Pubblichiamo un breve articolo del compagno torinese Diego Giachetti, apparso, tra l’altro sul nostro sito nazionale. Da troppo tempo non si discute di “teoria”, soprattutto con i compagni eredi della tradizione “post-operaista” (e mi verrebbe da dire post-post-operaista), presenti a Brescia soprattutto nell’area del CS “Magazzino 47”. Quando questa corrente della sinistra rivoluzionaria apparve anche a Brescia, oltre 40 anni fa, molti di noi ne sottovalutarono l’impatto (anche perché da noi Potere Operaio era inesistente, e i vari gruppetti che sembravano richiamarsi alla cosiddetta “autonomia”, nati tra il ’75 e il ’76, provenivano in gran parte dal maoismo e non certo dall’operaismo “classico”). E, nonostante le divergenze, ci fu tra noi “trotskisti” e “loro” una specie di “patto d’azione” comune, in alternativa a ciò che ci sembrava una deriva moderata del grosso dell’estrema sinistra bresciana (Pdup, DP, MLS, ma anche i residui di Lotta Continua). Nelle lotte comuni di allora (in particolare quelle contro la repressione) si sviluppava comunque un vivace dibattito tra noi, che ci consideravamo in un certo senso depositari della tradizione marxista rivoluzionaria “storica”, e “loro”, che si percepivano come gli “innovatori” (e a noi sembravano anche troppo tali!). Quelle discussioni andarono affievolendosi durante il “riflusso” degli anni ’80, anche se continuammo nelle lotte comuni. La nascita di Rifondazione, dopo il 1990-91, assorbì il grosso del nostro dibattito “teorico” nelle polemiche interne al partito, in particolare con le “culture” provenienti dal PCI, ampiamente maggioritarie nel nuovo contesto. E, in un certo senso, ci abituammo al nuovo quadro dei rapporti di forza interni alla “sinistra radicale” bresciana, dove il PRC rappresentava il 90% delle energie militanti. La crisi del PRC, iniziata nel 2006-07, aggravatasi dopo l’ennesima scissione “vendoliana” del 2009, proseguita nel nuovo decennio con il fallimento delle varie ipotesi ricompositive (ultima delle quali quella di Potere al Popolo, meno di un anno fa) ha creato una situazione che abbiamo stentato a comprendere (o meglio, ai cui strascichi abbiamo faticato a sottrarci). Sarebbe utile, dopo oltre un trentennio, poter riprendere un dibattito che sarebbe quanto meno auspicabile tra i pochi “sopravvissuti” della radicalizzazione giovanile degli anni Settanta.

Ciò che è noto non necessariamente è conosciuto. Se è noto che esiste una corrente politica che si richiama all’operaismo, più controversa risulta essere la spiegazione di cosa sia l’operaismo, fatta con un’esposizione chiara, comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Per colmare questa mancanza Gigi Roggero, con l’aiuto non secondario di Guido Borio, ha pubblicato un agile libro, L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia, metodo (Derive Approdi 2019) che si presenta come una guida storico-politica dei territori in cui è vissuto e vive l’operaismo.

Operaismi e operaismo

Nel corso del Novecento sono esistiti più operaismi, declinati in varie forme politiche e sindacali. Quello di cui si parla in questo libro è un operaismo che non ama la condizione operaia, non ne fa un’icona, non santifica il lavoro e il lavoratore, anzi agisce affinché gli operai si ribellino contro se stessi, contro la loro condizione per liberarsi da quel ruolo, negarsi come capitale variabile al servizio di quello costante e liberarsi dal lavoro così come lo vuole il capitalismo. Gli operaisti non cercano gli operai idealizzati dalla tradizione socialcomunista, cercano gli operai che non amano il loro lavoro, rifiutano la propria condizione e il capitale che la produce. Essendo un “prodotto” italiano, l’operaismo nasce da una rottura col marxismo dominante nel secondo dopoguerra, pregno di idealismo, come ricorda Mario Tronti, separandosi senza timore anche dall’icona intoccabile di Gramsci. L’operaismo quindi non è definibile come un’eresia all’interno della chiesa marxista, è un atto di rottura con essa, tant’è che gli operaisti si definiscono, fin dalle origini, marxiani e non marxisti.

