Pubblichiamo un articolo del compagno Marco Ferrando, dirigente del Partito Comunista dei Lavoratori. In questo articolo confuta con indubbia abilità gli “argomenti” di alcuni neo-stalinisti tesi a “dimostrare” la verosimiglianza di alcune accuse mosse dal famigerato Vishinsky a Pjatakov e Radek nei processi-farsa di Mosca del 1937, in cui venne sterminata la “vecchia guardia bolscevica” dal becchino della rivoluzione russa, il fallito prete georgiano Josif Stalin. Apprezziamo la profonda conoscenza storica di Ferrando e la sua capacità dialettica (oltre all’oratoria di cui ha sempre dato mostra), anche se abbiamo l’impressione che tutto questo lavoro per smantellare le ridicole accuse staliniste sia, tutto sommato, tempo perso. Nel senso che, per fortuna, nessuna persona dotata di buon senso (al di là dell’orientamento politico) nel 2018 può ancora credere nelle spudorate calunnie diffuse allora. E, nel caso dei pochi “credenti” della fede stalinista, si tratterebbe di un inutile tentativo di far aprire gli occhi a gente che, a quanto pare, continua a credere nell’esistenza di Babbo Natale.

F.G.

«Stalin è troppo brutale, e questo difetto, perfettamente sopportabile nelle relazioni tra comunisti, è incompatibile con le funzioni di segretario generale. Invito i compagni a riflettere sul modo di revocare Stalin da tale carica e a sostituirlo con un uomo che gli sia superiore sotto ogni aspetto, ossia più tollerante, più leale, più cortese, più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso ecc.» (Lenin, 4 gennaio 1923, poscritto aggiunto al suo “testamento”)

«Due sono le ipotesi: o tutta la vecchia guardia dei dirigenti bolscevichi, ad eccezione di uno soltanto ha tradito; o gli attuali governanti dell’URSS hanno organizzato contro i fondatori del partito bolscevico e dello Stato sovietico una commedia giudiziaria basata sulla menzogna. Ovvero: o l’Ufficio politico di Lenin era costituito da traditori, oppure quello di Stalin è composto da falsari. Non esiste una terza possibilità.» (Trotsky, I crimini di Stalin, 1939)
L’ambizione è grande. Il volo di Pjatakov. La collaborazione tattica fra Trotsky e i nazisti (Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli, PGreco Edizioni) si prefigge di «riscrivere i libri di storia sugli anni Trenta». La tesi di fondo degli autori del libro – dobbiamo riconoscerlo – è sicuramente all’altezza del proposito dichiarato. L’indagine compiuta, gli argomenti usati, i risultati raggiunti ne sono invece una impietosa, seppur involontaria, confutazione.

Vediamo di cosa si tratta.

Come è noto, il processo a Pjatakov-Radek (23-30 gennaio 1937) fu il terzo grande processo di Mosca organizzato da Stalin. Seguì i due processi intentati contro Zinoviev e Kamenev (il primo processo del 1935, e il processo “dei sedici” del 1936) conclusisi col colpo alla nuca degli imputati, e precedette il quarto processo contro Bucharin (marzo 1938) anch’esso risoltosi col suo assassinio. In mezzo il processo a Tuchacevskij (giugno 1937) e ai prestigiosi dirigenti dell’Armata Rossa degli anni della guerra civile, regolarmente sterminati a migliaia. Lo sfondo del processo Pjatakov era dunque un grande bagno di sangue: l’annientamento su larga scala dei gruppi dirigenti, ai più alti livelli, della Rivoluzione d’Ottobre e dell’Internazionale Comunista dei tempi di Lenin. Questa non è una denuncia, è un fatto. Come lo è il lungo capitolato d’accusa che la Storia del partito comunista (bolscevico) dell’URSS firmata da Stalin (1938) rivolse all’insieme degli imputati assassinati dei processi di Mosca: tutti “agenti dell’imperialismo” a partire dal 1918, “attentatori alla vita di Lenin”, “sabotatori” sistematici dell’URSS e della sua economia, organizzatori e promotori del “terrorismo”, interessati alla “restaurazione del capitalismo in URSS” e al suo smembramento…

Questo sfondo, per ogni storico intellettualmente serio, dovrebbero rappresentare il primo oggetto d’indagine. Il criterio più elementare di un’analisi dialettica consiste infatti nel collocare ogni vicenda particolare nel contesto generale che la trascende. Come si può esaminare il processo Pjatakov e i suoi specifici aspetti “giudiziari” senza collocarlo in una cornice complessiva, e senza dare a quella cornice la propria interpretazione storica?
IL DISTINGUO DA STALIN, LA DIFESA DI STALIN

Qui sta la prima clamorosa rimozione dei nostri autori. Il contesto generale è il grande assente del loro lavoro, come lo è un giudizio storico sullo stesso.

Si tratta peraltro di una rimozione contorta.
Gli stessi autori che si dichiarano «certi, al di là di ogni ragionevole dubbio, o anche solo parzialmente ragionevole» dell’esistenza del volo di Pjatakov non possono infatti ignorare il bagno di sangue contro i comunisti nell’URSS degli anni ’30, né le accuse che l’accompagnarono. Semplicemente liquidano il tutto in poche righe incidentali come se si trattasse di uno spiacevole dettaglio. I tre autori ci informano – bontà loro – che non condividono la caratterizzazione dei dirigenti bolscevichi assassinati come “servi di Hitler” e “spie naziste”. Aggiungono in un impeto di generosità che l’esistenza del volo di Pjatakov «non giustifica in alcun modo le uccisioni e l’incarceramento di centinaia di migliaia di comunisti verificatasi durante le grandi purghe del 1936-’38: comunisti che nella loro grande maggioranza risultavano privi di qualsiasi legame politico organizzativo con le variegate forme dell’opposizione antistalinista che operavano clandestinamente in Unione Sovietica, nel corso degli anni ’30 dello scorso secolo». Di più. Affermano che «si trattò di un bagno di sangue inutile e assurdo, risultato subito controproducente per gli stessi interessi politico materiali di riproduzione del potere sovietico, sia nel breve che nel lungo periodo: rispetto a questa tragica dinamica di massa, il nucleo dirigente stalinista mantiene la sua piena e completa responsabilità».

Bene. Ma una volta riconosciuto il crimine, si dovrebbe parlare del criminale, del suo movente, dei mezzi materiali dell’azione delittuosa, tanto più se essa ha assunto le dimensioni del genocidio politico anticomunista che gli autori riconoscono (perché è impossibile negarlo). In altri termini, si dovrebbe parlare della natura del regime burocratico dominante, delle sue basi materiali, del sistema bonapartista e poliziesco su cui si reggeva, della dinamica storica del suo consolidamento, delle ragioni per cui le “menzogne” che gli stessi autori riconoscono tali, o non avallano, furono accettate da quel “partito comunista” che ne fu vittima e decimato. Si dovrebbe parlare insomma in termini marxisti della natura reale dello stalinismo. Invece niente. «Il nucleo dirigente stalinista» che pur viene indicato en passant come “responsabile” di un bagno di sangue, è interamente rimosso dal campo d’indagine. Quasi fosse una presenza fastidiosa che fa ombra al lavoro degli autori.
In effetti proprio di questo si tratta.
AL POSTO DELLA STORIA UNA CRONACA POLIZIESCA

Gli autori si disfano con imbarazzo della realtà tragica dello stalinismo, simulando una mezza dissociazione dalla componente stalinista ortodossa, per sforzarsi di dare una patente di maggiore credibilità e verosimiglianza alla propria tesi centrale: il fondamento giudiziario reale del processo Pjatakov, la “reale” collaborazione di Trotsky coi nazisti. Come dire: proprio perché vi diciamo che non avalliamo tutto quanto Stalin ha detto, credeteci se vi diciamo che Trotsky incontrò davvero Pjatakov per discutere con lui del proprio patto con Hitler. Che è esattamente ciò… che Stalin ha detto. A sua volta la tesi non è innocente. «Non si può non notare come la dimostrazione del volo di Pjatakov e della reale collaborazione creatasi tra trotskisti e nazisti fornisca un’ampia giustificazione alla repressione stalinista almeno nei confronti dei dirigenti della Quarta Internazionale». Ecco il punto. I nostri autori isolano dalle centinaia di migliaia di comunisti innocenti la rosa dei comunisti colpevoli, a partire da Trotsky. Non ci dicono perché centinaia di migliaia di comunisti innocenti sono stati trucidati, in compenso ci dicono perché il colpevole Trotsky è stato picconato a morte, e prima di lui i suoi figli e migliaia di bolscevichi in URSS e nel mondo. Ogni connessione tra genocidio politico di comunisti innocenti e omicidio di Trotsky e dei trotskisti viene dunque negata o ignorata. È una separazione assurda, dal punto di vista logico e storico. Ma è l’assurdità su cui si regge l’intero libro.

