E’ il 22 maggio 1871, dal giorno precedente, domenica, è iniziato l’assalto a Parigi e alla Comune. E’ cominciata la settimana di sangue (la Semaine sanglante) che si concluderà domenica 28 con un bagno di sangue di terrificante ferocia. L’ultimo respiro della Comune proletaria.

I reggimenti del nuovo governo della borghesia, guidato da Adolphe Thiers, sono già profondamente insediati sia a l’Opera che a l’Arc de Triomphe.

All’improvviso, un battaglione esce da l’Hotel de Ville, da sempre nelle mani dei Comunardi, e risale Rue de Rivoli. I Comunardi avanzano cantando “Le chant du depart”  (“La République nous appelle/Sachons vaincre ou sachons périr/Un Français doit vivre pour elle/Pour elle un Français doit mourir”) e piombano sull’esercito degli assassini.

I testimoni dell’episodio ci raccontano che fra le fila dei Comunardi ci sono tante donne, naturalmente, armate. Una, addirittura, porta in braccio il suo bambino. Sanno che è un’azione disperata e non c’è scampo per la Comune. Non vogliono vivere ancora come schiave e allevare schiavi.

Alla testa del Battaglione dei rivoluzionari c’è Jaroslaw Dombrowski sul suo celebre cavallo nero. E’ là davanti a tutti perché vedano che non è ancora morto, malgrado le tante voci in proposito. Non è neppure scappato né ha tradito; seppure Thiers gli abbia offerto un milione e mezzo di franchi per farlo.

Era evaso, anni prima, dalla Siberia dove l’avevano condannato a 15 anni per le sue attività antizariste. In Francia, alla proclamazione della Comune, ha aderito immediatamente offrendo le sue competenze militari. E’ deciso a battersi e vuole dare l’esempio come si conviene; anche se le speranze sono pressoché nulle. Fin dal primo giorno, ha visto i suoi compagni uccisi senza pietà, malgrado si fossero arresi. Il massacro è cominciato e sa che non c’è scampo per nessuno. Si batterà con tutti gli altri per l’onore proletario. Per la memoria delle future generazioni.

Il giorno dopo, il 23 maggio, Dombrowski è sempre nelle prime linee. Dove ci si batte e i Comunardi muoiono armi in pugno. Sono le ultime linee di difesa. Le ultime barricate sulle quali sventolano le bandiere rosse. E Parigi brucia!

Nel tardo pomeriggio, corre alla barricata di Rue Myrrha (a est di Montmartre), difesa dai suoi abitanti e da una Brigata Internazionalista. Mentre sta organizzando una disperata sortita, viene colpito gravemente.

E’ subito trasportato a l’Hotel de Ville e, quindi, a l’Hopital Lariboisier dove muore nel giro di poco.

Il 25 maggio, mentre i reggimenti francesi del governo di Adolphe Thiers finiscono di schiacciare i Parigini e fucilano tutti i Comunardi catturati, sia veri che denunciati come tali, Dombrowski beneficia di una sepoltura fra le più emozionanti della storia del movimento operaio.

Sulla strada della Bastille, verso il cimitero, riceve l’omaggio degli ultimi coraggiosi le cui barricate stanno ancora in piedi a fermare il trionfo della borghesia assassina. Così scrive Lissagaray (“La Comune di Parigi: le 8 giornate di maggio dietro le barricate”):

“I federati di queste barricate avevano fermato il corteo e posto il cadavere ai piedi della Colonna di Luglio. Alcuni uomini, la torcia in pugno, formarono come una cappella ardente e i federati vennero uno dopo l’altro a posare un bacio sulla fronte del generale”.

Nel cimitero del Père-Lachaise è presente un altro gruppo di soldati Comunardi. Auguste-Jean-Marie Vermorel, rappresentante della Sicurezza Generale, pronuncia l’elogio funebre di Dombrowski. La barella mortuaria sulla quale è posto, viene sollevata per mostrare che non si inginocchierà mai davanti ai cannoni dei generali, dei preti e dei banchieri. Gli ultimi combattenti del Père-Lachaise salutano definitivamente il loro compagno come fosse vivo. Nei due giorni successivi, moriranno tutti con le armi in pugno, difendendosi una tomba dopo l’altra; combattendo all’arma bianca senza quartiere. I feriti finiti a colpi di baionetta dove vengono trovati. Gli ultimi 147, senza più armi e completamente circondati, verranno catturati e spinti contro un muro dove saranno fucilati. E’ il muro dei Federati!

Sono riusciti, comunque, a seppellire Jaroslaw Dombrowski “vestito della sua uniforme della Comune e avvolto in una bandiera rossa”. Vermorel finirà i suoi giorni in un campo di prigionia; lasciato morire, senza le cure necessarie, malgrado sia gravemente ammalato.

