Il 16 settembre di 15 anni fa, a 81 anni d’età, se ne andava un grande compagno, un militante che meritava in pieno la qualifica brechtiana di “indispensabile”. Non parlerò in questo brevissimo ricordo del Maitan che tutti, a sinistra, più o meno conoscono: il Maitan della resistenza antifascista nelle file della sinistra dello PSIUP, il Maitan che polemizza, col suo stile correttissimo, da “aristocratico” direbbe qualcuno, con Nenni e con Pertini, con Togliatti, con Berlinguer o con Bertinotti; il Maitan sodale di un suo grande coetaneo, Ernest Mandel; il Maitan che discute con Roberto Santucho (dirigente del PRT-ERP argentino, guerrigliero) e coi leader del maggio francese, Krivine in primis; ecc. ecc. Se qualcuno ha voglia di saperne di più, si legga il suo ultimo libro, “La strada percorsa”. Voglio ricordare qui alcuni piccoli aneddoti più personali, del Maitan che ho conosciuto io. La prima volta che incontrai Livio fu durante il Festival del Proletariato Giovanile organizzato da Re Nudo, al Parco Lambro, a Milano, nell’estate del 1976. Avevo da pochi mesi aderito alla Quarta Internazionale, andandomene da Avanguardia Operaia, in cui militavo dal 1972. Stavo facendo il “servizio d’ordine” alla festa, nel settore affidato ai GCR, insieme ad un compagno giovanissimo (di nemmeno 18 anni) quando vedo arrivare Livio, accompagnato da una militante sindacale dell’Imperial, la compagna Flora. Livio, vedendomi con la bandiera della Quarta, mi si avvicina per chiedere informazioni. Mentre sto parlando con lui e con Flora, il giovanissimo compagno dice con entusiasmo “Che bello vedere un vecchio signore che la pensa come noi!“. Ed io, di rimando “Guarda che questo ‘vecchio signore’ è da cinquant’anni che si batte per la rivoluzione mondiale“. Al che Livio (che aveva all’epoca 53 anni), evidentemente un po’ seccato, commentò “Ai miei tempi non cominciavamo così piccoli“. Avrei voluto sprofondare! Non conoscevo allora l’età esatta di Livio, ma a me sembrava molto vecchio (io avevo 21 anni) e di gente della sua età, nei “gruppi”, ce n’era poca. Già un trentenne era quasi una rarità (esattamente all’opposto di oggi, ahimè!) figuriamoci un militante che, ai miei occhi di ragazzotto ignorante, incarnava l’Internazionale (fondata nel ’38) e pure tutta l’Opposizione di Sinistra internazionale, dal ’23 in poi! D’altra parte, anche ammettendo che avesse più anni di quelli che aveva in realtà, sarebbe stato difficile ipotizzare una militanza di mezzo secolo! Una gaffe che mi fa vergognare ancor oggi, a 43 anni di distanza. E di fronte alla bella e giovane compagna dell’Imperial, poi! Rividi Livio abbastanza spesso, nei decenni successivi, nelle riunioni nazionali e locali dei GCR, poi della LCR, poi di DP e infine del PRC. Ricordo sempre con affetto e ammirazione i suoi interventi lucidi, razionali, che non scadevano mai nell’invettiva gratuita e volgare (come capita spesso a molti compagni, me compreso, purtroppo). Si alzava (non riusciva a parlare da seduto, anche se la riunione era composta da pochi compagni) e cominciava ad argomentare, figlio del Secolo del Lumi, del Socialismo ottocentesco, del marxismo rivoluzionario del Novecento. Ricordo l’ultima volta che lo vidi, parlai con lui, lo ascoltai. Fu a Londra, nel settembre del ’98, in occasione di un convegno “unitario” dei variopinti gruppi trotskisti britannici per il 60esimo anniversario della fondazione della Quarta Internazionale. In un ottimo inglese (una delle tante lingue che dominava, grazie alla sua cultura e al suo girovagare nelle varie sezioni della Quarta) terminò l’intervento rivendicando con palese soddisfazione uno dei risultati più significativi del suo più che cinquantennale (allora sì, non come nel ’76!) impegno politico: esser riuscito, con il voto suo e degli altri compagni della sezione italiana, a far cadere un governo borghese! Si riferiva ovviamente alla caduta del primo governo Prodi, messo in minoranza grazie alla sfiducia di Rifondazione (o meglio della sua maggioranza, i “bertinottiani” e, appunto, i “quartini”, che appoggiarono “criticamente” Bertinotti in questa svolta a sinistra per permettergli di battere la destra interna di Cossutta). Tra il primo e l’ultimo incontro venne un paio di volte a cena dai miei, quando era a Brescia. E in una di queste occasioni mi rifilò un elogio del calcio (lui era stato calciatore nel Venezia, da giovane) che era, a quanto ho capito, la sua seconda passione. Ricordo che mi bistrattò alquanto, per il mio atteggiamento che secondo lui era da snob (non ho mai amato il calcio, ed in genere gli sport, a parte la vela e il nuoto) raccontandomi vari aneddoti che avrebbero dovuto convincermi dell’importanza e bellezza di questo sport popolare. Devo dire, caro Livio, che questo è l’unico argomento sul quale non mi hai mai convinto! Continuo a non amare questo gioco, che hai continuato a praticare anche quando già ti costava troppo, in termini di fatica e respirazione. Ma per un combattente come te, probabilmente quello che tirasti a Prodi fu un rigore eccezionale. E hai meritato il mio applauso, e la standing ovation di tutta l’Internazionale!

Flavio Guidi

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