Un’indagine storica che rimuove la storia finisce inevitabilmente col ridursi alla cronaca. Più precisamente, nel caso in questione, alla cronaca poliziesca. Non è un caso che gli stessi autori ricorrano più volte alla metafora del libro giallo per illustrare i caratteri del proprio lavoro: una minuta ricerca di dettaglio di improbabili indizi e ancor più improbabili prove dell’incontro fantasma tra Pjatakov e Trotsky. E insieme una lunga serie di notazioni accessorie sulle posizioni politiche di Trotsky, nell’arco della sua intera vita, che servirebbero a dare credibilità all’accordo tattico di Trotsky con Rudolf Hess. Due ordini di fattori traballanti che cercano di sorreggersi reciprocamente. Ma là dove manca l’inquadramento storico della montatura staliniana, e la natura reale degli interessi sociali e politici in conflitto, tutto scolora nel grottesco: i riferimenti alle posizioni politiche di Trotsky si riducono, come vedremo, a manipolazioni ridicole, e la cronaca poliziesca a un racconto mal riuscito di Agatha Christie. La risultante d’insieme è in ogni caso disarmante. I libri di storia possono riposare in pace, ma i giallisti possono a buon diritto protestare.
LA TRAMA DEL GIALLO

La tesi centrale del libro, in sintesi estrema (ma fedele), può essere riassunta nei termini seguenti.

Pjatakov e Radek erano due ex oppositori che avevano rotto con Trotsky nel 1928/’29 ma sarebbero rientrati a militare nel movimento trotskista nel 1931, attraverso il cosiddetto centro unificato trotskista-zinovievista costituitosi in quello stesso anno. Al tempo stesso, fino al loro arresto si sarebbero finti fedeli stalinisti per coprire il proprio gioco di talpe trotskiste.

Trotsky avrebbe simulato per anni il contrasto pubblico con loro al fine di coprire il loro doppiogiochismo; in realtà avrebbe ripreso contatto clandestino con Radek, come mostrerebbe «una lettera inviata da Trotsky a Radek nel marzo del ’32».

Dopo il 1933, con la vittoria di Hitler in Germania, Trotsky maturò la convinzione che i rapporti di forza internazionali erano ormai a vantaggio del nazismo. Il nazismo avrebbe mosso la guerra contro l’URSS con seria possibilità di vittoria. D’altra parte dopo il 1933 «non il nazismo, ma lo stalinismo» avrebbe rappresentato per Trotsky il «nemico principale».

A questo punto occorreva fare di necessità virtù: accordarsi con Hitler, nel nome del comune interesse a rovesciare il “nemico principale” Stalin. Un accordo secondo il quale in caso di guerra Trotsky avrebbe garantito alla Germania di «sostenere il governo tedesco, appoggiare la sua politica estera, fare importanti concessioni territoriali alla Germania, offrire ai tedeschi materie prime e il diritto ad usare l’industria sovietica, dare mano libera alle imprese private tedesche, dare al controllo tedesco l’industria di guerra sovietica».
Si sarebbe trattato di una «seconda Brest-Litovsk», in analogia all’accordo stipulato con la Germania nel 1918 da parte del governo rivoluzionario di Lenin e Trotsky. Proprio il coinvolgimento di Trotsky nella prima Brest-Litovsk, l’avrebbe predisposto al secondo accordo.

I metodi d’azione dei trotskisti in URSS, d’intesa coi nazisti, non avrebbero dovuto ispirarsi all’azione di massa, ma al terrorismo (“uccidere Stalin”) e al sabotaggio economico. Il “trotskista” tedesco Valentin Olberg sarebbe stato inviato da Trotsky in URSS con la direttiva esplicita di uccidere Stalin. Del resto la posizione di Trotsky dopo il 1933-’34 a favore della rivoluzione politica in URSS avrebbe giustificato «il ricorso alla forza, dunque al terrorismo».

In cambio delle garanzie offerte a Hitler attraverso la propria azione disfattista e terrorista in URSS, Trotsky avrebbe ottenuto dai nazisti la promessa di uno spazio di governo “antistalinista” in URSS dopo la sconfitta militare di quest’ultima. Da qui sarebbe ripartita «la prospettiva della rivoluzione socialista internazionale».

Dopo aver assicurato a Pjatakov e Radek che non avrebbe fatto l’accordo coi nazisti senza il loro consenso, Trotsky li mise di fronte al fatto compiuto di un accordo siglato.
Pjatakov e Radek avrebbero a quel punto dissentito. L’incontro fra Pjatakov e Trotsky nei pressi di Oslo serviva a un chiarimento politico delle divergenze emerse.

L’incontro segreto si tenne, le posizioni restarono diverse; Pjatakov e Radek avrebbero proposto di riunire la sezione trotskista russa per informarla dell’accordo coi nazisti, ma Trotsky si sarebbe opposto perché la base si sarebbe ribellata.

A questo punto l’arresto di Pjatakov e Radek avrebbe interrotto la loro azione. Pjatakov e Radek al processo avrebbero raccontato l’intera storia dell’accordo tattico di Trotsky coi nazisti, e del proprio disaccordo con Trotsky. Le discrepanze tra la versione di Vysinskij (“Trotsky spia di Hitler”) e quella di Pjatakov (“Trotsky rivoluzionario in accordo terroristico con Hitler”) dimostrerebbero l’autenticità della testimonianza Pjatakov, e dunque l’effettivo incontro di Trotsky con Pjatakov.

Trotsky nella sua vita politica si sarebbe dimostrato esperto di disinformazione e spionaggio; è ricorso al sotterfugio (politica entrista nelle socialdemocrazie negli anni Trenta); nella sua opera La loro morale e la nostra avrebbe legittimato il concetto per cui il fine giustifica ogni mezzo. Dunque con questo retroterra politico e culturale l’accordo coi nazisti è facilmente spiegabile.

Questa la trama del giallo, la sua ossatura portante, con gli argomenti di fondo a supporto.
Il resto è la raccolta di pezze d’appoggio che dovrebbero provare la verosimiglianza del tutto. In particolare: la presunta possibilità materiale del volo di Pjatakov all’areoporto di Kjeller; l’assenza di un alibi reale a favore di Trotsky per i giorni di dicembre 1935 interessati dall’ipotetico incontro; la ricevuta della lettera di Trotsky inviata a Radek nel 1932… e via discorrendo, per centinaia di pagine.

Certo, quando si deve rivestire al meglio un contenuto falso in genere si abbonda nella confezione. È l’arte minuta di ogni furbizia commerciale. Ma nessuna confezione, per quanto infiocchettata, può cambiare la merce che avvolge; ed anzi è la natura avariata della merce che finisce, prima o poi, per vendicarsi. È questo il caso.
IL BUCO NERO DELLE PRESUNTE PROVE

Diciamo subito che la confezione delle pezze d’appoggio della trama fa acqua da tutte le parti.

Ogni volta che gli autori presentano la famosa «pistola fumante» (usano proprio questo linguaggio, che trattandosi dei processi di Mosca non è davvero tra i più felici) si scopre che si tratta di una pistola ad acqua, per di più taroccata.
Alcuni esempi, tra i tanti possibili.

