esime della Repubblica Islamica d’Iran. L’apertura dei seggi sarà prorogata solo in caso un’alta affluenza ai seggi. Uno scenario improbabile dato che è prevista un’ampia astensione tra i quasi 58 milioni di elettori. Il voto si inserisce in un contesto di tensioni politiche crescenti e un’economia in affanno che fatica a ripartire. Dopo una campagna elettorale poco sentita, durata solo sette giorni e caratterizzata dallo sconforto delle fasce più moderate e riformiste, i partiti conservatori sono dati per favoriti. Oltre che per il rinnovo del Parlamento si vota per l’elezione di 7 membri dell’Assemblea degli Esperti, l’organo composto da 88 religiosi che ha il compito di eleggere, supervisionare ed eventualmente destituire la guida suprema. 

Come si vota?

Il Majlis, l’Assemblea legislativa della Repubblica islamica, ha un mandato di quattro anni ed è composta da 290 parlamentari. I candidati corrono in 200 collegi sparsi nelle 31 province del paese. Alle minoranze religiose spettano cinque seggi (ebrei, zoroastriani, un seggio condiviso per assiri e caldei, due per gli armeni). La legge elettorale prevede un ballottaggio nelle circoscrizioni in cui nessuno raggiunga la soglia del 25% al primo turno. Il collegio che elegge più deputati (30) è quello della capitale, Teheran. Sabato si dovrebbero avere i primi risultati. 

Un test per Rouhani?

Gli iraniani sono chiamati al voto per la prima volta da quando gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo sul nucleare (JCPOA) nel 2018 e reimposto sanzioni sul paese. La scure delle sanzioni sul settore petrolifero e bancario ha innescato una spirale che ha determinato l’impennata dell’inflazione del 33% e un arresto della crescita economica crollata di sei punti percentuali. Il voto è percepito come un test politico per il presidente Hassan Rouhani e la sua ala riformista, a cui le urne avevano accordato la maggioranza dei seggi in parlamento nel 2016, proprio sulla spinta dell’accordo raggiunto con l’allora amministrazione Obama.

Elezioni controverse?

A frenare gli entusiasmi degli elettori, sottolinea Annalisa Perteghella, anche l’esclusione da parte del Consiglio dei Guardiani, l’organo conservatore che vaglia le candidature, di quasi 7.300 dei 16.000 nomi presentati. Tra gli esclusi, anche alcuni esponenti di spicco del campo riformista (in Iran non esistono veri e propri partiti), tra cui 75 deputati uscenti. In seguito a queste esclusioni, gli Stati Uniti hanno annunciato nuove sanzioni nei confronti di cinque funzionari del regime. “L’amministrazione Trump – si legge in una nota del Dipartimento del tesoro – non tollererà una manipolazione del voto per favorire l’agenda del regime, e il popolo iraniano deve essere lasciato libero di scegliere i propri leader”.

Fattore Coronavirus?

Sull’affluenza, tuttavia, potrebbe incidere in negativo anche l’allarme coronavirus. A Qom, a sud di Teheran, scuole e università sono chiuse da ieri dopo che mercoledì sono state registrate le prime due vittime per coronavirus nel paese. Finora le autorità hanno accertato 18 contagi e quattro vittime. Nella capitale religiosa dell’Iran sono state dispiegate le forze speciali, che avrebbero isolato l’area intorno a due ospedali, mettendo di fatto in quarantena una parte rilevante della popolazione che quindi oggi non si recherà alle urne.

Un trampolino per i conservatori?

Tra i personaggi da tenere d’occhio in queste elezioni c’è l’ex sindaco di Teheran ed ex Guardiano della Rivoluzione Mohammad Baqer Qalibaf. Il suo nome viene fatto tra i favoriti a diventare speaker del Parlamento, ruolo che potrebbe usare come trampolino di lancio per la corsa alla presidenza prevista l’anno prossimo. Se infatti le elezioni di oggi porteranno – come atteso – una vittoria del campo conservatore, è improbabile che i riformisti riescano a mantenere la presidenza, quando Rouhani avrà esaurito i due mandati. Tutto questo è in parte stato determinato dalla politica di “massima pressione” adottata dall’amministrazione Trump contro l’Iran negli ultimi due anni e culminata lo scorso gennaio nel raid americano con cui è stato ucciso il potentissimo generale dei Pasdaran Qassem Soleimani. È ancora presto per dire se i riformisti riusciranno a sopravvivere politicamente al voto, ma di certo i rapporti di forza sembrano ormai pendere irrimediabilmente per le frange più conservatrici e radicali.

Il Commento

Di Annalisa Perteghella, Research Fellow Iran Desk and Mena Centre ISPI

“In un certo senso possiamo dire che il migliore alleato dei conservatori in questi ultimi anni è stato il presidente Usa Donald Trump, che demolendo l’accordo sul nucleare ha smantellato pezzo per pezzo il principale successo politico di Hassan Rouhani.

Trump diceva di voler mettere all’angolo l’Iran e ha finito invece per mettere all’angolo la forza politica che più di ogni altra si era fatta portatrice delle aperture verso l’Occidente”.

Dal sito di ISPI