Di Matteo Angeli.

I contribuenti americani dovrebbero finanziare le scuole private a gestione religiosa? È la domanda che rimbomba in questi giorni di fronte alla Corte suprema degli Stati Uniti, come un bulldozer pronto ad abbattere i muri che separano stato e chiesa. 
Mercoledì 22 gennaio i nove justices of the Supreme Court si sono riuniti per discutere il caso Espinoza contro il Dipartimento delle entrate del Montana. Il contenzioso nasce dalla decisione della Corte suprema del Montana di cancellare un programma statale di incentivi fiscali, che serviva a sostenere quei genitori che vogliono mandare i loro figli in una scuola privata. Più nel dettaglio, il programma concedeva, a chi donava non più di 150 dollari alle organizzazioni che elargiscono le borse di studio, un credito d’imposta pari alla somma offerta. 

Dato che circa il settanta per cento delle scuole private in Montana è affiliato a una religione, buona parte dei soldi raccolti attraverso questo sistema andava a istituti religiosi. Il che poneva un problema serio, perché la costituzione dello stato proibisce di sostenere con fondi pubblici

chiese, scuole, accademie, seminari, college, università o ogni altra istituzione scientifica e letteraria, controllata in tutto o in parte da una religione. 

In Montana e in altri trentasette stati americani esiste infatti una clausola specifica che vieta ogni aiuto diretto o indiretto a organizzazioni religiose. Queste norme a tutela della laicità dello stato sono note come emendamenti “baby Blaine”, con riferimento alla proposta di emendamento alla costituzione federale avanzata nel 1875 dall’allora speaker del Congresso, James G. Blaine, per proibire il finanziamento pubblico delle scuole religiose. La proposta non passò in Congresso ma fu comunque adottata da numerose legislature nazionali. In Montana l’emendamento fu introdotto nel 1884, addirittura prima che lo stato fosse ammesso nell’unione. 

Per questo motivo, la Corte suprema del Montana ha deciso nel 2018 di chiudere il programma di incentivi fiscali, che consentiva a varie famiglie di ricevere un aiuto per mandare i loro figli in una delle tante scuole religiose del Montana.

Una scelta che ha fatto infuriare un gruppo di madri della scuola cristiana Stillwater, guidate da Kendra Espinoza, che sono riuscite a portare la battaglia a livello federale e fare appello alla Corte suprema degli Stati Uniti. 

Kendra Espinoza con le due figlie

Esse sostengono che la decisione della Montana Supreme Court discrimina i loro figli perché, escludendoli da un programma di borse di studio che gli permetteva di frequentare una scuola religiosa, li priva del loro diritto di professare liberamente la propria religione, garantito nientepopodimeno che dal primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti. 

Si tratta di istanze che s’inseriscono in un movimento molto più ampio, diffuso in tutta America, che reclama la “school choice”, la possibilità per i genitori di espandere le opzioni di istruzione al di là delle tradizionali scuole pubbliche, per consentire loro, nella maggior parte dei casi, di offrire ai figli un’educazione “faith-based”, basata sulla fede. 

Esattamente quello che Kendra Espinoza, madre single di due figlie aveva trovato alla Stillwater, scuola cristiana nella città di Kalispell. Basta leggere la pagina introduttiva del sito dell’istituto per rendersi conto che qui non valgono le politiche contro la discriminazione applicate nelle scuole pubbliche:

[Stillwater] abbraccia la convinzione che i peccatori eviteranno la condanna eterna solo attraverso Gesù Cristo, che il matrimonio è solo tra un uomo e una donna e che la vita umana è di inestimabile valore in tutte le sue dimensioni, dalla concezione alla morte naturale.

Oltre alla Stillwater, tante altre scuole, che beneficiavano del programma chiuso dalla Corte suprema del Montana, mettono in atto politiche apertamente discriminatorie nei confronti dei loro studenti e dei loro dipendenti. 

Si pensi alla Foothills Community Christian School di Great Falls, che nel suo manuale paragona i “comportamenti omossessuali” e la “condotta bisessuale” all’incesto e al sesso con gli animali, aggiungendo che nella scuola non c’è spazio per professori non convintamente cristiani. 