La famosa «lettera di Trotsky a Radek» del 1932 su cui poggiano decine di pagine del libro, che dimostrerebbe la militanza trotskista clandestina di Radek (e dunque «la grande menzogna di Trotsky») è un’araba fenice. Un corpo introvabile. La lettera in quanto tale non esiste, perché Radek disgraziatamente, per sua ammissione, l’avrebbe bruciata. Né se ne trova copia negli archivi di Trotsky ad Harvard, come gli stessi nostri autori ammettono (salvo attribuire la sua sparizione a diabolici e ignoti militanti trotskisti). La ricevuta, di assai dubbia fattura, che proverebbe il suo invio da parte di Trotsky, porta in ogni caso la firma di Molinier e non di Trotsky. La data di riferimento della lettera oscilla continuamente tra inizio febbraio e fine marzo 1932, con ripetute contraddizioni nelle stesse deposizioni di Radek, dunque non esiste alcuna data certa. E questa sarebbe… la prova regina.
Peraltro false lettere di Trotsky furono messe in circolazione, guarda caso, dopo il sequestro con scasso dei suoi archivi a Parigi per mano della GPU, come la presunta lettera che Trotsky avrebbe inviato a Dreister e che questi a sua volta avrebbe girato a Mrackovskij – entrambi fucilati – salvo che il primo disse che era scritta in inchiostro simpatico e che l’aveva ricevuta “rivelata”, e il secondo raccontò l’esatto opposto, per fare solo un esempio. Tutto lascia credere che la fantomatica lettera a Radek, se mai fosse davvero esistita, appartenga al genere letterario… della GPU.

Non andiamo meglio per le altre prove.

Molte pagine sono dedicate a dimostrare che il direttore dell’aeroporto norvegese di Kjeller (Gulliksen), che aveva dichiarato al mondo che nessun aereo dall’estero era atterrato a Kjeller nei giorni interessati, in realtà avrebbe nascosto (non si capisce bene perché) un aereo straniero (invece che norvegese) proveniente da Linkoping che «avrebbe potuto» trasportare passeggeri (…dunque eventualmente Pjatakov). Ammessa e non concessa tale ipotesi di fantasia, sarebbe questa una prova? Quando mai un’eventualità logica astratta proverebbe l’esistenza di un fatto? Nel frattempo, sempre volendo restare sul terreno del giallo, gli autori rimuovono il vero problema: posto che Pjatakov era effettivamente a Berlino in quei giorni (11 e 12 dicembre 1935) per una missione affidatagli dal governo sovietico, com’è possibile pensare che potesse sottrarsi per un giorno intero (dalle 10 del mattino alla tarda serata) ad ogni sorveglianza e contatto con uomini della delegazioni sovietica, a partire dalla guardie del corpo, per volare clandestinamente in Norvegia e incontrare Trotsky? Chi può pensare che nel 1935 un ministro sovietico potesse disporre di una simile libertà, per di più nella Germania nazista? Una totale assurdità.

Lo stesso vale dal versante opposto dell’incontro. Per ovviare al problema per cui la residenza di Trotsky in Norvegia era condivisa col padrone di casa, il deputato laburista Knudsen, e che questi aveva testimoniato che nessun Pjatakov si era mai recato a casa loro, gli autori immaginano che Trotsky sia uscito di casa con un sotterfugio dei suoi, eventualmente «saltando dalla finestra» (testuale!), e dunque abbia incontrato Pjatakov in altro luogo segreto, per esempio una casa affittata da Erwin Wolf, militante trotskista norvegese che lo assisteva in Norvegia e che per di più «era benestante, quindi poteva pagare». Domanda: quale sarebbe l’appartamento? A quale indirizzo corrisponde? Esiste una ricevuta dell’affitto dello stesso? Chi sarebbe il suo proprietario? E poi: un militante trotskista sarebbe stato coinvolto nell’incontro clandestino con Pjatakov attorno all’accordo stipulato con Hitler? E ancora: attraverso quali canali sarebbero stati curati gli aspetti organizzativi dell’incontro Trotsky-Pjatakov? Tutte domande destinate a restare senza risposta.

Non a caso il libro tace sulle tredici domande che Trotsky, tramite telegramma, pose pubblicamente (invano) al procuratore sovietico affinché le rivolgesse all’imputato Pjatakov. («Con quale pseudonimo Pjatakov sarebbe giunto ad Oslo? Qual era il nome dell’intestatario del passaporto tedesco preparato per Pjatakov? Qual era il nome con cui firmò alla dogana? Com’era l’arredamento della casa che ospitò l’incontro? Quale fu la nostra conversazione dopo sette anni dal nostro ultimo incontro? Chiese di mia moglie? Mangiò qualcosa? E cosa? Com’ero vestito? Pjatakov dice che il suo arrivo mi sarebbe stato annunciato dal giornalista corrispondente dell’Izvestija Buchartsev. In che modo? Per lettera o per telegramma? E quale sarebbe stato il testo, e a quale indirizzo sarebbe stato inviato?…»)

Il procuratore Vysinskij naturalmente si guardò bene dal confondere Pjatakov o Buchartsev con simili domande. Non perché fossero tutte irresistibili in sé, ma perché quando si prepara un copione con gli imputati, attorno a un fatto totalmente inventato, lo spartito è rigido e prefabbricato per sua natura. Anche la domanda più banale può infatti procurare un incidente irrimediabile e sgonfiare l’intera bolla dell’impostura. Né Vysinskij né tanto meno Stalin potevano correre simili rischi. Ottanta anni dopo non vogliono correrli nemmeno i nostri autori e le loro piccole fortune editoriali.

Ciò che in ogni caso colpisce, volendo anche solo restare dentro una logica per così dire giudiziaria, è la clamorosa inversione dell’onere della prova che sorregge il sottotesto del Volo di Pjatakov: non è l’accusa che deve provare la colpevolezza di Trotsky, è Trotsky che deve provare la propria innocenza dalla peggiore delle infamie. Non è Pjatakov che deve dimostrare di aver volato a Oslo, è Trotsky che deve esibire il proprio alibi. È Trotsky insomma sul banco degli imputati, non Stalin. In questo senso l’intera struttura del libro ricalca fedelmente l’impianto inquisitorio staliniano.
IL SISTEMA DELLE CONFESSIONI

Questo rovesciamento dell’onere della prova è tanto più clamoroso per il fatto che il fondamento accusatorio dei processi di Mosca è basato sul nulla. Nulla di nulla, al di là naturalmente delle confessioni degli imputati.

L’ambasciatore americano a Mosca Joseph Edward Davies, interessato in quegli anni a costruire buone relazioni diplomatiche tra imperialismo USA e Cremlino, si affrettò a commentare con entusiasmo i processi di Mosca garantendo sulla loro correttezza:

«Considerate le prove prodotte, penso che qualunque tribunale di qualsiasi giurisdizione non poteva fare altro che giudicare colpevoli di violazione di legge gli accusati. Ho parlato con quasi tutti i membri del corpo diplomatico di qui e, con una sola eccezione, sono del parere che è stata chiaramente dimostrata l’esistenza di un complotto per rovesciare il governo».

Non si trattava peraltro di un giudizio isolato. La condanna a morte dei dirigenti della Rivoluzione d’Ottobre godette complessivamente di ottima stampa presso gli ambienti più disparati: i circoli russi dell’emigrazione bianca che maledivano Trotsky più di ogni altro dai tempi della guerra civile; gli ambienti della diplomazia e della stampa fascista, a partire dal Popolo d’Italia, che allusero alla conversione nazionalista ed antibolscevica di Stalin; la larga parte della stampa democratico-borghese dei cosiddetti “amici dell’URSS”, che simpatizzavano con l’URSS in chiave antifascista e per questo coprivano la macelleria staliniana in Spagna. Per tutti costoro lo sterminio dei bolscevichi rivoluzionari della vecchia guardia rappresentava un salutare bagno purificatore dell’URSS, il suo modo di riguadagnarsi la propria rispettabilità e affidabilità al tavolo delle grandi potenze.

