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Il 19 aprile del 1968, a Valdagno, i lavoratori della Marzotto, fabbrica tessile famosissima, scioperano contro l’autoritarismo (condito di paternalismo) padronale, per rivendicare miglioramenti salariali e normativi. Di fronte alla folla di lavoratori e studenti riunita davanti ai cancelli si schierano i carabinieri, che iniziano un selvaggio pestaggio (anche con catene!). La rabbia delle migliaia di lavoratori e studenti, di fronte all’aggressione poliziesca, si scatena, fino a buttar giù dal piedistallo la statua del padre-padrone di Valdagno, Gaetano Marzotto, simbolo visivo dello strapotere padronale nella città veneta. La celere, arrivata da Padova in serata, riuscirà a reprimere la rivolta, causando 42 feriti e 200 fermi. Anche nel profondo Veneto “bianco” il vento caldo del ’68 è arrivato.

 

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Il “Maggio francese” è forse l’apice del Sessantotto, un punto di rottura quasi rivoluzionaria. Il movimento contro la legge Fouchet (che, in sintesi, puntava all’appiattimento dell’istruzione, in particolare universitaria, in funzione dei bisogni delle imprese), iniziato da alcuni mesi, e che aveva avuto nell’occupazione di Nanterre il 22 marzo (vedi galleria 3) un primo punto cruciale, si estende rapidamente a Parigi ed in seguito in tutto il paese. A partire dall’occupazione della Sorbona ai primi di maggio, la crescita del movimento studentesco (a cui si aggiungeranno in breve, nonostante il pompieraggio di PCF e CGT, anche settori crescenti di operai) si fa travolgente. Dalle prime manifestazioni che si misuravano in migliaia, e poi decine di migliaia, si passa alle centinaia di migliaia. E la repressione gollista non riesce a fermare questa crescita. Anzi, sembra gettare benzina sul fuoco. Come nella “notte delle barricate”, tra il 10 e l’11 maggio, quando a Parigi, soprattutto nel “Quartiere Latino”, si affrontano decine di migliaia di studenti e migliaia di poliziotti. Il bilancio sarà di oltre 200 feriti, in grande maggioranza studenti.

 

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Il 13 maggio, a due giorni dalla “notte delle barricate”, il movimento fa un ulteriore salto di qualità: viene proclamato lo sciopero generale (quindi anche PCF e CGT decidono di “cavalcare la tigre”) e a Parigi ci sarà la più numerosa manifestazione del dopoguerra in Francia. Circa 800 mila lavoratori, studenti, cittadini scendono in piazza, per protestare contro la repressione ma anche per rovesciare la Vª Repubblica gollista. Nella foto, Alain Krivine, dirigente dei giovani della Quarta Internazionale, arringa il servizio d’ordine della Jeunesse Communiste Revolutionnaire.

 

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Dopo lo sciopero del 13 non ci sarà il “ritorno a casa”. Gli scioperi e le agitazioni si susseguono, al di là della proclamazione ufficiale o meno da parte di CGT e CFDT. Inizia lo “sciopero selvaggio” più lungo della storia francese. Il 15 maggio il teatro dell’Odeon viene occupato e dichiarato “aperto”. Iniziano riunioni, assemblee, performance artistiche che vedono la partecipazione di migliaia di lavoratori, studenti, semplici cittadini, in un clima sempre più combattivo. Un crescendo che sembra preparare una vera e propria crisi rivoluzionaria.

 

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Il 22 maggio oltre 10 milioni di lavoratori (circa un quarto dell’intera popolazione della Francia!) sono in sciopero. Il punto culminante del processo rivoluzionario sembra raggiunto. La classe operaia, scavalcando ampiamente le proprie direzioni tradizionali (PCF e CGT in testa) ha occupato il proscenio, mettendo in secondo piano le rivendicazioni studentesche e giovanili. Le richieste di aumenti salariali, di riduzione d’orario, di miglioramenti normativi non bastano più. La richiesta fondamentale si fa politica: lo slogan “dix ans ça suffit” (10 anni bastano), che fa riferimento alla durata della Vª Repubblica (instaurata da De Gaulle nel 1958) vuol dire che bisogna farla finita col gollismo e, in senso più ampio, con il capitalismo.

(continua)

Flavio Guidi

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