Rispetto alle politiche dell’anno scorso esultano leghisti e piddini (gridare “al lupo, al lupo” ha funzionato, vero Zingaretti?), mentre crollano grillini e berlusconidi. La sinistra (in senso lato) mantiene più o meno le posizioni (grazie ai Verdi e agli stalinisti di Rizzo) ed anzi migliora un pochino, ma non ottiene seggi, a causa della frammentazione in ben cinque liste. L’estrema destra ultra-fascista ritorna a percentuali bassissime. D’altra parte il “voto utile” funziona anche per loro, no? Comunque, per la prima volta nella storia repubblicana, la destra (compresa l’estrema destra) supera il 50% dei voti.

Come dicevano un tempo i giornalisti che si credevano “indipendenti”: i fatti prima delle opinioni. In questo caso i numeri. Le cifre non sono ancora definitive e quindi sono solo indicative. Innanzitutto la partecipazione al voto: 5 anni aveva votato un po’ più del 58% degli aventi diritto (29 milioni di persone), ieri il 56% (meno di 28 milioni). L’anno scorso, alle politiche aveva votato quasi il 73% (34 milioni circa). Nel 2014 il PD era stato di gran lunga il primo partito, con 11,2 milioni di voti (il 40,8%), mentre l’anno scorso, alle politiche, era sceso al secondo posto, con 6,2 milioni di voti (il 18,8%). Ieri, pur essendo ben lontano dal risultato eccezionale di 5 anni fa, è riuscito a consolidare ampiamente il secondo posto, grazie alla catastrofe grillina, con oltre 6 milioni di voti e il 23%. Se guardiamo al risultato dell’intero “centro-sinistra” (PD e “satelliti”, come l’IdV nel 2014 o Più Europa l’anno scorso e ieri) si passa dagli 11,5 milioni (42%) del 2014 ai 7,6 milioni (22,9%) dell’anno scorso ai 7,1 di ieri (26%). La destra (Lega, Forza Italia, FdI e satelliti), che nel 2014 si era fermata a 8,7 milioni di voti (31,8%), era salita (grazie all’exploit della Lega) a oltre 12 milioni di voti (37%) l’anno scorso, e ieri ha portato a casa un risultato che ricorda i fasti del berlusconismo quando era in auge (oltre 13 milioni di voti e quasi il 50%). Con l’aggravante che sono le correnti più reazionarie (in primis la Lega, ma pure i post-fascisti della Meloni ad avere il vento in poppa, mentre i liberal-democristiani forzitalioti si dimezzano di nuovo, rispetto ai già scarsi risultati del 2014 e del 2018). La Lega, infatti, quintuplica i voti di cinque anni fa (da 1,7 a oltre 9 milioni di voti) e li aumenta di quasi il 60% rispetto all’anno scorso, passando dal 6,2% (2014) al 34% di oggi (e 17,4% del 2018). Anche i fascisti “moderati” passano dal milione di voti del 2014 al milione e settecentomila di oggi, migliorando anche il dato assoluto dell’anno scorso (e crescendo in percentuale, dal 4,4% ad oltre il 6 di ieri).

Il vero grande sconfitto è il Movimento 5 Stelle, che non solo perde oltre la metà dei voti rispetto al boom dell’anno scorso, ma arretra anche rispetto al deludente risultato di 5 anni fa. Infatti i 5,8 milioni di voti del 2014 (21,2%), quasi raddoppiati nel 2018 (10,7 milioni, pari al 32,7%), scendono clamorosamente a poco più di 4,5 milioni e al 17%. Sei elettori “grillini” su 10 hanno abbandonato il 5 Stelle in un solo anno, tornando a votare per la destra reazionaria o, in parte, per il centro-sinistra.

Prima di guardare a ciò che ci interessa più da vicino (e cioè la sinistra, variamente interpretata) diamo un’occhiata all’estrema destra. Assente nel 2014, aveva avuto una relativa affermazione (divisa in tre liste) l’anno scorso, con 660 mila voti, pari al 2% del totale. Ieri “l’effetto Salvini” ha riportato le tre liste d’estrema destra (Casa Pound, Forza Nuova e Popolo della Famiglia) agli usuali risultati da prefisso telefonico. In totale poco più di 240 mila voti, lo 0,9%. Da notare in particolare il crollo degli ultra-fascisti di Casa Pound e di Forza Nuova, mentre il Popolo della Famiglia perde molto meno.

Ma veniamo ora al disastrato territorio della “sinistra”. Nel 2014 erano presenti due liste a sinistra del PD: l’Altra Europa con Tsipras (1,1 milione di voti, 4%) e i Verdi (250 mila voti, 0,7%). L’anno scorso, lasciando perdere i Verdi, che si erano presentati coi socialisti nella coalizione di centro-sinistra, erano presenti ben 4 liste di sinistra: LeU, Pap, il PC di Rizzo e Per una Sinistra Rivoluzionaria. In totale 1,6 milioni di voti, pari al 4,9% (anche se la parte del leone – si fa per dire – l’ebbe l’ala più moderata, LeU, col 3,4%). Cifre molto simili, insomma, a quelle del 2014, sia in termini assoluti che relativi, nonostante la scissione Bersani-D’Alema dal PD, che si supponeva portasse molti voti a sinistra. Ieri, oltre a La Sinistra (che era in un certo senso l’erede dell’Altra Europa con Tsipras), erano presenti Europa Verde (Verdi più Possibile, anche se Civati si è ritirato all’ultimo momento), il famigerato PC di Rizzo, più i Pirati e gli Animalisti. Queste 5 liste, che grossolanamente ho considerato “a sinistra del PD”, portano a casa un risultato un po’ migliore rispetto a quelli del 2014 e simile a quello del 2018 (intorno al 6%, quasi 1,6 milioni di voti) ma, grazie alla divisione, non ottengono alcun seggio (come invece li aveva ottenuti l’Altra Europa nel 2014 e LeU l’anno scorso). In realtà il vero perdente in quest’area è La Sinistra, che vede più che dimezzati i suoi voti di 5 anni fa (sarà colpa di Tsipras?), mentre crescono sia i Verdi (che quasi triplicano voti e percentuale) sia gli stalinisti di Rizzo (che ottengono più del doppio rispetto al 2018, non essendo stati presenti nelle precedenti europee). E fanno la loro comparsa sia gli animalisti che i pirati (220 mila voti e lo 0,8% in totale).

Vittorio Sergi