Di Elisabetta Raimondi.

Lunedì si inaugurano le primarie Usa in uno stato che adotta un complesso sistema di voto assembleare. E proprio qui il senatore del Vermont sembra in vantaggio sugli altri candidati alla presidenza

Scrivo da Des Moines Iowa, il piccolo stato rurale del Midwest che in questi giorni sta godendo il suo momento di gloria quadriennale concentrando su di sé l’attenzione della stampa internazionale, poiché lunedì 3 febbraio darà come sempre il via alle primarie, sebbene lo faccia attraverso un processo elettorale, il caucus, molto differente da quello che gli statunitensi definiscono primarie.

Mutuato dalla lingua dei nativi americani il termine «caucus» ha mantenuto il suo significato originale, ossia quello di riunioni nelle quali le persone discutono e confrontano le loro opinioni. Gli abitanti dell’Iowa, molto orgogliosi del loro sistema, sono soliti dire che «nelle primarie si vota e basta, mentre nel caucus prima si discute e poi si vota».

A differenza del metodo adottato nella maggior parte degli stati, dove l’elettore si reca alle urne, vota segretamente e se ne va, il processo elettorale dell’Iowa e di altri sei stati si svolge infatti secondo continui confronti e incontri, che hanno inizio almeno un anno prima del voto e hanno il loro culmine nella nottata del caucus, dove le persone mostrano fisicamente la loro posizione politica posizionandosi, fin dal cosiddetto «first alignment», che avviene poco dopo l’inizio del caucus, nel gruppo del loro candidato. 

L’attenzione che i candidati riservano all’Iowa

I vari dibattiti e riunioni che si tengono un po’ ovunque nelle lunghe fasi preparatorie dei caucus permettono la costituzione di gruppi di rappresentanza che partono dal basso e che, soprattutto in questi ultimi anni grazie al «fenomeno Sanders» e al «fenomeno Trump», si sono allargati a macchia d’olio. 

Che i candidati abbiano comunque sempre prestato un occhio di riguardo all’Iowa è testimoniato anche dalla frequenza con cui tengono comizi, non solo nella fase finale ma fin dall’inizio della campagna. Poiché l’Iowa è per tradizione il primo stato al voto e quindi  importante per l’attenzione che gli dedicano i media. Oltretutto essendo uno stato piccolo, profondamente rurale e privo di metropoli (Des Moines stessa sembra quasi una città fantasma), non richiede quel tipo di investimento economico che i candidati devono affrontare in molti altri stati. Gli abitanti dell’Iowa hanno dunque modo di formarsi le proprie idee strada facendo nel corso della campagna elettorale grazie a questa particolare attenzione che i candidati dedicano loro attraverso molteplici eventi, anche di portata locale, che ovviamente si moltiplicano nell’immediata vigilia elettorale. 

Ho avuto modo di assistere all’ultima riunione preliminare di un caucus di distretto con il relativo presidente, Ben Brewer e altri due organizzatori. Ogni caucus deve avere un presidente e dei capo-organizzatori, figure non retribuite ma volontari che si mettono a disposizione della comunità. Nel caso dei presidenti il lavoro è particolarmente difficile, impegnativo e poco ambito, tanto che nel 99% dei casi la persona che si rende disponibile a ricoprire quella carica nelle fasi preparatorie viene confermata durante l’elezione del presidente, prima procedura burocratica a cui i «caucusgoers» sono chiamati dopo la chiusura delle porte. In Iowa le sedi distrettuali sono più di 1.600 e i luoghi autorizzati sono i più svariati, dalle scuole ai centri civici, dalle palestre alle biblioteche, dalle chiese ai pub. Per il caucus che ho seguito la sede è la «palestra grande» (dalla capienza di circa 1.200 persone) di una scuola nella cui «palestra piccola» si svolge un altro caucus. Nella riunione Brewer, ha illustrato  le modalità secondo le quali intende condurre il caucus, chiedendo consigli al fine di far sì che le procedure vengano portate a compimento nel modo più corretto possibile, cosa non facile data la natura spesso confusionaria dei caucus sebbene siano, a detta di tutti, anche situazioni estremamente divertenti ed eccentriche.