Disgraziatamente, l’intensità di questo coro encomiastico è in misura inversamente proporzionale alla qualità dei processi.
«Considerate le prove prodotte, qualunque tribunale di qualsiasi giurisdizione non poteva che giudicare colpevoli gli accusati». Sono sufficienti queste parole vergognose dell’ambasciatore americano, esibite dai nostri autori come sospirata benedizione, a condannare l’ipocrisia nauseante che circondò i processi.

Dai tempi dell’Inquisizione medioevale, nessun tribunale, di nessuna giurisdizione (con l’eccezione dei tribunali fascisti) aveva mai conosciuto una struttura processuale simile a quella dei tribunali di Mosca.
Imputati senza difensori. Trattati per mesi in interrogatori segreti perché potessero imparare a memoria la parte assegnata. Interrogati sino a quattro giorni consecutivi, senza interruzione per cibo e acqua, picchiati coi manganelli, ustionati col vapore bollente, per piegare le eventuali resistenze. Minacciati negli affetti più cari (madri, mogli, figli) per evitare che facessero scherzi ai processi. Ricattati da confessioni precedentemente estorte, proprie o altrui, per fiaccarli psicologicamente e metterli con le spalle al muro. Assediati da campagne di stampa ossessive, senza alcun potere di contraddittorio, che reclamavano la loro esecuzione. Infine gettati nella fossa dei leoni di sedute processuali farsa, nelle quali il pubblico presente era composto quasi interamente da uomini della GPU che insultavano gli imputati, li schernivano, li minacciavano.

«Date le prove raccolte…». Di grazia, ambasciatore Davies, potrebbe indicarci una sola prova raccolta? Ci accontenteremmo di una sola, condonando il resto. In realtà i processi di Mosca non esibirono prove, né potevano farlo, essendo basati sul falso. Ciò che esibirono furono le confessioni degli imputati. E le confessioni assunsero il significato di uniche “prove” proprio in assenza di ogni prova reale.
“È l’imputato che confessa, cosa pretendete di più?”. Ciò che nessuna civiltà giuridica poteva permettersi, fu sentenziato dalla “Giustizia” staliniana, con la benedizione dell’ambasciata americana.

Ciò è talmente vero che il rinnegato Radek, protagonista assieme a Pjatakov delle confessioni decisive al “processo dei tredici”, provò a giocare le proprie carte di fronte a Vysinskij rivendicando la funzione insostituibile della propria confessione:

«Il processo ha rivelato qual è la fucina della guerra e ha dimostrato che il trotskismo si è posto al servizio delle forze hitleriane che la preparano. È provato tutto ciò? Sì, dalle deposizioni di due uomini: le mie, perché ricevevo le direttive e le lettere di Trotsky (lettere che disgraziatamente ho bruciato) e da quelle di Pjatakov, che si è incontrato con Trotsky. Le deposizioni degli altri accusati si basano sulle nostre. Se avete davanti a voi dei comuni criminali, delle spie da due soldi, su che cosa basate allora la vostra convinzione che essi hanno detto la verità, l’inconfutabile verità?»

Radek usò queste parole per evitare di essere scaricato e mendicare la propria salvezza in cambio della preziosa menzogna. Ma quelle parole erano forti proprio perché erano vere: oltre alle confessioni di Pjatakov e Radek, Stalin e Vysinskij non avevano in mano nulla. Nulla di nulla. L’assoluta mancanza di prove è la prova più schiacciante a carico di Stalin.
PERCHÉ CONFESSARONO DEGLI INNOCENTI?

Ma perché degli innocenti avrebbero dovuto confessare crimini mai commessi e pensati?
Come poteva funzionare il sistema delle confessioni una volta provato che i reo confessi venivano ugualmente giustiziati e non graziati? Come poteva Stalin essere certo che nessun imputato si sarebbe ribellato al processo denunciando l’impostura agli occhi della stampa straniera? Perché in ogni caso avrebbe dovuto correre questo rischio?
I nostri autori ricorrono più volte a questi interrogativi retorici, messi in bocca solitamente alla figura immaginaria di «un avvocato del diavolo», per avvalorare la veridicità dei processi di Stalin. In realtà questi interrogativi di apparente buon senso prescindono totalmente dalla natura reale dei processi staliniani.

Gli imputati dei processi staliniani non furono reo confessi volontari. Mai. Non ci fu una sola confessione volontaria degli imputati. Gli imputati erano tutti prescelti dall’accusa, attraverso una selezione preventiva. E il criterio della selezione era quello della disponibilità a confessare, con le buone o con le cattive. Nessun imputato incerto e insicuro sulla propria deposizione fu mai portato alla sbarra. Peraltro le testimonianze disponibili parlano della lunga preparazione e verifica preventiva di ogni imputato. Notevole al riguardo la testimonianza di Suchanov, storico socialdemocratico imprigionato, che descrisse nelle sue memorie l’apprendimento forzato della parte assegnata da parte di ogni imputato con vere e proprie prove preventive di recitazione della commedia concordata.

Ma vi furono comunisti che resistettero, che rifiutarono sino alla fine ogni capitolazione? Certamente. Furono migliaia i militanti marxisti rivoluzionari che rifiutarono ogni abiura. Popolavano i campi di lavoro forzato e le prigioni, dove spesso morivano per fame o per assenza di cure, oppure perché nei campi organizzavano scioperi e rivolte di massa, e per questo venivano passati per le armi. Stalin e Vysinskij sapevano che quei militanti non erano attori disponibili per le loro recite, e si guardarono bene dal coinvolgerli nei processi. Coinvolsero invece preferibilmente gli ex oppositori del passato che avevano già capitolato politicamente a Stalin e che dovevano riguadagnarsi la propria legittimazione ai suoi occhi.

Vi furono anche casi ripetuti di militanti bolscevichi che nei primi interrogatori cedettero ma poi ritrattarono e si rifiutarono di procedere (Lazar Chatskin, Alexander Beloborodov, Yuri Gaven, Ivar Smilga…). In quel caso venivano fucilati senza processo nei sotterranei della GPU, per intimidire tutti gli altri.

Vi furono inoltre importanti dirigenti bolscevichi, di grande prestigio, che provarono a resistere alle peggiori confessioni loro richieste, in particolare alla più incredibile di tutte, quella che infangava Trotsky come collaboratore dei nazisti. Fu il caso ad esempio della figura di Ivan Nikitic Smirnov, lui sì (a differenza di Zinoviev, Kamenev, Pjatakov, Radek) militante ritrovato del marxismo rivoluzionario dopo la prima capitolazione a Stalin nel 1929. Lui sì che si era realmente incontrato con Sedov, entusiasta assieme al padre per “il ritorno di Smirnov”, e che lavorava alla riorganizzazione della presenza bolscevica nell’URSS attraverso un processo di ricomposizione politica di diversi gruppi. Grande dirigente rivoluzionario dei tempi della guerra civile, Smirnov resistette a lungo alle pressioni inquisitorie, assieme al suo compagno di lotta Mrackovskij. Respinse più volte gli inquisitori insultandoli. Rifiutò in particolare con sdegno la falsa accusa di terrorismo. Ma Stalin voleva ottenere ad ogni costo la “confessione” di Smirnov, considerando la sua popolarità. Per questo prima gli fece il vuoto attorno, esibendogli le confessioni estorte dei suoi compagni come strumento di demoralizzazione e pressione. Poi minacciò sua moglie Safonova che lo supplicò insistentemente di cedere per aver salva la vita. Infine minacciò i suoi due bambini. In particolare gli fecero vedere la sua figlia adorata Olga Ivanova strattonata e portata via da due sgherri della GPU. Qui Smirnov cedette “confessando” in parte. Sua moglie sarà salva dopo aver recitato la parte peggiore nei processi, e solo nel 1956 racconterà la verità. La figlia di Smirnov si rifiutò invece di confessare alcunché, e per questo venne assassinata. Quanto a Smirnov, col morale spezzato, dirà prima della sua esecuzione: «Abbiamo meritato tutto questo con la nostra condotta vergognosa in questo processo». Morì nonostante tutto a testa alta, come Christian Rakovskij, che scrisse al capo della GPU: “Voi siete soltanto degli assassini, e il primo dovere di ogni uomo è quello di denunciarvi”.
ZINOVIEV E DIMITROV