I presupposti

L’humus nel quale nasce, cresce e si sviluppa l’operaismo è databile nella seconda metà degli anni Cinquanta quando si avvia un processo di rottura ridefinizione della politica che rompe con la tradizione socialcomunista. Nascono riviste che aprono un dibattito a sinistra che si arricchirà con la pubblicazione, nei primissimi anni Sessanta, di «Quaderni Piacentini» e «Quaderni Rossi». Quest’ultima, sorta per impulso del socialista Raniero Panzieri, concentra la sua attenzione sulla fabbrica, scommettendo sulla ripresa della lotta operaia. La rivista mette assieme persone e personalità con percorsi diversi. A Torino un gruppo di giovani sociologi e Romano Alquati che è in contatto con un gruppo di milanesi detto dei “fenomenologi”, poi ci sono i romani, Mario Tronti e Asor Rosa, e gli agganci coi veneti dove già opera un giovane intellettuale: Toni Negri.
Secondo Panzieri e i giovani sociologi, «Quaderni rossi» si propone come strumento di critica e inchiesta per mettere in tensione e trasformare le istituzioni del movimento operaio. L’inchiesta operaia viene assunta nella sua dimensione sociologica al fine di conoscere la condizione operaia, mantenendo però la separazione tra produzione della conoscenza e organizzazione, la prima deve essere rappresentata dalla seconda, sindacato o partito che sia. Diversamente la conricerca è qualcosa di più di una declinazione particolare dell’inchiesta, è un «metodo di azione politica di base», che ha per scopo la trasformazione della condizione operaia oggettiva in forza soggettiva. Fare conricerca significa inserirsi nella lotta operaia per elaborare assieme ai lavoratori un progetto politico organizzato. Sono impostazioni diverse che portano alla nascita per separazione del gruppo riunito attorno alla rivista «Classe operaia».

L’operaismo di «Classe operaia».

In senso stretto, l’operaismo inizia con «Classe operaia», col tentativo di superare la divisione tra l’intellettuale e il militante, tra il sapere e l’agire politico. Due componenti di una stessa generazione, i giovani intellettuali “eretici” e i giovani operai della fabbrica tayloristica, di recente immigrazione e addetti ai lavori dequalificati, provano a incontrarsi mediante l’intervento in fabbrica, scavalcando le intermediazioni sindacali e partitiche. È una scommessa sulle lotte che verranno e sui nuovi protagonisti di queste lotte le cui avvisaglie si colgono negli scontri di Piazza Statuto a Torino nel 1962 e, prima ancora, nei ragazzi dalle «magliette a strisce» nelle strade di Genova nel 1960. Sul paino teorico Marx è riletto contro i marxismi, il Capitale contro il capitale. Lo dice bene Mario Tronti, considerare prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie, è un errore: «occorre rovesciare il problema, ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia. Lo sviluppo capitalistico è subordinato alle lotte operaie, viene dopo di esse», non è dunque la collocazione di classe a determinare la lotta, ma al contrario è la lotta a che forma la classe.
Guido Borio sostiene che nella storia dell’operaismo emergono tre figure emblematiche per la capacità di elaborazione, proposta e ragionamento teorico: Mario Tronti, Toni Negri e Romano Alquati. Tronti si caratterizza per l’attenzione al politico, Negri al soggetto, Alquati al processo. Mentre i primi due sono nomi “noti” e ricorrenti, Romano Alquati è poco valorizzata in Italia e quasi sconosciuto all’estero. Alquati promuove e insiste sul lavoro di conricerca, modo per relazionarsi con militanti operai. Nell’operaismo, Alquati si colloca come “un cane in chiesa”, scrive Borio, non solo nell’università ma ovunque si è trovato, anche tra molti «compagni», è sempre stato uno che dava fastidio e per questo il suo pensiero è stato quasi sempre ignorato, ma dare fastidio è forse la più significativa qualità di una soggettività rivoluzionaria.