La procedura dei caucus

I «caucusgoers» che non hanno impegni organizzativi, quali ad esempio la gestione del servizio d’ordine o della registrazione e dello smistamento delle persone all’interno del locale, o dei vari conteggi delle persone che la procedura comporta, arrivano alla loro sede elettorale prima delle 19.00, ora prevista per l’inizio del caucus. Alle 19 infatti il presidente dovrebbe dare l’ordine di chiudere le porte, e chi c’è c’è e chi non c’è non c’è. Tuttavia, data l’autorità conferita ai presidenti di applicare una certa flessibilità secondo la loro discrezione su alcuni dettagli, vi possono essere delle variabili, soprattutto tenendo conto del fatto che l’Iowa è spesso soggetto a bufere di neve. Brewer per esempio ha stabilito in pieno accordo con i suoi consiglieri che, al fine di rendere il processo elettorale quanto più democratico e inclusivo possibile, non intende escludere coloro che alle sette dovessero trovarsi in fila davanti al cancello e non avessero ancora fatto in tempo a registrarsi. Cosa plausibile non solo per le imprevedibili condizioni delle strade, ma perché rispetto a quattro anni fa, quando l’effetto Sanders aveva già fatto registrare una maggiore affluenza, l’ulteriore amplificazione che da allora ha avuto la Political Revolution anche in uno stato rurale, conservatore e repubblicano come l’Iowa, fa prevedere che le file quest’anno saranno ancora più lunghe.

Qualunque sia la deroga oraria che ciascun presidente è disposto a concedere, dopo la chiusura delle porte si passa al conteggio delle persone che, da quest’anno, riceveranno un biglietto contrassegnato al momento della registrazione, in modo da evitare alcune delle confusionarie situazioni verificatesi nei turni elettorali precedenti, soprattutto in quello del 2016. Sebbene sul biglietto ricevuto si possano scrivere il nome del candidato di prima scelta e di quello di seconda, Brewer preferisce che ciò non avvenga nel suo distretto in modo da evitare successive contestazioni, dal momento che, tiene a precisare, il biglietto di registrazione non ha alcun valore elettorale, ma serve esclusivamente per verificare il numero dei presenti. 

Una volta che i partecipanti sono stati registrati, contati e dislocati per la stanza, iniziano le procedure burocratiche, la prima delle quali è, come si diceva, la conferma del presidente. Seguono quindi la nomina del segretario e la scelta di coloro che dovranno aiutare nei conteggi dei vari gruppi che si formeranno successivamente e nelle operazioni di controllo e ritiri dei biglietti. Quindi il presidente comunica ai presenti le sue decisioni sui vari aspetti di conduzione del caucus, per esempio informando se darà o meno ai rappresentanti che i vari candidati hanno mandato in ciascun caucus l’opportunità di fare un discorso prima del cosiddetto «first alignment». Quest’anno la discrezionalità dei presidenti di caucus riguardo a tale concessione avrà sicuramente un maggiore effetto rispetto a quattro anni fa considerata la presenza di molti candidati.

Il primo allineamento e la bagarre successiva

Completate le pratiche iniziali, che possono anche contemplare la discussione su alcuni aspetti relativi al partito, il presidente dà il via al «primo allineamento» e a quel punto le persone presenti cominciano a muoversi per la stanza, quasi come in uno degli esercizi base di un training teatrale, per raggiungere le postazioni, precedentemente stabilite e indicate, o dei loro candidati di prima scelta o del gruppo degli indecisi. Si procede quindi al conteggio delle persone dei vari gruppi e ai calcoli delle rispettive percentuali in base al numero totale dei presenti. Come nei caucus precedenti al 2020, anche quest’anno un candidato diventa «viable» quando il suo gruppo raggiunge la percentuale del 15% dei presenti. Tuttavia se fino al 2016 chiunque all’interno di un qualsivoglia gruppo poteva cambiare idea e posizionarsi in un gruppo differente nel secondo allineamento, magari poiché convinto nel corso delle discussioni che si svolgono nel frattempo, quest’anno le persone che si trovano in gruppi che hanno raggiunto «viabilità» al primo turno devono restare dove si trovano. La cosa vale anche per gli indecisi che quindi si guadagneranno, nel caso a fine caucus arrivassero o superassero il 15%, il loro numero proporzionale di delegati, che andranno dunque alla convention generale di Milwaukee in luglio – dove si voterà in via definitiva il candidato presidente del Partito democratico – come «indecisi». 

Una volta contati tutti i componenti dei vari gruppi, il presidente dà inizio alla fase di discussione che in sostanza scatena la bagarre generale nel tentativo di attirare le persone che si trovano nei gruppi con percentuali al di sotto del 15%. Può anche verificarsi il caso che canditati non «viable» ma con percentuali abbastanza alte vadano a caccia di persone per raggiungere il 15%. Le modalità di convincimento sono a detta di tutti tra le più varie, curiose e perfino spassose. In ogni angolo della stanza si possono creare dei mini comizi dove si fa a gara a urlare più forte, spesso con megafoni, con persone sui tavoli e concitati via vai di gente. Per cercare di contenere un po’ il caos, Brewer ha deciso di non consentire l’uso di megafoni o di microfoni ai componenti dei vari gruppi. 