Questa tragica realtà criminale è ignorata dai nostri autori, e di fatto persino irrisa.
Isolando il processo dal suo contesto storico, essi trasformano una finzione criminale in normale realtà processuale. “Perché, se innocenti, non hanno rifiutato di confessare? Perché non hanno seguito l’esempio di Dimitrov, che al processo di Lipsia ha pubblicamente respinto le accuse dei nazisti, denunciandoli agli occhi del mondo?”
È interessante notare che gli stessi liberi autori che non hanno il coraggio dopo ottant’anni di denunciare i crimini di Stalin, comodamente seduti davanti alla propria scrivania, pretendono dagli imputati di Stalin, prigionieri della GPU, il coraggio della vita propria e dei propri figli. In realtà ripetono le frasi degli intellettuali liberal e progressisti “amici dell’URSS” degli anni Trenta, che essendo peraltro più raffinati ponevano il confronto non solo con Dimitrov, ma con l’atteggiamento tenuto da Danton e Robespierre in analoghi processi. Trotsky rispose loro con parole di verità.

«Il confronto, tanto caro agli intellettuali, con Danton, Robespierre ed altri personaggi della Rivoluzione francese, è assolutamente fuori posto. I tribuni della Rivoluzione francese cadevano sotto la lama della giustizia appena usciti dalla lotta, nel pieno dell’età, i nervi quasi intatti e senza la minima speranza di salvezza. Il paragone con l’atteggiamento di Dimitrov al processo di Lipsia è ancor meno a proposito. Rispetto a Torgler, Dimitrov dava prova, per contrasto, di coraggio e risolutezza. Ma i rivoluzionari dei vari paesi ed in particolare quelli russi dettero prova di eguale fermezza in circostanze molto più difficili. Dimitrov si trovava di fronte il nemico di classe più esecrato… Lo Stato nazista, appena costituito, non era ancora in grado di ricorrere a imposture totalitarie. Dimitrov si sentiva appoggiato dall’immenso apparato dello Stato sovietico e dell’Internazionale Comunista. Da ogni parte la simpatia delle masse era a suo favore. Aveva amici anche tra coloro che assistevano al processo. Come si può paragonare questa alla situazione di Kamenev e Zinoviev davanti al tribunale della GPU? Da dieci anni vivevano immersi nella nebbia fitta della calunnia prezzolata. Da dieci anni oscillavano tra la vita e la morte, dapprima nell’accezione politica del termine, poi in senso morale, ed infine in senso fisico. È possibile trovare in tutta la storia altri esempi di annientamento tanto raffinato, tanto sistematico, delle facoltà di resistenza, dei nervi, di ogni fibra dell’anima? Di carattere Zinoviev e Kamenev ne avrebbero avuto da vendere in tempi normali. Ma l’epoca dei più grandi sconvolgimenti sociali e politici esigeva da quegli uomini, chiamati per le loro doti a sostenere un ruolo direttivo nella rivoluzione, una fermezza del tutto eccezionale. La sproporzione tra le loro capacità e la loro forza di volontà ebbe tragici risultati.» (Trotsky, I crimini di Stalin)

È un giudizio significativo. Dopo la breve parentesi dell’opposizione unificata di sinistra del 1926-’27, la rottura fra Trotsky da un lato e Zinoviev e Kamenev dall’altro era stata profondissima. Ogni rapporto era rotto, non vi furono né contatti né tanto meno corrispondenze (con buona pace dei nostri autori). Trotsky raccomandò anzi ai militanti marxisti rivoluzionari dell’opposizione russa di evitare ogni relazione equivoca con quelli che definiva “capitolazionisti” (o “defezionisti”). Ma Trotsky non confondeva la severità del proprio giudizio politico con la calunnia criminale di Stalin:

«Conosco talmente a fondo i protagonisti di questa vicenda, il loro carattere, i loro mutui rapporti, l’insieme delle circostanze, che posso affermare con assoluta sicurezza: l’accusa di terrorismo formulata contro Zinoviev e Kamenev è da principio alla fine un’abominevole montatura poliziesca». (Trotsky, I crimini di Stalin)

I militanti trotskisti nei campi di prigionia si alzarono in piedi in segno di rispetto quando giunse loro la notizia dell’assassinio dei due dirigenti della Rivoluzione d’Ottobre, compagni di Lenin e di Trotsky.
LE “DIRETTIVE TERRORISTE” DI TROTSKY

Passiamo ora all’esame del contenuto di merito delle “confessioni”.

Il primo capitolo di accuse rivolte a Trotsky, e pertanto estese ai suoi presunti complici, si è concentrato sul “terrorismo”. Dopo l’uccisione di Kirov fu questa la prima campagna staliniana. Al primo processo del 1935 furono condannati a morte con questa accusa circa 180 imputati “terroristi”. Zinoviev e Kamenev per l’occasione furono condannati solamente per “responsabilità morali”. Al secondo processo (il processo cosiddetto dei sedici) le accuse agli imputati si fanno dirette: organizzazione e promozione del terrorismo. Il terrorismo diveniva il minimo comune denominatore di tutti gli accusati, la soglia minima della confessione richiesta. Un oscuro Valentin Olberg, sospetto agente della GPU (secondo Rogovin e i diari di Orlov), emigrato tedesco inviato in URSS, “confessa” dopo un mese di trattamento di aver ricevuto da Trotsky la direttiva di uccidere Stalin. La direttiva terroristica di Trotsky diventa da allora un’espressione ricorrente, ossessivamente ripetuta in tutte le deposizioni in forma praticamente identica.

Trotsky terrorista. Gli autori si sforzano di dare una parvenza di credibilità ad un’accusa tanto infamante. Purtroppo per loro lo fanno con argomenti talmente imbarazzanti da produrre un involontario effetto boomerang. La costruzione argomentativa è la seguente. Dopo il 1933-’34 Trotsky passò da una battaglia per la riforma antiburocratica dell’URSS alla prospettiva della rivoluzione politica contro la burocrazia, ossia il rovesciamento del sistema burocratico e la conquista proletaria del potere. Una rivoluzione implica l’esercizio della forza, dunque della violenza. Tra la violenza e il terrorismo il passo è breve. Anzi. Secondo la visione degli autori, mentre Trotsky avrebbe realmente contrastato la teoria e la pratica del terrorismo dentro un contesto capitalistico, avrebbe invece sostenuto la pratica del terrorismo in rapporto alla rivoluzione antiburocratica. Perché in questo caso non si trattava di rovesciare una classe borghese, ciò che implica una rivoluzione di massa, ma di estirpare il potere politico della burocrazia esistente con misure di polizia, cioè con un colpo di mano. Di cosa si tratta, concludono i nostri, se non di terrorismo?