Alla Heritage Christian School di Bozeman è addirittura peggio: nel manuale la scuola afferma di riservarsi il diritto di espellere gli studenti in base della loro “condotta sessuale” (il riferimento non è solo agli omosessuali ma anche al sesso prima del matrimonio). Inoltre, gli impiegati della scuola sono obbligati a firmare un documento in cui affermano che non hanno adottato e non adotteranno questo tipo di comportamenti.

Ma ciò era proprio quello che Kendra Espinoza desiderava per le proprie figlie. Per questo, quando la Smith’s organisation, un’associazione che s’impegna a favore della “school choice”, è arrivata a Kalispell, la madre single ha accettato con piacere la proposta di aiuto per portare il caso di fronte alla Corte suprema degli Stati Uniti. 

I giudici della Corte suprema: (da sinistra) Brett Kavanaugh, Neil Gorsuch, Elena Kagan, Sonia Sotomayor, Samuel Alito, John Roberts, Stephen Breyer, Ruth Bader Ginsburg, Clarence Thomas

E ora il caso è lì, davanti a un corte dominata da giudici conservatori (cinque sono i giudici conservatori, di cui due eletti da Donald Trump, e quattro eletti dai democratici; cinque su nove, compreso il chief justice John Roberts, sono cattolici, uno cresciuto cattolico poi convertito protestante, tre ebrei), che ha mostrato di non disprezzare la possibilità di incrementare gli aiuti pubblici all’educazione religiosa.  Gli avvocati di Espinoza, che tra l’altro godono anche del supporto dell’amministrazione Trump, sostengono che una decisione a loro favore della corte 

rimuoverebbe a livello nazionale una delle principali barriere che ostacolano l’istruzione dei nostri figli.

Randi Weingarten, presidente della federazione americana degli insegnanti, il secondo sindacato di professori più grande del paese, ritiene invece che:

se la sentenza va in un certo modo [a favore di Espinoza] sarà virtualmente un terremoto in termini di libertà religiosa e istruzione pubblica… perché manderebbe a gambe all’aria la separazione tra stato e chiesa, che è prassi da oltre duecento anni.

Questo rischierebbe di sottrarre risorse ai bilanci, già ristretti, delle scuole pubbliche, oltre che a permettere a scuole, che discriminano apertamente i loro impiegati sulla base delle loro convinzioni religiose o del loro orientamento sessuale, di beneficiare del denaro dei contribuenti americani. 

L’audizione che la Corte suprema ha tenuto mercoledì 22 gennaio dà certamente un’idea dell’aria che tira, in vista del verdetto atteso a fine giugno. 

Richard Komer, il legale delle famiglie che vogliono la reintroduzione delle borse di studio, ha sviluppato la sua arringa sostenendo che l’interruzione del programma di incentivi fiscali del Montana è tanto grave quanto togliere i fondi a una scuola frequentata principalmente da africano americani.

Il paragone con la questione razziale ha infiammato i giudici conservatori. Samuel Alito, nominato alla corte suprema da Bush nel 2005, ha chiesto ironicamente a Adam Unikowsky, avvocato dello stato del Montana, se sarebbe rispettoso della costituzione anche togliere i fondi a scuola frequentata principalmente da neri. Il giudice Brett Kavanaugh, nominato da Donald Trump, si è scagliato contro “la grottesca intolleranza religiosa contro i cattolici” che, a suo dire, è alla base della norma del Montana che vieta gli aiuti pubblici agli istituti religiosi. 

John Roberts, presidente della Corte suprema degli Stati Uniti, stringe la mano a Donald Trump

E John Roberts – che in questo momento fa la spola tra la Corte e il senato, dove presiede il processo di impeachment contro Donald Trump – ha fatto notare che nessuno difenderebbe la chiusura di tutte le piscine pubbliche perché “una maggioranza di africano americani le utilizza”.

Ovviamente, 

gli ha risposto Unikowsky.

E allora cosa c’è di differente quando si parla di religione?

ha rilanciato Roberts, facendo riferimento al fatto che la corte suprema del Montana aveva scelto di interrompere il programma di incentivi perché la maggior parte degli aiuti che ne derivavano andava a scuole religiose. 

La differenza, ha spiegato la giudice Elena Kagan, nominata alla Corte suprema da Barack Obama, è che cancellare il programma di borse di studio del Montana ha l’obiettivo di prevenire “divisioni e conflitti nella società”, sottolineando come lo stato abbia il dovere di proteggere quei contribuenti che si sentono a disagio a finanziare un’entità religiosa. 