Dopo un tempo imprecisato che può variare a discrezione del presidente, costui o costei dà lo stop e, ancora una volta come nella conduzione di un training teatrale, ordina il secondo allineamento, con un conseguente successivo spostamento e riconteggio. 

La situazione può diventare in alcuni casi talmente calda da comportare successivi allineamenti fino a che il presidente decide il termine del caucus e il definitivo conteggio delle persone in ciascun gruppo e quindi dei relativi delegati ottenuti. Dal momento che i distretti elettorali differiscono  per numero in base alla popolazione, ogni distretto ha un numero prestabilito di delegati che vanno ripartiti in base alle percentuali. Anche in quel caso possono sorgere problemi e litigi, poiché se le percentuali possono essere ridotte in frazioni la cosa non si può fare con i delegati data la loro natura di esseri umani indivisibili. 

Un’altra delle particolarità delle elezioni attraverso caucus è la possibilità che la differenza tra il numero dei delegati ottenuti sia molto bassa. Quanto agli stati che votano con le primarie, il sistema distributivo varia da stato a stato e da partito democratico a partito repubblicano, e va dal sistema proporzionale a quello che prevede che il primo arrivato, anche se con uno scarto minimo, prenda tutti i delegati.

Una volta decretato il termine del caucus, le persone sono libere di lasciare la seduta, cosa che possono fare anche nelle fasi intermedie, correndo il rischio che il loro voti non conti, a meno che il presidente non stabilisca delle regole che salvaguardino il voto di chi si dovesse trovare in situazione di emergenza o in particolari circostanze familiari. La seduta continua comunque con chi vuole rimanere per eventuali discussioni sulla piattaforma programmatica del partito, ma soprattutto per la candidatura dei delegati da inviare alla convention generale. 

Il vantaggio di Sanders

Quanto alle previsioni attuali, Bernie Sanders è dato in vantaggio dai sondaggi in Iowa, ma anche Pete Buttigieg e Joe Biden sono ben piazzati. Elizabeth Warren è calata molto, ma se dovesse riuscire ad attirare i voti di Amy Klobuchar, che è data tra l’8 e il 9%, potrebbe risalire. D’altra parte se il 3,5% circa di Andrew Yang, unico altro candidato anti-establishment quotato in Iowa visto che Tulsi Gabbard qui non ha possibilità di piazzamento, dovesse propendere in massa per Bernie Sanders il suo divario dagli altri candidati potrebbe portarlo a una prima posizione molto netta. Insomma come sempre l’Iowa è un terno al lotto proprio per la particolarità di questo processo elettorale che può riservare molte sorprese. 

A vantaggio di Bernie contano molti fattori, quale ad esempio il record di affluenza registrata nei suoi comizi, soprattutto tra i giovani, anche se nelle ultime due settimane sia lui sia le senatrici Warren e Klobuchar hanno dovuto sospendere le loro iniziative infrasettimanali perché impegnati in senato per l’impeachment di Trump. 

Intervistato da Crystal Ball e Saagar Enjeti nel programma quotidiano The Rising, il noto giornalista e scrittore americano John Nichols, che da decenni segue caucus e primarie, si è espresso in termini che fanno sperare molto bene per Sanders, anche grazie alla potenza attrattiva di Alexandiaria Ocasio-Cortez (Aoc) che nello scorso fine settimana ha accompagnato Bernie in un intenso tour in Iowa al quale ha partecipato anche Michael Moore, replicando la trionfale giornata dell’endorsement di Aoc a Bernie a New York. Nichols – che ha seguito l’evento di Cedars Falls – ha sottolineato la straordinaria presa sul pubblico di Aoc, che i media mainstream fanno di tutto per far passare come una persona tipicamente «urban» che ha difficoltà nell’entrare in contatto con le realtà rurali del paese, 

«Se stai correndo per la presidenza e non puoi andare in Iowa, mandaci Aoc. […] Sono stato a un evento a Cedar Falls in Iowa dove la gente si era messa in fila fuori dall’edificio ore e ore prima che lei arrivasse. Non credo che fossero tutti lì per lei, penso che fossero lì per Bernie Sanders, ma non posso non sottolineare quale potente surrogato lei si sia dimostrata per Bernie Sanders».

*Elisabetta Raimondi è stata docente di inglese nella scuola pubblica. È attiva in ambito teatrale ed artistico, redattrice della rivista Vorrei.org per la quale segue da tre anni la Political Revolution di Bernie Sanders.

Da Jacobin Italia