Non c’è un solo grammo di verità in questa faticosa congettura.
La scuola teorica e pratica del marxismo ha sempre respinto il terrorismo individuale come strumento rivoluzionario. Sempre. È la polemica di Marx ed Engels contro Bakunin. È la polemica di Lenin contro la tradizione terroristica dei Socialisti Rivoluzionari in Russia. È la polemica che Trotsky ha condotto in quarant’anni di militanza politica rivoluzionaria in ogni occasione. La presunta distinzione di posizionamento verso il terrorismo tra il contesto capitalistico e il contesto burocratico staliniano è figlia di ignoranza o di consapevole mistificazione. La rivoluzione politica si distingue dalla rivoluzione sociale per il suo contenuto storico (in quanto rovescia il potere politico ma salvaguarda i rapporti di proprietà), non per la forma dell’azione rivoluzionaria. La rivoluzione, per definizione, o è di massa o non è. Solo un’azione rivoluzionaria di massa poteva rovesciare la dittatura burocratica e affermare il potere dei lavoratori, sulla base delle loro strutture di autorganizzazione di massa (soviet, o consigli), non certo il terrorismo individuale e i suoi metodi. Proprio per questo Trotsky non solo non ha mai avallato e tanto meno promosso azioni terroristiche contro Stalin e i burocrati stalinisti, ma ha sempre condannato politicamente ogni possibile suggestione di questo tipo nelle file dell’opposizione di sinistra antiburocratica, in URSS e non solo. Esemplare da questo punto di vista la posizione che Trotsky assunse sull’uccisione di Kirov nel 1934.

Il 28 dicembre 1934, quattro settimane dopo l’assassinio di Kirov, Trotsky scriveva sul Bollettino dell’Opposizione (num. 41):

«[…] I marxisti che condannavano decisamente il terrorismo individuale anche quando i suoi colpi erano diretti contro gli agenti dello zar e dello sfruttamento capitalista, condanneranno e respingeranno ancor più categoricamente i rischiosi e criminali attentati perpetrati ai danni dei rappresentanti burocratici del primo Stato operaio della storia. Poco ci interessano i moventi soggettivi di Nikolaev e dei suoi compagni. Fino a quando la burocrazia non verrà scacciata dal proletariato – e prima o poi lo sarà – essa ricoprirà una necessaria azione di difesa dello Stato operaio. […]»

Analogamente Trotsky scriveva il 26 settembre del 1935 sul Bollettino dell’Opposizione num. 45:

«Le atrocità insensate che sono state generate dai metodi burocratici della collettivizzazione, con le vigliacche rappresaglie e le violenze esercitate contro i migliori elementi dell’avanguardia proletaria, provocano inevitabilmente l’esasperazione, l’odio, il desiderio di vendetta. Questa atmosfera genera nei giovani delle tendenze al terrorismo individuale. Il piccolo bonaparte ucraino S. Kossior, celebre per la sua impudenza, ha detto non molto tempo fa che “Trotsky sulla stampa fa appello ad uccidere i dirigenti sovietici”… Chiunque conosca i miei scritti può facilmente verificare se davvero ho fatto appello “ad assassinare i dirigenti sovietici”, sempre che possano esistere degli adulti che hanno bisogno di verificare simili stupidaggini… Chiamiamo ad assassinare i dirigenti sovietici? Se i burocrati, che si sono autodeificati, pensano sinceramente di fare la storia, da parte nostra non condividiamo assolutamente questa illusione. Stalin non ha creato l’apparato, è l’apparato che ha creato Stalin a sua immagine. La sostituzione di Kirov con Zdanov non ha assolutamente cambiato nulla della natura delle cose… Esiste un assortimento illimitato di Kossior: non si distinguono gli uni dagli altri, a parte qualche centimetro in altezza o larghezza. Solo questo. La sostituzione di Stalin con dei Kaganovic non porterebbe novità, come la sostituzione di Kirov con Zdanov. Ma Kaganovic avrebbe sufficiente autorità? Non vi preoccupate: tutti i Kossior, il primo, il quindicesimo come il millesimo, gli procurerebbero subito l’autorità necessaria tramite la catena burocratica, esattamente come hanno creato l’autorità di Stalin, cioè la loro autorità, il loro regno incontrollato… È per questo che il terrore individuale ci appare penoso e impotente. No, non abbiamo dimenticato l’abc del marxismo. […]»

Questa avversione marxista al terrorismo individuale, anche in rapporto alla burocrazia sovietica, è rintracciabile in centinaia di articoli di Trotsky. Ma i nostri autori rimuovono tutto questo per avvalorare i processi di Mosca sulle “direttive terroriste” di Trotsky.

Direttiva terrorista. Non solo si attribuisce a Trotsky una svolta di linea a favore del terrorismo contro tutto quanto ha detto e scritto in quarant’anni, il che rappresenta già di per sé un’assurdità. Ma la svolta si esprimerebbe in “direttive”, cioè, se le parole hanno un senso, in azioni di comando commissionate (per lettera!) a propri seguaci, talmente sottomessi da essere passivi esecutori degli ordini ricevuti. In qualche caso figure marginali ed equivoche come Olberg, che Trotsky tenne a distanza dalla propria segreteria perché ne diffidava ma a cui avrebbe addirittura affidato… l’uccisione di Stalin. In altri casi la “direttiva” sarebbe stata impartita ad ex oppositori che avevano rotto con Trotsky nel 1928-’29 (Pjatakov e Radek) ma che sarebbero ridiventati suoi agenti clandestini, per cause misteriose, nel 1931-1932, nonostante continuassero ad attaccarlo ferocemente sulla stampa di Stalin in lode a Stalin. In ogni caso le “direttive” implicano l’assenza di discussione lungo una linea gerarchica di comando universalmente accettata e subita. Come si può accreditare una versione tanto grottesca a fronte di un movimento trotskista internazionale che notoriamente discuteva appassionatamente ogni questione, a partire da ogni livello dirigente, e che assai spesso vedeva differenziazioni interne, dissensi dichiarati, ripetute scissioni? Un vero mistero. Tanto più fitto se si considera che tutti questi “terroristi” comandati da Trotsky prima avrebbero accettato all’unanimità le sue direttive, e poi avrebbero deciso sempre all’unanimità e per di più simultaneamente di confessare il crimine e di denunciare il mandante. Non solo. Il mistero diventa davvero impenetrabile se si considera che dopo l’uccisione di Kirov non vi è stato in tutta l’URSS… un solo atto terrorista. E questo nonostante la tradizione storica del terrorismo russo. Migliaia di agenti trotskisti terroristi, centinaia di gruppi e organizzazioni terroriste sgominate e debellate dalla GPU in tutti gli angoli dalla grande Russia, senza che un solo atto di terrorismo sia stato commesso.

È possibile non vedere che l’unica vera campagna di terrore fu quella scatenata dal regime contro ogni ombra di opposizione?
LA CALUNNIA PIÙ INFAME: TROTSKY ALLEATO DI HITLER

Ma non bastava a Stalin – né ai nostri autori – accusare Trotsky di terrorismo. Occorreva accusarlo di complicità col nazismo nella preparazione della guerra contro l’URSS per lo smembramento dell’URSS. Solo così era possibile completare la demonizzazione della sua figura, in URSS e nel mondo, suscitando sentimenti di odio e rigetto. In fondo, l’accusa di terrorismo contro gli alti burocrati privilegiati avrebbe rischiato, a certe condizioni, di incontrare comprensioni silenziose e persino tacite simpatie in settori di popolazione povera russa che a loro modo detestavano la burocrazia dominante. Invece l’accostamento del terrorismo alla guerra e ai nazisti avrebbe eretto attorno a Trotsky una barriera insormontabile di avversione, a tutto vantaggio del regime. Era ciò che Stalin cercava.

La calunnia più infamante è anche quella più scopertamente falsa. Come per tutte le accuse imbastite nei processi di Mosca, non è stata esibita alcuna prova e neppure il più labile indizio a sostegno dell’accordo fra Trotsky e Rudolf Hess, se si eccettuano naturalmente le “confessioni” estorte agli imputati. Né mai emergerà in nessuna ricostruzione storica successiva o materiale d’archivio alcun riscontro di questa fantasia. È molto significativo che lo stesso processo di Norimberga, dove Hess sedeva tra gli imputati, non abbia offerto alcuno spunto in questa direzione. Al contrario. Nonostante scrittori e giornalisti anglosassoni avessero rivolto al Presidente della Corte, ai membri del tribunale e ai vari procuratori la richiesta di interrogare Hess su questo aspetto specifico, i giudici e procuratori russi si guardarono bene dall’accettare la sfida. Rifacendosi al precedente illustre del presidente Delegorgue al processo a Zola, chiesero espressamente – e ottennero – che non si facessero domande imbarazzanti all’imputato. Imbarazzanti per i russi, naturalmente. Non era bene che il prestigio dell’URSS venisse macchiato dalla pubblica emersione delle truffe giudiziarie di Stalin e dei suoi crimini, tanto più nella fase storica precedente la destalinizzazione. Peraltro anche al XX Congresso del PCUS la famosa relazione Krusciov si guardò bene dall’alzare il coperchio sui processi di Mosca, ed in particolare su Trotsky, se non altro per il fatto che nei giorni dei famigerati processi proprio il giovane burocrate Krusciov arringava i militanti di partito in pubblici comizi nella Piazza Rossa contro “i terroristi trotskisti, complici dei nazisti”, chiedendone la fucilazione.

