Dopo la proclamazione dei risultati delle ultime elezioni presidenziali il 20 ottobre scorso, la Bolivia vive la più profonda crisi politica dopo il 2006, anno in cui Evo Morales fu eletto per la prima volta. Il 10 novembre 2019, al culmine di una situazione caotica nel paese, il presidente della Bolivia annuncia le dimissioni dalla sua carica rimettendo il mandato. È l’atto finale di un colpo di Stato operato dalla destra evangelica e ferocemente neoliberista capitanata da Luis Fernando Camacho, imprenditore dell’area di Santa Cruz appartenente in passato a un gruppo paramilitare la cui missione era la “caccia agli indigeni”…

La situazione poco chiara relativa al conteggio delle preferenze nella corsa tra Morales e Carlos Mesa, esponente della destra neoliberista classica, aveva dato l’occasione a Mesa di creare il 23 ottobre la Coordinadora en Defensa de la Democracia per chiedere o le dimissioni del governo o un secondo turno elettorale. L’OSA (Organizzazione degli Stati Americani, fortemente influenzata dagli Stati Uniti) aveva sostenuto la seconda richiesta previa verifica del conteggio delle schede il cui esito avrebbe dovuto essere comunicato il 12 novembre. In seguito a questa richiesta, è stata però l’estrema destra fascista di Camacho a prendere il sopravvento scatenando una violenza brutale contro edifici governativi, abitazioni private di dirigenti del MAS, abitanti originari del paese. I moti scatenati da questa destra avevano poi fatto sì che Morales proponesse la costituzione di un nuovo Alto Tribunale Federale e l’indizione di un nuovo turno elettorale, acconsentendo così alle richieste di Mesa e dell’OSA, nella speranza di placare le proteste, così come aveva richiesto la centrale sindacale più importante del paese, la COB, nel vano auspicio di fermare queste violenze. Tuttavia, pur di fronte a questa apertura Mesa e Camacho hanno rifiutato la proposta invocando le dimissioni dal governo e dall’intero parlamento di tutti gli eletti del MAS e la costituzione di un governo provvisorio, rendendo così chiare le loro vere intenzioni. Persino l’OSA era stata più moderata nelle sue richieste trovando un compromesso con Morales… In una successione molto rapida degli eventi, i due leader della destra boliviana avevano poi fatto appello ai militari affinché sostenessero le loro rivendicazioni, desiderio puntualmente esaudito quando il Capo di Stato Maggiore si era unito al coro che chiedeva le dimissioni di Morales, ricostituendo la santa alleanza tra i militari e l’estrema destra, purtroppo ben nota nella storia della Bolivia.

È una destra estremamente pericolosa, revanscista, che non esita a percorrere fino in fondo la strada della repressione più violenta e sanguinosa contro le classi popolari, di cui la storia della Bolivia è piena. D’altro canto, il riconoscimento dell’autoproclamata presidentessa della Boliva, la  Jeanine Añez, da parte di Bolsonaro e l’approvazione di Trump non lascia molto spazio all’immaginazione.

Così come è chiaro l’interesse del capitale internazionale verso i giacimenti di litio di cui è ricco il paese, necessari alla costruzione di batterie di nuova generazione con cui operare politiche di greenwashing.

I semi della disfatta

Tuttavia, c’è da chiedersi quale sia il motivo per cui una destra fascista come quella di Camacho, analoga a quella di Bolsonaro in Brasile, ha potuto agire praticamente indisturbata ottenendo che il governo del MAS si sciogliesse come neve al sole, con resistenze prima e durante del golpe nulle o quasi, con il consenso di quasi metà della popolazione. Dal punto di vista di una solidarietà internazionalista che sia davvero tale, e non l’apologia acritica di qualsiasi esperienza politica e/o sociale, occorre dire che i semi di questa disfatta erano stati da tempo posti dallo stesso Morales.