Paradossalmente, la stessa Corte suprema che oggi non si fa problemi a paragonare la discriminazione razziale con quella che a suo dire è una discriminazione religiosa, solo due anni fa sosteneva che le questioni razziali hanno una specificità unica. 

Il riferimento è al caso Masterpiece Cakeshop v. Colorado Civil Rights Commission, in cui alla Corte suprema fu chiesto di stabilire se un panettiere cristiano potesse rifiutarsi di servire una coppia gay che ordinava una torta di matrimonio. Allora il tono della discussione fu ben diverso: quando all’avvocato del panettiere fu chiesto di spiegare perché il suo cliente dovrebbe poter rifiutarsi di servire una coppia gay ma non di fare una torta per un matrimonio interraziale, egli rispose che: “le questioni razziali sono differenti”, una tesi sostenuta durante l’audizione anche dal sottosegretario alla giustizia Noel Francisco. 

Il problema più grande è che i sostenitori della “school choice” e del diritto a un’istruzione “basata sulla fede” possono contare sul sostegno del presidente Trump e, soprattutto, di Betsy DeVos, la segretaria all’Istruzione degli Stati Uniti. Prima di entrare nel 2017 nell’amministrazione Trump, DeVos era nota come una dei più grandi donatori del Partito repubblicano e in quanto tale ha speso una montagna di soldi per combattere gli emendamenti “baby Blaine” e quindi promuovere il diritto dei genitori a dare ai propri figli un’istruzione fondata sulle verità della Bibbia e sul credo cristiano. 

Betsy DeVos

L’anno scorso DeVos e Trump hanno addirittura cercato, senza successo, di far passare, nel loro progetto di bilancio per il 2020, degli incentivi fiscali federali del valore complessivo di cinque miliardi di dollari, dedicati a coloro che fanno una donazione per aiutare i giovani a frequentare una scuola privata.

Gli alleati di DeVos cercano perfino di cambiare la definizione di scuola pubblica. Il caso più eclatante è quello di Ron DeSantis, il governatore repubblicano della Florida, che ha dichiarato:

Tutto ciò che è finanziato con i soldi pubblici è scuola pubblica. In Florida, scuola pubblica significherà che a determinare i contenuti saranno i genitori, perché loro sanno cosa è meglio per i loro figli.

Affermazioni che confliggono con la nozione tradizionale di scuola pubblica aperta a tutti, finanziata e gestita e diretta dall’autorità statale.  

Gli Stati Uniti sono entrati in un anno elettorale e queste tensioni sono destinate ad aumentare. Trump sa bene che per essere riconfermato deve tenersi stretto il voto cristiano e, in particolare, quello evangelico. 

Nel 2016, l’81 per cento dell’elettorato evangelico ha infatti votato per lui: un sostegno decisivo, se si tiene conto che gli evangelici costituiscono circa un quarto dell’elettorato statunitense (sono il quindici per cento della popolazione ma la loro affluenza alle urne è maggiore rispetto agli altri gruppi). 

Elettori evangelici a un comizio di Donald Trump

Negli ultimi anni la chiesa evangelica americana ha concentrato attenzione e forze sull’opposizione all’aborto e ai matrimoni gay e questo spiega l’enfasi di Trump, che in passato invece si diceva molto “pro-choice” (a favore della scelta in materia di aborto), sui temi cari a tutta la destra religiosa, composito arco che abbraccia gli evangelici e i cattolici a trazione pro life del Midwest, le chiese nere conservatrici sui temi sociali e i battisti del sud.

All’ultima tornata elettorale, questi hanno sorvolato sulla condotta personale del presidente, che disapprovano nel profondo, nella speranza che avrebbe dato loro quello che più desiderano: l’autorizzazione di manifestare la loro libertà religiosa nello spazio pubblico, anche discriminando chi si comporta in maniera contraria al loro credo.  

Un giudizio della Corte suprema a favore di maggiori aiuti pubblici alle istituzioni religiose andrebbe esattamente in questa direzione. Ma bisogna stare attenti a ciò che si chiede, perché esso ci si potrebbe ritorcere contro: maggiori contributi pubblici potrebbero infatti tradursi anche in un controllo maggiore sui programmi e sulle regole che vigono nelle scuole a matrice religiosa, limitandone la capacità di discriminare chi non la pensa come loro.

Da Ytali.com