In compenso, proprio l’accusa di collaborazione coi nazisti fu più di ogni altra l’arma di persecuzione staliniana dei militanti trotskisti nel mondo intero, e di tutto ciò che poteva apparire come la loro ombra. In particolare nel corso della guerra civile spagnola, dove il Partito Comunista di Spagna (stalinista) agì come quinta colonna della GPU contro i militanti rivoluzionari, il POUM, la sinistra anarchica, proprio nel nome della lotta al “trotsko-nazismo”, sino all’assassinio di Nin e di Berneri, e persino nell’URSS, contro tutti i comunisti stranieri lì rifugiati, passati per le armi con l’accusa di trotskismo. Vennero trucidati i comunisti rifugiati tedeschi (Hermann Kupferstein, che nelle battaglie di strada in Germania aveva ucciso due ufficiali nazisti e per questo si era rifugiato in URSS; i membri del CC del Partito Comunista Tedesco Neumann, Heckert, Remmele; il deputato al Reichstag Schubert; il segretario di Thalmann, Werner Hirsch…). Vennero trucidati i comunisti rifugiati polacchi (Jarsky e sua moglie; il deputato Sokhatsi; Anton Werner del CC del partito…). Venne torturato e ucciso in prigione Béla Kun, capo del governo d’Ungheria nel 1919, da sempre fedele a Stalin e tuttavia caduto in disgrazia. Finirono nei cosiddetti isolatori numerosi membri dei comitati centrali dei partiti comunisti bulgaro, jugoslavo, cinese. Il grosso degli studenti cinesi a Mosca, realmente legati all’opposizione trotskista, furono massacrati senza pietà dalla GPU.

Come si vede, la tesi del complotto trotsko-nazista non fu solamente una calunnia, ma lo strumento criminale di uno sterminio anticomunista che andò ben al di là dei processi. I processi di Mosca furono solo la celebrazione liturgica del crimine.
L’ASSURDITÀ LOGICA DELLA GRANDE CALUNNIA

I nostri autori presentano la tesi dell’alleanza tattica fra Trotsky e i nazisti come una propria interpretazione storica originale, il frutto della propria autonoma ricerca e dei propri studi.
Ora, è certo che i nostri autori abbiano studiato tanto. In particolare dalle citazioni che ostentano sembra abbiano sfogliato avidamente tanta parte delle pubblicazioni di Trotsky e degli storici trotskisti, da Broué a Rogovin. Tuttavia non sempre uno studio matto e disperatissimo dà buoni risultati, soprattutto se la lettura non è sorretta da una preparazione preventiva, e per di più è animata da un pregiudizio ossessivo. Colpisce infatti che dopo tanta generosa applicazione i nostri autori si riducano a presentare come proprio colpo di genio la semplice ricopiatura della “confessione” di Radek e Pjatakov ai processi: perché tutta la tesi dell’”accordo tattico” tra Trotsky e i nazisti, i termini dell’accordo, le finalità dell’accordo, è ricopiata di sana pianta dalla deposizione di Radek. Lo scopo del lavoro generoso dei nostri autori non è stato quello di sottoporre a verifica quella deposizione, ma di assumerla a priori quale verità da celebrare. La figura letteraria dell’avvocato del diavolo nella veste di interlocutore immaginario è solamente un artificio retorico a copertura di questo impianto.

Il punto è che la “confessione” di Radek e Pjatakov non solo non porta elementi di prova ma è priva di ogni logica interna.

Un’indagine poliziesca che si rispetti muove dalla certezza di un crimine e dall’individuazione dei possibili moventi per risalire al criminale responsabile. Invece nel caso concreto il crimine è un fantasma e i moventi sono inverosimili per tutti i responsabili del presunto crimine. Il crimine è un fantasma, perché non esiste e non è mai esistita alcuna traccia della sua consumazione. Il corpo del reato non esiste, né sotto forma di testo pattuito, né di lettera che faccia riferimento ad esso, né di riferimenti documentali magari emersi successivamente in qualsivoglia archivio diplomatico (russo o tedesco), né di atti contemporanei o successivi che riconducano alla sua consumazione o progettazione. Niente di niente. Lo stesso Radek può dire a ragione, come abbiamo visto, «non avete altro che le mie parole».

I moventi non sono da meno.
Radek, Pjatakov, e i nostri autori a rimorchio, descrivono l’accordo di Trotsky coi nazisti come un accordo di spartizione dell’URSS, a seguito della sua sconfitta militare per mano tedesca. La Germania avrebbe ottenuto tutto, in base all’accordo: il pieno controllo sull’industria sovietica, a partire dall’industria militare, il pieno controllo delle materie prime, larga parte del territorio russo (Ucraina), il sostegno politico al governo tedesco e alla sua politica estera. In poche parole, una trasformazione dell’URSS in colonia dell’imperialismo nazista. E Trotsky? Sarebbe divenuto comandante in capo del governo “sovietico” (?), soddisfacendo la propria sete di potere. Da lì naturalmente avrebbe rilanciato la… rivoluzione mondiale.

La sola formulazione di questa tesi ha il sapore irresistibile di una barzelletta.

Per quale ragione la potente Germania nazista avrebbe dovuto negoziare gli equilibri mondiali con un rivoluzionario esiliato e braccato in mezzo mondo, lontano dall’URSS, privo di ogni potere e di ogni mezzo? L’enorme asimmetria dei contraenti rende il “patto” del tutto inverosimile, senza alcun precedente storico. Una grande potenza emergente, quale sicuramente era il Terzo Reich, poteva essere interessata (infatti come vedremo lo sarà eccome) a relazioni negoziali anche spregiudicate con altre potenze, perché ogni relazione negoziale presuppone una materia di scambio. Ma cosa poteva offrire ai nazisti Leone Trotsky, quando non aveva il controllo neppure della propria vita e di quella dei propri figli? E cosa potevano attendersi da lui i gerarchi nazisti che in patria oltretutto avevano distrutto l’organizzazione trotskista senza alcuna pietà, al pari di tutte le altre tendenze grandi e piccole del movimento operaio tedesco?
Se la Germania nazista avesse piegato militarmente l’URSS non avrebbe avuto certo bisogno delle concessioni di un rivoluzionario esiliato, per prendersi materie prime, territori, industria militare sovietica…

La stessa inverosimiglianza del “patto” si pone dal versante di Trotsky. Non parliamo degli aspetti politici (su cui torneremo più avanti), ma anche solo di quelli logici. Per quale ragione Trotsky avrebbe dovuto sperare nel proprio riconoscimento politico di capo dei residui dell’URSS da parte delle armate naziste vittoriose? Tutto avrebbero fatto i nazisti vittoriosi, con l’URSS piegata e invasa dalle proprie armate, tranne che affidare le redini dei suoi brandelli a un marxista rivoluzionario e alla sua organizzazione internazionale. Un governo russo fantoccio dei nazisti guidato da Trotsky? Solo un imbecille avrebbe potuto coltivare una simile ipotesi. Se Trotsky avesse provato a “vendere l’URSS” ai tedeschi nel 1935 sarebbe apparso nelle stesse vesti di un Totò che vendeva la Fontana di Trevi ai turisti americani. Con la non disprezzabile differenza che un conto è un film, e un altro la realtà; e che i gerarchi nazisti erano tutt’altro che sprovveduti turisti di passaggio. Eppure, secondo Radek, Pjatakov, e i nostri autori a rimorchio, Trotsky avrebbe addirittura messo a rischio l’intero patrimonio politico di una vita, l’intera organizzazione della IV Internazionale in costruzione, nel nome della speranza di essere incoronato dai nazisti. Chi può credere seriamente a una simile idiozia?