Ancora il 25 maggio, Charles Delescluze, membro del Comitato di Salute Pubblica,  vista persa ogni speranza, sale in cima a una delle ultime barricate del boulevard Voltaire sventolando la bandiera rossa e viene ucciso. Era la morte che voleva!

E’ un susseguirsi di episodi di disperato valore e di tragedia senza scampo. La Senna percorsa da lunghe strisce compatte rosse di sangue, mucchi di cadaveri contro i muri, le fiamme che bruciano la città attraversate dagli ultimi difensori nel tentativo di raggiungere la prossima barricata per battersi ancora. Sull’ultima barricata dove cadono gli ultimi comunardi massacrati dalle mitragliatrici “Montigny”.

La repressione continuerà per mesi e le vittime saranno circa 40.000. Altri comunardi, poco più di 7.000 scampati al massacro, saranno deportati a marcire nella Nuova Caledonia. Fra gli altri, l’anarchico italiano Amilcare Cipriani e Louise Michel che vi resteranno, l’uno, per ben 10 anni e l’altra per 7. Partiranno incatenati l’uno all’altro, cantando “Le Temps des cerises”; un inno alla Comune scritto da Jean-Baptiste Clément che si batterà fino all’ultimo giorno, sull’ultima barricata in rue de la Fontaine-au-Roi. Riuscirà, dopo, a fuggire all’estero; dove resterà per 8 anni :

Quand nous chanterons le temps des cerises

Et gai rossignol et merle moqueur

Seront tous en fête

Les belles auront la folie en tête

Et les amoureux du soleil au cœur

Quand nous chanterons le temps des cerises

Sifflera bien mieux le merle moqueur

(…)

J’aimerai toujours le temps des cerises

 

C’est de ce temps-là que je garde au cœur

Une plaie ouverte !

Et Dame Fortune, en m’étant offerte

Ne saurait jamais calmer ma douleur…

 

J’aimerai toujours le temps des cerises

Et le souvenir que je garde au coeur !

Il tempo delle ciliegie è quello della Rivoluzione, della festa, della follia d’amore che tutto può e del sole nei cuori. Da cantare e gioire. Un tempo che rimarrà nella memoria come una piaga aperta, un dolore irrimediabile perché è stato meraviglioso e troppo breve. “Amerò sempre il tempo delle ciliegie. E il ricordo che conservo nel cuore!”

In 5.000 riusciranno a salvarsi all’estero. La sete di sangue della borghesia non conoscerà freni. Grande era stata la paura di perdere i privilegi di classe. I rivoluzionari a venire se ne ricorderanno e capiranno, ancora a proprie spese,  che nello scontro di classe non c’è, alla fine, alcuna misericordia per il proletariato sconfitto.

 

il 30 maggio, a caldo, nel dolore delle notizie che arrivavano da Parigi, Karl Marx scriverà “La guerra civile in Francia”. La sua indignazione è palpabile in ogni riga e, al contempo, si sente lo sforzo di raccogliere le forze per andare oltre il furore. Per dare lucidità alle idee che possano spiegare le cose avvenute pochi giorni prima.

“Il suo vero segreto fu questo: che essa fu essenzialmente un governo della classe operaia, il prodotto della lotta della classe dei produttori contro la classe appropriatrice, la forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l’emancipazione economica del lavoro. Senza quest’ultima condizione, la Costituzione della Comune sarebbe stata una cosa impossibile e un inganno. Il dominio politico dei produttori non può coesistere con la perpetuazione del loro asservimento sociale. La Comune doveva dunque servire da leva per svelare le basi economiche su cui riposa l’esistenza delle classi, e quindi del dominio di classe. Con l’emancipazione del lavoro tutti diventano operai, e il lavoro produttivo cessa di essere un attributo di classe (…) La classe operaia non attendeva miracoli dalla Comune. Essa non ha utopie belle e pronte da introdurre par dècret du peuple. Sa che per realizzare la sua propria emancipazione, e con essa quella forma più alta a cui la società odierna tende irresistibilmente per i suoi stessi fattori economici, dovrà passare per lunghe lotte, per una serie di processi storici che trasformeranno le circostanze e gli uomini. La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia e cadente società borghese”.

E ancora: “Quando la Comune di Parigi prese nelle sue mani la direzione della rivoluzione; quando per la prima volta semplici operai osarono infrangere il privilegio governativo dei “loro superiori naturali”, e, in mezzo a difficoltà senza esempio, compirono l’opera loro con modestia, con coscienza e con efficacia (…) il vecchio mondo si contorse in convulsioni di rabbia alla vista della Bandiera Rossa, simbolo della Repubblica del Lavoro, sventolante sull’Hotel de Ville”.