Il buco nero dell’organizzazione

Tutti concordano nel ritenere che la strategia appartiene alla classe e la tattica al partito, ma resta problematica la questione della forma tattica da assumere. La risposta di Tronti è stare «dentro e contro» il partito, partendo dal presupposto che la classe da sola, pur nell’apice delle sue lotte, non ce la può fare: serve uno strumento capace di agire dentro e contro lo Stato, così come la lotta operaia ha agito dentro e contro la fabbrica e la società. Dentro e contro il Partito comunista per spostare gli equilibri interni nel senso di un partito più rivoluzionario. Altra e contrapposta è la risposta che viene data dopo le lotte alla Fiat della primavera del 1969: costruire l’organizzazione politica delle avanguardie della classe attorno a Potere operaio.
Alquati, non segue né Tronti, né quelli che scelgono di formare Potere operaio. In tutti questi percorsi emerge la difficoltà di tradurre in forme organizzative adeguate la forza della classe. L’organizzazione resta il problema irrisolto di tutte le esperienze operaiste, compresa l’Autonomia, nelle sue varie declinazioni e sperimentazioni di organizzazione territoriale dell’operaio sociale – soggetto che nasce dall’incrocio tra lotte nelle fabbriche e lotte sociali – che non andranno oltre il loro carattere frammentario.

Ritorno alle riviste

La costellazione operaista durante il decennio Ottanta del Novecento implode, si ritorna alle riviste le cui mappe indicano percorsi cognitivi diversi: «Luogo comune», «DeriveApprodi», «Altreragioni», «Posse» e, in Francia, «Futur antérieur», «Multitudes». Sono luoghi di elaborazione e in certi casi di sistematizzazione del discorso teorico, senza però avere un’immediata funzione di organizzazione politica, come l’ebbero «Classe operaia», «La Classe», «Potere operaio». In alcune di queste riviste vengono forgiati i concetti e le categorie che diventeranno luoghi comuni del cosiddetto «post-operaismo»: general intellect, produzione e linguaggio, lavoro immateriale, esodo, moltitudine, ecc.
L’intento è quello di ripensare l’eredità dell’operaismo per rovesciare la narrazione del «pensiero unico» del «neoliberismo», per individuare, dentro uno scenario di rapporti di forza profondamente mutati a favore della classe dominante, le nuove potenzialità di conflitto. Ma è proprio quest’ultimo che latita perché la controrivoluzione capitalista non ha solo spezzato i vecchi rapporti di produzione, frammentando la composizione sociale della classe, ha conquistato con la sua ideologia l’anima del lavoratore, ha modellato la sua soggettività.
Nei momenti alti della lotta operaia si era stabilito un circolo virtuoso tra tre livelli differenti: una disponibilità di figure dotate di autonomia di pensiero in rottura con la propria collocazione sistemica, una richiesta da parte di figure sociali collocate nelle lotte di avere dei concetti utilizzabili come arnesi per rompere il presente e, tra questi due elementi, la formazione di quadri intermedi capaci di tradurre verso il basso il discorso e correggere verso l’alto la linea. Quel triangolo virtuoso si è separato, ogni pezzo è andato per proprio conto. I militanti collocati in basso vengono calamitati in una quotidianità priva di respiro strategico, gli intellettuali collocati in alto si specchiano narcisisticamente nei propri concetti. Così, «dopo il tempo dei giganti è arrivato quello non solo dei nani ma soprattutto delle ballerine. Ecco allora che per queste figure l’operaismo diventa icona, brand, marchio da recintare e attorno a cui accumulare rendita o fare carriera».

Cosa resta dell’operaismo

Nel libro l’affermazione è perentoria: la storia dell’operaismo è finita. Perché parlarne ancora, si chiede l’autore? Perché scavando in quella storia si può trovare un metodo. Come gli operaisti hanno riletto Marx e Lenin contro il marxismo-leninismo, oggi è necessario rileggere l’operaismo contro il post operaismo e tutta l’ideologia del post, che è la retorica del capitalismo contemporaneo. Resta la validità metodologica dell’assunzione del punto di vista parziale, l’attenzione non agli sfruttati, ma a chi lotta contro lo sfruttamento, non a chi vive del proprio lavoro, ma a chi lotta contro il lavoro per vivere in modo libero. Resta l’indicazione di costruire una contro-soggettività, così la chiamava Alquati, da costruire contro la soggettività “spacciata” dal capitalismo, intrinseca al rapporto sociale di produzione e di sfruttamento. Contro-soggettività non solo contro il capitale, ma anche contro il capitale che ci portiamo dentro. Ricomporre un soggetto smarrito e frantumato, ritrovare la classe che non è data solo dagli indici di status e dalla collocazione all’interno dei rapporti di produzione – per quanto ovviamente questi determinino la base materiale su cui la questione della classe si fonda – ma dalla lotta di classe.

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