Eppure su questa idiozia si è scritto un libro di cinquecento pagine.
UNA SECONDA BREST-LITOVSK?

“Brest-Litovsk!” esclamano i nostri autori, sulla scia di Radek. Ecco il modello di riferimento dell’inconfessabile accordo segreto. Del resto, Lenin e Trotsky non si erano forse accordati nel 1918 col governo tedesco facendogli numerose concessioni anche territoriali? Trotsky fu un protagonista di quel tormentato passaggio diplomatico. Perché non avrebbe dovuto immaginare una seconda Brest-Litovsk con la Germania nazista?

Purtroppo per i nostri poveri autori, la metafora di Brest-Litovsk, copiata da Radek, peggiora la loro precaria situazione. Trotsky aveva già risposto esaurientemente nel 1937 all’evocazione di questa analogia storica:

«Il governo bolscevico cedette in effetti alla Germania con il trattato di Brest-Litovsk vari territori, per mantenere il regime dei Soviet nel resto del paese.
Solo che:
a) il governo dei Soviet non aveva altra scelta
b) la decisione non venne affatto presa all’insaputa del popolo, ma solo in seguito a pubbliche discussioni
c) il governo bolscevico non nascose mai alle masse popolari che il trattato di Brest-Litovsk era una capitolazione temporanea e parziale della rivoluzione proletaria di fronte al capitalismo
Vi era dunque piena corrispondenza tra il fine e i mezzi. L’onestà dei dirigenti nei riguardi delle masse era assoluta.
Vediamo ora che significato ha l’accusa che mi viene rivolta.
Avrei concluso un accordo col militarismo e il fascismo sulle seguenti basi:
a) avrei creato le premesse per la distruzione dell’economia sovietica e per lo sterminio degli operai e dei soldati sovietici
b) avrei dissimulato al mondo intero i miei piani e i miei effettivi metodi
c) tutta la mia manifesta attività politica servirebbe solo a ingannare le masse lavoratrici sui miei piani effettivi, noti ad Hitler, al Mikado e ai loro agenti.
Gli atti che mi vengono attribuiti non solo non hanno niente in comune, come si può vedere, con l’azione di Lenin, ma si collocherebbero al contrario in una posizione diametralmente opposta.
La pace di Brest-Litovsk fu una ritirata temporanea, un necessario compromesso il cui scopo era salvare il regime dei soviet. La collusione con Hitler e il Mikado equivarrebbe ad aver tradito gli interessi della classe operaia per brama di potere personale, ed anzi, più precisamente, di un miraggio di potere: sarebbe in altri termini il più ignobile dei tradimenti.» (Trotsky, I crimini di Stalin)

Sono parole assolutamente inequivoche.
L’ACCUSA DI SABOTAGGIO

Radek e Pjatakov (i nostri autori sempre a rimorchio) indicarono in realtà la moneta di scambio che Trotsky avrebbe offerto ai nazisti in cambio della promessa di una propria incoronazione futura: il sabotaggio dell’economia sovietica, nel quadro di una politica generale disfattista. Il sabotaggio dell’economia avrebbe prostrato l’economia dell’URSS spianando per questa via la strada al nemico.

L’accusa di sabotaggio rivolta a Trotsky e ai trotskisti accompagna nei processi di Mosca l’accusa principe di terrorismo, entrambi ovviamente in combutta con la Gestapo. Trotsky definì l’accusa di sabotaggio come “l’elemento più grossolano di tutta la montatura giudiziaria”. Non aveva torto.

Secondo la versione fornita dalla “confessione” di Pjatakov, Trotsky avrebbe dato la direttiva generale del sabotaggio nel 1934. Secondo altri “testimoni” minori (Shestov) la data d’inizio sarebbe stata il 1931. Nel primo caso la direttiva avrebbe preceduto il cosiddetto accordo coi nazisti. Nel secondo caso avrebbe preceduto addirittura l’avvento dei nazisti al potere. Come si spiega l’incongruenza? In nessun modo.
A chi avrebbe dato Trotsky «la direttiva» del sabotaggio? A Pjatakov stesso naturalmente, eminente ministro dell’industria. In cosa avrebbe dovuto concretizzarsi il sabotaggio? I processi di Mosca enumerano sotto questo profilo una miriade di fatti e disfunzioni del più diverso segno: rallentamento dei piani delle nuove fabbriche, eccesso di accumulo di riserve dei materiali nei depositi, l’usura delle locomotive nelle ferrovie, istruzioni eccessivamente rigide col fine di esasperare gli operai… In realtà si trattava per lo più di malfunzionamenti o distorsioni legate alla gestione burocratica dell’economia pianificata a danno delle sue potenzialità. Una materia che Trotsky aveva trattato in innumerevoli articoli e saggi a partire dal 1930, che avrebbero trovato il proprio compendio e sistematizzazione analitica nella Rivoluzione tradita del 1936. Dunque Trotsky da un lato sabotava e dall’altro indicava pubblicamente ai burocrati i malfunzionamenti su cui intervenire? Da un lato sabotava e dall’altro attirava l’attenzione dei responsabili sul sabotaggio? Un sabotatore davvero singolare, non c’è che dire.

La verità è che queste disfunzioni, effetto parziale tra gli altri fattori della collettivizzazione forzata intrapresa nel 1929, avevano accumulato un malcontento sociale diffuso. L’accusa del sabotaggio mirava a dirottare questo malcontento contro Trotsky, il nemico occulto di ogni male, a vantaggio del regime burocratico: un classico diversivo di ogni regime reazionario, che cerca di ricomporre le proprie contraddizioni nella contrapposizione a un nemico esterno. Tuttavia la campagna ossessiva contro il sabotaggio dei trotskisti si prestava a inconvenienti non minori della campagna contro il terrorismo. La campagna contro il terrorismo si scontrava col fatto che nell’URSS non vi erano atti terroristi. La campagna contro il sabotaggio, data la presenza reale di malfunzionamenti diffusi, finì col dare una rappresentazione ingigantita della presenza occulta dei “trotskisti” nell’amministrazione pubblica, tanto più improbabile dopo il repulisti burocratico successivo al 1927. Un uomo solo, espulso dall’URSS e in esilio da nove anni, diventava il diabolico burattinaio che reggeva i mille fili di un misterioso complotto pervasivo che allungava i propri tentacoli sulla economia e sullo Stato, ad ogni livello della società sovietica? Ed anche in questo caso, come nel “terrorismo”, le direttive sabotatrici di quest’uomo erano accettate e subite senza fiatare dai suoi mille complici clandestini sino al giorno della “confessione” generale?

La deposizione di Pjatakov si caricò sulla schiena il peso di queste assurdità.
Del resto, se è Pjatakov che confessa, perché non credergli? È il ministro dell’industria che parla!
La confessione di Pjatakov svolgeva dunque un triplice ruolo: era lui il protagonista testimone dell’accordo fra Trotsky e i nazisti; era lui che in veste di ministro dell’industria rappresentava il diretto destinatario delle direttive del sabotaggio economico; era lui la testimonianza della penetrazione clandestina dei trotskisti ai più alti livelli dell’amministrazione dello Stato, e dunque perciò stesso la misura indiretta della forza negoziale di Trotsky verso i nazisti. Al pari di Radek, Pjatakov concentrava su di sé tutte le leve del terzo processo di Mosca.

Ancora una volta: “Non avete nulla al di fuori delle nostre parole”.
[Continua qui]
Marco Ferrando

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