……….Wall Street still rules, insomma. Ma c’è dell’altro a certificare un qualcosa di stonato nella narrativa bellica fra Pechino e Washington, condita con minacce più o meno dirette, tweets e veline.

Il 5 dicembre, infatti, la Banca Mondiale ha deciso di prolungare fino al 2025 il proprio programma di prestito agevolato nei confronti proprio della Cinariportando il massimale di concessione nel range di 1-1,5 miliardi di dollari all’anno, dopo che dai 2,4 miliardi del 2017 si era passati agli 1,3 miliardi dello scorso anno. In sé, nulla che abbia monopolizzato le prime pagine dei quotidiani o le aperture dei telegiornali.

Ma, in realtà, sono parecchie le note stonate nella vicenda.

Primo, statutariamente l’organismo fondato da John Maynard Keynes e Harry Dexter White ha come missione quella di finanziare i Paesi poveri o in difficoltà, non certo le superpotenze mondiali.

Secondo, altrettanto a livello pressoché ufficiale, la Banca Mondiale è riconosciuta come diretta emanazione del governo Usa, mentre il Fondo Monetario Internazionale vede un europeo alla sua guida in una tacito bilanciamento dei poteri post-Bretton Woods. E se nel 2012 l’allora presidente Barack Obama scelse per la prima volta un asiatico come numero uno della World Bank, l’antropologo coreano Jim Yong Kim, lo scorso aprile Donald Trump pose nettamente fine all’interim di Kristalina Georgieva nomimando il falco repubblicano David Malpass, vice-segretario al Tesoro di Ronald Reagan, ex capo economista di Bear Stearns e vice-segretario di Stato con George W. Bush. Insomma, un profilo da liberista ante-litteram. Il quale, invece, ha garantito un passaggio indolore alla decisione di finanziare ancora per cinque anni la Cina con denaro formalmente destinato alla lotta contro la povertà. E non poco denaro, visto che dal 2014 ad oggi anni la media è stata di 1,8 miliardi di dollari all’anno.

Terzo, la decisione è stata violentemente contestata da quello che, di fatto, è lo sponsor principale della Banca Mondiale, ovvero il Tesoro Usa nella persona del suo numero uno, Steven Mnuchin. Il quale, parlando al Financial Services Committee della Camera, ha dichiarato che “anche un solo dollaro sarebbe troppo, se destinato a Pechino. La Cina, infatti, utilizza quel denaro per i progetti legati alla Belt and Road Initiative e per finanziare a sua volta i Paesi africani, in quella che rappresenta una strisciante e ricattatoria opera di colonizzazione. In più, è inaccettabile che la Banca Mondiale supporti finanziariamente un Paese che vìola palesemente i diritti umani”.

Communication breakdown fra Capitol Hill e la World Bank, citando i Led Zeppelin? Oppure ennesimo gioco delle parti fra Cina e Usa, tanto per mantenere credibile agli occhi dell’opinione pubblica la narrativa dello scontro senza esclusione di colpi?

Difficile dirlo. Di certo c’è che, al netto della solo formale indipendenza della Banca Mondiale dal governo Usa, appare quantomeno strano che a meno di una settimana dalla firma da parte di Donald Trump della legge bipartisan in sostegno alle proteste di Hong Kong, la più yankee delle istituzioni sovranazionali stacchi un assegno potenziale da 7,5 miliardi in cinque anni per finanziare a costi irrisori le politiche di Pechino……

Da Business Insider Italia