Non c’è dubbio che l’operato del MAS al governo era riuscito a porre un argine importante all’apartheid nei confronti delle popolazioni originarie del paese, e che le sue politiche redistributive erano riuscite a ridurre la povertà e sviluppare sanità e istruzione, insieme alla nazionalizzazione di alcuni settori strategici dell’economia (ma indennizzando gli ex-proprietari, errore gravissimo). Tuttavia, come peraltro accaduto in Venezuela, la dipendenza da un modello estrattivista, l’insistenza sulla crescita economica, la predilezione per la gestione degli apparati statali a detrimento della promozione del rafforzamento degli organismi di potere popolare, un illusorio compromesso con settori della borghesia andina ed estera, ha progressivamente segato il ramo su cui il governo era seduto, tanto più da quando dal 2014 il sensibile abbassamento del prezzo delle materie prime, soprattutto quelle agricole, aveva colpito un paese fortemente dipendente dalle esportazioni. Per non parlare di un aumento del debito estero, mai messo in discussione dal governo.

In secondo luogo, la sconfitta nel referendum del 2016 che puntava a garantire la possibilità del presidente di candidarsi oltre i due mandati, limite previsto dalla stessa nuova Costituzione. Il ricorso di Morales all’Alto Tribunale Federale, a maggioranza MAS, aveva poi annullato il pronunciamento referendario, ma aveva cominciato a scavare un solco nel sostegno al presidente boliviano, che appena nel 2014 era stato eletto con ben il 62% dei voti.

Infine, c’è da richiamare l’idealizzazione e la teorizzazione, ad opera di Alvaro Garcia Linera, di un modello accentratore e sostituzionista, populista in senso tradizionale, del leader come incarnazione della volontà del popolo. In base a questa concezione, fintanto che un leader del genere ha il potere, incarna di per sé le aspirazioni popolari e le sorti stesse del processo si indentificano con lui. È evidente come questa concezione abbia operato profondamente in Bolivia, concependo lo stesso MAS come una macchina elettorale al servizio del governo e non come strumento di crescita e promozione di una coscienza politica di massa.

La combinazione di questi due fattori ha prodotto una sensibile erosione dei consensi alle politiche del governo, al MAS e allo stesso Morales, spiegando l’incapacità di mobilitare perfino settori tradizionali della sua base sociale, come a Potosì e a Cochabamba, nei momenti cruciali del golpe delle destre.

Una vicenda che non è ancora chiusa

I tristi avvenimenti in Bolivia confermano ancora una volta le lezioni della storia, l’ultima delle quali aveva avuto un tragico epilogo in Cile nel 1973: l’indisponibilità a portare fino in fondo un processo rivoluzionario, espropriando le classi dominanti dal potere politico, mediatico ed economico, rafforzando la democrazia socialista e il potere delle lavoratrici e dei lavoratori attraverso organismi loro propri, l’illusione della conciliazione di classe senza rompere nettamente con l’imperialismo, hanno sempre condotto a gravi lutti e grandi tragedie, favorendo la vendetta sociale delle classi dominanti e gli spargimenti di sangue ad essa seguiti.

Ciò nonostante non possiamo incorrere in alcun equivoco. La COB ha proclamato uno sciopero generale se entro 24h non sarà ripristinato l’ordine costituzionale e i quartieri popolari a maggioranza indigena stanno cominciando a organizzare la resistenza all’estrema destra, il cui primo atto è stata ieri una grande manifestazione di piazza a La Paz. Senza alcuna titubanza, consapevoli che una piena vittoria del golpe segnerebbe un grave arretramento delle conquiste sociali in Bolivia e un rafforzamento della reazione in tutta l’America Latina, esprimiamo la nostra piena solidarietà al popolo boliviano contro la furia e il revanscismo razzista e classista dell’estrema destra, e chiediamo:

  • la fine delle persecuzioni contro la sinistra boliviana, i quartieri popolari e i popoli originari
  • la fine della violenza sulle donne operata dalle squadracce fasciste
  • una condanna netta del colpo di Stato contro Evo Morales e il suo governo

CON LA RESISTENZA DEL POPOLO BOLIVIANO IN LOTTA, ESTENDIAMO LA SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALISTA!