In realtà l’entrata “in maggioranza” nel PRC, sia a livello nazionale che locale, era e rimase per tutta quella breve stagione, legata ad un appoggio critico alle posizioni del “centro” bertinottiano. E l’aspetto della criticità spesso prevalse su quello dell’appoggio. Anche perché, a Brescia più che altrove (per esempio a Roma) l’ex area di opposizione di sinistra, ben più ampia degli ex LCR, restava comunque segnata dalla presenza prevalente dei cosiddetti “trotskisti”, ed era percepita, tutto sommato, come un “corpo estraneo” dalla maggioranza bertinottiana (in gran parte ex ingraiani del PCI), per non parlare dell’ala destra “grassiana”, che, pur non avendo aderito al cossuttiano PdCI, di quest’ultimo condivideva buona parte della cultura politica. Per fortuna questi sono gli anni del cosiddetto “movimento dei movimenti” (soprannominato anche “No Global”, o antiglobalizzazione) che, partito da Seattle alla fine del ’99, si andava estendendo un po’ a tutto il pianeta durante i primi anni del nuovo millennio. Anche a Brescia nasceva un Forum Sociale Bresciano (tra l’altro uno dei più vivaci e numericamente significativi su scala nazionale) a cui parteciparono in massa anche i militanti del PRC, ed in particolare i compagni provenienti dall’esperienza LCR e poi DP. L’ingresso in segreteria provinciale di due esponenti della sinistra, Fiorenzo Bertocchi (ex LCR) e Donatella Benini, entrambi operai, rappresentava una novità nella decennale storia del PRC bresciano, frutto da un lato dell’appoggio critico alla maggioranza di cui parlavo poc’anzi, ma soprattutto del nuovo movimento di massa in cui i nostri compagni risultavano inseriti con ruoli importanti. Anche nel lavoro del partito sulla questione ambientale (come nel tradizionale lavoro internazionalista, un po’ il “marchio” della nostra corrente) il ruolo dei nostri compagni risultò decisivo. L’altra faccia della medaglia di questo nuovo ruolo dirigente fu il progressivo indebolimento della coesione interna non solo dell’area di ex opposizione di sinistra, ma persino nel “nucleo duro” d’origine LCR. Le riunioni dell’Associazione Bandiera Rossa divennero sempre più sporadiche, fino quasi a scomparire, e il lavoro politico divenne sempre più legato da un lato al Forum Sociale Bresciano, dall’altro al lavoro di partito (il PRC) tout court. Significativamente in questo periodo chiudeva definitivamente i battenti, dopo oltre mezzo secolo di esistenza, il periodico “Bandiera Rossa”, organo storico della sezione italiana della Quarta Internazionale. La sua sostituzione, nel 2002, con una nuova rivista bimestrale, “Erre” (come Rivoluzione), voleva significare l’apertura di una nuova fase, più aperta della precedente ai contributi di quasi tutte le “anime” della sinistra. La “nuova” Rifondazione, che per la prima volta, con le parole di Bertinotti, dichiarava “l’incompatibilità tra comunismo e stalinismo”, riusciva ad intercettare, nonostante errori e burocratismi, buona parte della radicalizzazione giovanile in Italia e a Brescia. Sembrava, non solo a noi, che soffiasse un vento nuovo, che avrebbe rinnovato il partito, permettendo, con un paziente lavoro di vera rifondazione, di sbarazzarsi poco a poco del fardello togliattiano e moderato che tanto avevano condizionato non solo il vecchio PCI, ma anche il nuovo partito nato 10 anni prima. E il congresso dell’aprile 2002, definito “della svolta a sinistra”, sembra dar ragione, perlomeno sulla carta, alla nostra tattica di appoggio “critico” alla maggioranza bertinottiana del PRC. Dal punto di vista elettorale, in Italia (ma ancor più a Brescia), la svolta a sinistra non sembra premiare più di tanto. Pesano non solo la scissione della destra cossuttiana (30 mila iscritti in meno, il 2% circa di voti alle europee del 1999 e 1,7% alle politiche del 2001) ma anche la vera e propria campagna di linciaggio mediatico lanciata da tutta la stampa orientata verso il centro-sinistra (Repubblica in testa) che non poteva non avere effetti su un elettorato proveniente in gran parte dal PCI (e che vedeva comunque nei DS, ex PDS, dei “fratelli separati”). Anche se, superando il 5% alle politiche del 2001 (1,9 milioni di voti), il PRC recupera un po’ sul 4,3% delle europee e si conferma l’unico partito, al di fuori dei due poli, a superare lo sbarramento e ad eleggere parlamentari, a Brescia i risultati sono meno lusinghieri. Siamo ben lontani dal 6,7% (7.500 voti) delle comunali del 1994, e persino al di sotto di quelle del ’98 (quando fu eletto il diessino Paolo Corsini), 3,7% e 3.500 voti) per il segretario del partito, il cossuttiano Lamberto Lombardi. Alle comunali del 2003 il PRC, candidando Mirko Lombardi, otteneva poco più di 3.000 voti (3,25%). Magra consolazione avere ripreso quasi gli stessi voti del 1998, prima della scissione dei cossuttiani (che appoggiarono Corsini, ottenendo per la loro lista 1.300 voti e l’1,4%). Si era comunque ben lontani, sia come iscritti, sia come voti (e come militanti) dalle cifre del periodo 1991-1998. Indicativa del fatto che, nonostante il grosso impegno nei movimenti e l’ingresso nella maggioranza della federazione, il nostro gruppo venisse percepito ancora come una specie di corpo estraneo dal grosso dei compagni del PRC, la semplice constatazione che nessuno dei compagni dell’ex opposizione di sinistra venisse eletto, né in città, né in provincia. In questi due-tre anni, comunque, a Brescia come nel resto del paese, il PRC mantenne più o meno coerentemente (con molti punti interrogativi, è vero, soprattutto sul piano regionale e locale) un profilo di opposizione dura alla destra, uscita vittoriosa alle elezioni del 2001, ma anche, in misura certo diversa, anche alla coalizione di centro-sinistra. Probabilmente il fatto che a Brescia si decise coerentemente di non appoggiare il candidato del centro-sinistra (prima Martinazzoli, poi Corsini per ben due volte) fu in parte anche il risultato della nostra relativa forza all’interno del partito, oltre che della quasi sicura vittoria del centro-sinistra (come puntualmente avvenne nel 1994, nel 1998 e nel 2003) che rendeva meno credibile il ricatto del cosiddetto “voto utile” antiberlusconiano. Ma il periodo della “svolta a sinistra” sembra volgere rapidamente alla fine, dopo le grandi battaglie contro la guerra e per la difesa ed estensione dello Statuto dei Lavoratori. L’accusa eterna di “fare il gioco di Berlusconi”, che da un decennio pendeva come una spada di Damocle su un partito che sembrava non riuscire a decidersi se essere alternativo al centro-sinistra oppure rassegnarsi ad esserne la “costola” di sinistra, spinge Bertinotti (e la grande maggioranza di chi lo segue a Brescia) a cercare un riavvicinamento all’Ulivo. A partire dalla primavera del 2003 si moltiplicano incontri, trattative, aperture. D’Alema è in prima linea in questo percorso di riavvicinamento, che durante l’estate 2003 subisce un’accelerazione, suscitando malumori crescenti nella nostra corrente, contraria a quello che considera come un cedimento di Bertinotti e della maggioranza del gruppo dirigente. Ormai si parla apertamente delle possibilità di costruire un vero e proprio accordo di governo tra PRC ed Ulivo, andando addirittura oltre le fallimentari politiche di appoggio esterno del 1996-98. Insomma, la frase bertinottiana del 2000 (“rompere la gabbia del centro-sinistra”) sembra ormai lontana anni-luce. Questa incipiente “svolta a destra” ha anche degli riflessi nel dibattito che attraversa il partito nei mesi a cavallo tra il 2003 e il 2004 sulla questione della “non violenza”, e che anche a Brescia vedrà confrontarsi le varie correnti, interne ed esterne alla maggioranza. La nostra corrente (che viene definita dai mass-media spesso come “i trotskisti di Maitan” o col nome della rivista Erre), pur non contrapponendosi ancora duramente alle posizioni espresse da Bertinotti (come la corrente di Progetto Comunista, da sempre rimasta all’opposizione), prende, seppur con una certa prudenza, le distanze da quelle posizioni anche su questo importante nodo teorico. Quando, nel gennaio 2004, nell’incontro di Berlino per il lancio del Partito della Sinistra Europea, Bertinotti proporrà l’abbandono non solo dello stalinismo (sul quale c’era ovviamente il nostro accordo) ma pure del leninismo, e l’adozione della prospettiva strategica della non violenza, era chiaro che i giorni del famigerato nostro “appoggio critico” al centro bertinottiano erano ormai contati. Al successivo Comitato Politico Nazionale di marzo si assiste ad un ribaltamento degli schieramenti interni: intorno alla proposta di un accordo di governo col centro-sinistra si crea una nuova maggioranza tra i bertinottiani e la destra di Grassi, mentre la nostra corrente passa di nuovo all’opposizione (a fianco delle altre due correnti trotskiste, quella di Ferrando e quella di Falce e Martello). Il buon risultato delle elezioni europee del giugno 2004 (quasi 2 milioni di voti, 6,1%) spingono Bertinotti e la maggioranza del PRC a continuare ed approfondire la svolta a destra iniziata da circa un anno. Ma portano, tra l’altro (vedi il case di Nunzio D’Erme a Roma) ad una rottura con alcuni settori di movimento che avevano appoggiato Rifondazione durante la breve stagione della “svolta a sinistra”. E la decisione di partecipare alle eventuali primarie del centro-sinistra, proposta da Prodi in luglio, chiarisce che, al di là del passaggio (statutariamente necessario) congressuale, i giochi sono già fatti. A Brescia, come nel resto del paese, la nostra corrente (futura Sinistra Critica) passa definitivamente all’opposizione. Con la differenza, rispetto alla maggior parte delle altre realtà nazionali, di poter contare sull’appoggio di una minoranza molto consistente (circa il 30% degli iscritti alla Federazione bresciana). Cifra che, ovviamente, va molto al di là degli ex LCR (o “quartini”, come venivamo spesso definiti), ma che vede nella componente storica proveniente da questa esperienza il nucleo fondamentale di questa nuova “opposizione di sinistra”.

(continua)

Flavio Guidi