Dopo aver dato i numeri (speriamo non nel senso psichiatrico) in Italia e a Brescia, proviamo a dare qualche dato (sempre nel tentativo di andar oltre il chiacchiericcio giornalistico) sui principali paesi dell’UE. Cominciamo da quello che sentiamo più vicino a noi, lo Stato Spagnolo. Qui è andata sicuramente molto meglio che da noi, soprattutto per quanto riguarda la sinistra moderata, ed in presenza di un grosso incremento dei votanti rispetto a 5 anni fa. Ieri han votato 22,6 milioni di “spagnoli” (il 64,3% degli aventi diritto), contro i 16 milioni del 2014 (43,8%). Incremento di oltre 20 punti, particolarmente significativo in un paese che ultimamente aveva visto un netto calo di partecipazione alle elezioni europee. Il PSOE, con 7,4 milioni di voti (32,8%), rispetto ai 3,6 milioni (23%) di 5 anni fa, è il grande vincitore di questa tornata, confermando la tendenza al recupero degli ultimi anni (che ha fatto tramontare la speranza in un sorpasso da parte della sinistra di Podemos-IU, speranza che sembrava realistica tre o quattro anni fa). Evidentemente la “svoltina a sinistra” di Sanchez ha premiato il principale partito della sinistra “spagnola” (che peraltro non ha mai rinunciato a nome e simboli, come invece ha fatto qualcuno che conosciamo….). Persino rispetto alle politiche del mese scorso il PSOE avanza, se non in termini assoluti (il 28 aprile aveva votato il 76% degli spagnoli, ben 26,4 milioni di persone), almeno in termini percentuali (4 punti in più in un mese!). L’avanzata socialista è avvenuta soprattutto a discapito della sinistra più “radicale”, quella incentrata sull’alleanza tra Podemos, Izquierda Unida e Anticapitalistas, che, con 2,25 milioni di voti (il 10%), perde quasi 600 mila voti rispetto al 2014 (1,25 Podemos e 1,57 IU, allora separati) e scende di 8 punti (dimezzando i seggi). Ancor più pesante è il calo in termini di voti rispetto ad un mese fa, quando la coalizione di sinistra ottenne oltre 3,7 milioni di voti (14,3%). Evidentemente l’effetto Sanchez ha penalizzato duramente l’alleanza (nonostante alcune eccezioni positive, come la vittoria del sindaco di Cadice, militante di Anticapitalistas, che viene rieletto con una maggioranza quasi assoluta!). Il resto delle formazioni a sinistra del PSOE, pur con un peso inferiore a quello di Unidas Podemos, è ben lungi dalla scarsità che caratterizza la sinistra più o meno radicale italiana. La coalizione degli indipendentisti di sinistra (incentrata soprattutto sui catalani di ERC e sui baschi di Bildu) ottiene quasi 1,3 milioni di voti (5,6%), oltre 300 mila in più del 2014 (dove si presentarono divisi, ottenendo il 6%, grazie al minor numero di votanti), riconfermando il dato numerico di un mese fa e migliorando la percentuale di quasi un punto. Le altre formazioni minori della sinistra (una decina) ottengono 823 mila voti (3,6%), oltre 200 mila in più che 5 anni fa (3,9%), cifra analoga a quella di un mese fa (3,1%). In totale la sinistra si conferma maggioranza in Spagna, con 11,7 milioni di voti (51,7%), rispetto agli 8 milioni del 2014 (che era comunque già il 50% dell’elettorato). Anche se meno dei 13,4 milioni del mese scorso, la percentuale cresce di circa un punto (era il 50,8% il 28 A).

La destra esce piuttosto maluccio da queste elezioni, in particolare se paragonata al 28 aprile: gli 11,2 milioni di voti di un mese fa (42,4%) si riducono a 8,7 (38,2%), anche se in leggera crescita rispetto al 37% (6 milioni di voti) del 2014. In particolare perdono l’estrema destra di Vox (che scende dal 10,3% di un mese fa al 6,2, dimezzando i voti assoluti – da 2,7 a 1,4 milioni-) ma anche il partito-bolla mediatica di Ciudadanos, dato un mese fa come nuovo partito leader della destra. Gli “arancioni” (colore del partito di Rivera) perdono in un mese quasi un milione e mezzo di voti (da 4,1 a 2,7 milioni) scendendo dal 15,9 al 12,2%. Magra consolazione è il paragone con le elezioni di 5 anni fa (che vedevano la “novità” Ciudadanos), quando C’s e l’UPyD (partito centrista ora confluito in Ciudadanos) ottennero, divisi, 1,5 milioni di voti (9,7%). Il PP può tirare un sospiro di sollievo, visto che è l’unico partito di destra a recuperare sul mese scorso (da 4,35 a 4,51 milioni, dal 16,7% al 20,1%) riconfermandosi leader dello schieramento reazionario. Ha però perso 6 punti rispetto al 2014, quando, con 4,1 milione di voti (26,1%) era il primo partito dello stato, e non solo della destra. Come i lettori più attenti avranno notato, la somma di sinistra e destra non arriva a 100. Infatti ho escluso dai due schieramenti classici i partiti nazionalisti catalani e baschi (più altre minori formazioni centriste e/o regionaliste) storicamente centristi e moderati, che però sono schierati in modo più attivo, in questi ultimi tempi, contro le destre “spagnoliste” (soprattutto i catalani di Puigdemont hanno avuto una certa evoluzione in senso relativamente progressista a causa della repressione messa in atto dai governi di destra). Risulta a volte difficile, in Italia, capire come sia possibile escludere partiti liberali (come i catalani) o democristiani (come il PNV basco) dalla destra, ma il legame più o meno dichiarato della destra spagnola con il centralismo franchista crea una situazione molto diversa da quella italiana.

Vittorio Sergi