Dopo quasi due settimane di estenuanti trattative, Conte ha rinunciato all’idea di imbarcare 4 dei 23 partiti comunisti presenti in Italia nella compagine governativa. Le difficoltà erano emerse fin dall’inizio, persino sul piano procedurale, quando, nella sala di Palazzo Chigi dove il presidente del Consiglio ha accolto Acerbo, Alboresi, Ferrando e Turigliatto, gli ospiti si sono accorti che il tavolo dove dovevano svolgersi gli incontri era rettangolare, e non rotondo come si aspettavano (soprattutto Alboresi, che ha ricordato come sulla questione si fosse discusso a lungo persino alle conferenze di pace di Parigi per il Vietnam). Una volta risolta la questione, grazie alla generosità di Turigliatto, che ha messo a disposizione un tavolino rotondo pieghevole da giardino (andando personalmente a prenderlo in autobus alla sezione di San Lorenzo di Sinistra Anticapitalista), i problemi non hanno fatto altro che aggrovigliarsi. Già il secondo giorno, all’arrivo di Conte a Palazzo Chigi, il premier si è trovato di fronte un nutrito gruppo di esponenti dei partiti comunisti esclusi dalle trattative. I leader del Partito d’Azione Comunista, di Sinistra Classe Rivoluzione, del Partito dei Carc, del Partito Marxista-Leninista, del Partito Comunista e di un’altra decina di sigle si accalcavano all’entrata, chiedendo di essere ammessi alle trattative. Conte, sconcertato, ha confessato, anche davanti ai numerosi giornalisti intervenuti, la sua ignoranza dell’esistenza di quasi tutti i partiti presenti (“ho riconosciuto solo quello alto e pelato, perché mi sembra di averlo visto in tv, ma credevo fosse il console della Corea del Nord“, ha rivelato). Per calmare le acque, ha promesso che ne avrebbe discusso con i 4 dirigenti comunisti già contattati, e ha accettato i volantini che ogni partito aveva per l’occasione prodotto. Nei giorni successivi però nessuno degli altri 19 partiti comunisti è stato convocato, per l’opposizione dell’uno o dell’altro dei 4 “privilegiati” alla presenza di uno o più degli esclusi. Solo Rizzo, per vie non ancora chiarite, è riuscito a far arrivare a Conte una bozza di programma con le richieste del suo partito per passare dalla “durissima opposizione” ad, almeno, una benevola astensione. Lo scrivente non è riuscito ad entrare in possesso del documento ma, da alcune indiscrezioni, pare che, tra l’altro, ci fosse la richiesta di dichiarare giorno festivo il 16 febbraio (compleanno di Kim Jong Il) con la scusa che si poteva posticipare di due giorni S. Valentino, al che Conte avrebbe esclamato “Allora avevo ragione io su quello alto e pelato!” Ma le difficoltà maggiori sono venute dalle richieste avanzate da un lato da Conte, e dall’altro da quella che, tra gli impiegati di Palazzo Chigi, cominciava ad essere chiamata “la banda dei Quattro”. Uno scoglio importante è stata la proposta avanzata da Conte, fatta per aggirare la recente risoluzione del Parlamento Europeo, di togliere dal nome dei rispettivi partiti la parola “comunista”, e dal simbolo la falce e il martello. La levata di scudi è stata, a quanto pare, unanime, ed è iniziata un’accesa discussione su cosa volesse intendere il Parlamento Europeo con la parola “comunismo”, discussione durante la quale il premier, per sua stessa ammissione, si è trovato spiazzato. Quando, dopo 8 ore di discussione, Conte è uscito dalla sala, palesemente sconvolto e coi capelli arruffati, ha dichiarato ai giornalisti presenti in trepidante attesa che non si sarebbe mai aspettato un dibattito così acceso. Ha peraltro ammesso che le sue conoscenze sul comunismo erano piuttosto sommarie, limitandosi alla lettura del “Manifesto” di Marx-Engels a fumetti (letto in gioventù) e al “Libro Nero del Comunismo”, prestatogli da Salvini un anno fa (che tra l’altro aveva dimenticato di restituire). Nei giorni successivi (un vero tour de force per il povero premier, che, tra ILVA e acqua alta a Venezia aveva anche altro a cui pensare) c’è stato il “pressing” da parte dei 4 sulla bozza di programma. Pare siano state presentate almeno 400 richieste di modifica del programma governativo, dalle nazionalizzazioni (senza indennizzo secondo Turigliatto e Ferrando) dell’ILVA, della Whirlpool e di tutte le imprese sopra i 500 dipendenti (sopra i 15 per la coppia Turigliatto-Ferrando), alla rottura delle relazioni diplomatiche con Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Brasile, USA, Russia (con il dissenso, in questo caso, di Alboresi), Ucraina, Polonia, Ungheria, Israele, e altri 76 stati nel mondo (“Rimarrebbero fuori solo San Marino e Cuba“, avrebbe esclamato, tra il serio e il faceto, il presidente del Consiglio). Solo sulla richiesta di totale abrogazione della legge Fornero e dei decreti sicurezza pare ci sia stata una certa apertura da parte del premier, secondo quanto si apprende da fonti ben informate. Comunque, alla fine di questa lunga tornata di trattative il tavolo è saltato (anche fisicamente, visto che il pieghevole di Turigliatto era vecchio e arrugginito) per manifesta incompatibilità tra le richieste dei 4 e il precedente accordo PD-M5S-LeU. Anche il tentativo, fatto in extremis da Turigliatto, di andare a bere un aperitivo tutti e cinque al bar vicino al Senato, offerto da Sinistra Anticapitalista grazie alla sottoscrizione annuale, non ha sortito effetto. Ora il premier dovrà continuare a mantenere in piedi un governo traballante e pieno di contraddizioni senza l’appoggio di nessuno dei 4 partiti. Con quali concrete possibilità di sopravvivenza lo si vedrà nei prossimi giorni.

Feiknius