Friedrich Engels, nell’introduzione all’edizione del 1891 dell’opera di Marx, continuò la costruzione del mito degli eroi proletari della Settimana di sangue, iniziata a caldo dal suo compagno:

“ (…) soltanto dopo una lotta di otto giorni gli ultimi difensori della Comune caddero sulle alture di Belleville e Ménilmontant; e l’eccidio di uomini inermi, delle donne, dei fanciulli, che infuriò con rabbia crescente per tutta la settimana, raggiunse qui il suo punto più alto. Il fucile a ripetizione non uccideva abbastanza rapidamente; i vinti vennero trucidati collettivamente a centinaia dalle mitragliatrici. Il “Muro dei federati” nel cimitero di Père Lachaise, dove fu consumato l’ultimo eccidio in massa, rimane ancor oggi come un muto ma eloquente documento della furibonda follia di cui è capace la classe dominante, non appena il proletariato osa farsi innanzi per far valere i suoi diritti”.

Il 18 marzo 1882, durante una riunione nella Salle Favié di Parigi, Louise Michel, in ricordo delle compagne e dei compagni morti nei giorni dell’ultima disperata resistenza della Comune, proporrà per gli anarchici la bandiera nera: «Basta con la bandiera rossa bagnata del sangue dei nostri soldati. Io inalbererò la bandiera nera, che porta il lutto dei nostri morti e delle nostre illusioni». Ancora oggi la bandiera della Fédération Anarchiste della Francia.

Bakunin, il profeta, a partire dalla storia esemplare narrata dal proletariato con il proprio sangue, scriverà: “Io sono un partigiano della Comune di Parigi, che pur essendo stata massacrata, soffocata nel sangue, dal boia della reazione monarchica e clericale, non ne è diventata che più vivace, più possente nell’immaginazione e nel cuore del proletariato d’Europa, e soprattutto ne sono il partigiano perché essa è stata una audace, caratteristica negazione dello Stato. (…) L’abolizione della Chiesa e dello Stato deve essere la prima e indispensabile condizione della liberazione reale della società; soltanto dopo ciò essa potrà e dovrà organizzarsi in un’altra maniera, ma non dall’alto in basso e secondo un piano ideato e sognato da qualche saggio o da qualche sapiente, oppure per decreti emanati da forze dittatoriali, o anche da un’assemblea nazionale eletta a suffragio universale. Un tale sistema come ho già detto, condurrebbe inevitabilmente alla creazione di un nuovo Stato e conseguentemente alla formazione di una aristocrazia governativa, cioè di un’intera classe non avente nulla in comune con la massa del popolo e che certo comincerebbe a sfruttare e ad assoggettare questa, col pretesto della felicità comune o per salvare lo Stato”.

(olio su tela, Il’ja Efimovič Repin: “Manifestation annuelle au cimetière du Père-Lachaise à Paris en souvenir des Communards français”. Dipinto nel maggio 1883. Si trova alla Galleria Tret’jakov di Mosca)

 

Nel Père-Lachaise la tomba di Dombrowski non c’è più. Fatta sparire chissà dove dai vincitori come bastasse trafugare un cadavere per cancellare la memoria che è continuata, in realtà, a sfidare la volontà buia degli assassini.

Durante la Guerra di Spagna contro il franchismo e i suoi alleati nazi-fascisiti, c’era, fra i primi battaglioni delle Brigate Internazionali, quello formato dai Polacchi, dai Cecoslovacchi e dagli Ungheresi. Si chiamava “Battaglione Dombrowski” e faceva parte dell’Undicesima Brigata Internazionale. Un’unità di élite proletaria posizionata a Madrid già nei primi giorni della guerra. Il suo nome ci evoca l’epopea della lotta all’ultimo sangue contro il fascismo e ci pare di vederli muovere quelli delle Brigate; sorrisi oltre la stanchezza e pugni chiusi contro il presente assassino. Alzati a disegnare il futuro!

Jaroslaw Dombrowski fa parte di noi. Appartiene alla nostra storia e nessun borghese assassino ce lo potrà far dimenticare. Quando da qualche parte altre barricate si alzeranno, sapremo che con noi ci saranno anche i Comunardi e il loro “generale” polacco che si è battuto fino all’ultimo; malgrado sapesse che non c’era più niente da fare. Salvo garantire, con l’esempio, la forza della memoria delle idee e del sogno collettivo.

 

“Addio mia bella

casetta addio

madre amatissima

e genitor

Io pugno intrepido

per la Comune

come Leonida

saprò morir

(…)”

[Esame di ammissione del volontario alla Comune di Parigi – di Francesco Giuseppe Bertelli]

(Claudio Taccioli)

 

  • in alto, olio su tela, Maximilien Luce: “Une rue de Paris en Mai 1871”. Dipinto fra il 1903-1906. Si trova al Museo d’Orsay