Pubblichiamo un’amara riflessione della compagna Eleonora Forenza, europarlamentare del PRC, sulla rottura definitiva di Potere al Popolo e la fuoriuscita dal “nuovo partito” del PRC.
Non sono una signora.
Appunti dopo il Coordinamento di Potere al popolo di oggi
Non sono una signora
Una con tutte stelle nella vita
Non sono una signora
Ma una per cui la guerra non è mai finita
Oh no, ho no
(lory)
1)SEI UNA DA SALOTTI. All’inizio mi sono detta “guarda e passa”. Poi no, non sarebbe giusto. Perché quanto accaduto oggi non è un fatto privato. È un fatto personale e politico. Oggi mi sono sentita dire da Salvatore Prinzi “non sei buona per la politica. Sei troppo delicata. Sei buona per i salotti”. Provo a mettere tra parentesi – ma non ci riesco – che dietro una frase di questo tipo c’è il non riconoscimento di più di metà della mia vita. E c’è, anche, il non riconoscimento di quattro anni da parlamentare passati avendo come bussola l’essere da sostegno ai movimenti e alle lotte, continuare a essere una militante tra le altre e gli altri, non deludere compagne e compagni che troppo spessi si sono ritrovati dimenticat@ dalle persone che avevano eletto. Se il bilancio è positivo o negativo non sta a me dirlo. Io posso dire solo di essermi spesa senza riserve, con tutte le mie forze e con tutte le mie fragilità. E che in questi quattro anni tra visite alle carceri e ai cpr, denunce e richieste di estradizione, salotti no, proprio non ne ho visti. Ma il nodo non è certo che Prinzi mi riconosca. Del suo riconoscimento faccio volentieri a meno, dato che il femminismo mi ha insegnato a liberarmi del bisogno di riconoscimento maschile. È la concezione machista della politica che viene fuori da quelle parole a preoccuparmi. Sei delicata, non sei buona a fare politica. Certo, non sono buona a una politica fatta di insulti, di minacce fatte di “mettere le mani in faccia” ai compagni, di mani che in faccia ai compagni vengono messe davvero, come è successo ieri a Roma. Per il resto, suggerisco la lettura di Sensibili guerriere.
2) IL POPULISMO INTERNO E IL POPULISMO DELL’1% Ho già parlato altre volte della strategia e della pratica della costruzione del “nemico interno” (cit.). Oggi in Coordinamento mi è toccato riparlarne perché Giorgio Cremaschi non si era accorto del fatto che fosse partita una macchina del fango, di delegittimazione personale di molt@ compagn@ e di una intera organizzazione. Una vera e propria operazione di populismo interno (ringrazio il seminario su Gramsci e il populismo che “involontariamente” mi ha offerto molti spunti di riflessione) fondato sull’uso di dicotomie manichee e moralistiche: noi e voi, quelli che pensano solo alle elezioni, che devono campare di politica, il vecchio e nuovo. Di mezzo, “non avete mai visto un proletario in vita vostra” (rivolto sempre dall’ottimo Prinzi al segreterio nazionale di Rifondazione comunista, figlio di operaio) “quella è la porta” (dello stesso autore), “chi ti caca” (id.), rafaniello, “bradipo” (rivolto a Marina Boscaino), cricca, “certi soggetti”, “metto le mani in faccia”, fino a “bandiera di merda” e alle mani in faccia davvero. Direi che come strategia per unire il blocco sociale nel neoliberismo è un po’ debole. Più efficace senz’altro a espellere compagne e compagni che “fanno perdere tempo”, che insomma pretendo pure di dire la loro dopo essere stati usati. A che cosa era funzionale tutto questo? Al pochi ma buoni. All’espulsione della costruzione processuale della decisione. Non so quante volte ho sentito usare l’espressione “snella” nella assemblea di Grosseto (e ogni volta mi prendeva un colpo, perché lo so che devo mettermi a dieta). Ma in fondo l’ipotesi disegnata dal primo statuto è proprio questa: la disintermediazione, il riconoscimento diretto nella leadership, voto su piattaforma. Forme dell’organizzazione più o meno condivisibili. E che hanno anche altre forze “populiste di sinistra” in Europa: forze che nascono da mobilitazioni di massa, hanno qualche decina di migliaio di aderenti e percentuali di consenso spesso a doppia cifra. Che vogliono parlare al 99%, non rappresentare l’1%.
3) AMMETTERE LA SCONFITTA Ammetto la sconfitta sul piano personale e politico.
La delusione umana è profondissima. Mi ero fidata. E ho chiesto alle mie compagne e ai miei compagni di fidarsi. A loro non posso che chiedere scusa per gli insulti che sono stati rivolti a una comunità politica resistente, generosa, disinteressata. Per non essermi accorta prima che dopo la società civile, gli intellettuali, le avvocate, ora ci sono quelli che le lotte le hanno fatte solo ora a usare rifondazione prima come trampolino di lancio, poi come polvere da mettere sotto il tappeto.
La sconfitta politica. L’unità del ceto politico di movimento e l’unità delle lotte non sono la stessa cosa. Ho lavorato sin dall’inizio perché Pap nascesse come esperienza in discontinuità con gli esperimenti di unità della sinistra e come movimento politico – sociale volto a ridare potere alle classi popolari attraverso il conflitto e il mutualismo. Ho sostenuto quel simbolo e quella capa politica anche quando il mio partito diceva altro. L’ho fatto perché ritenevo prioritario far partire un processo di riconnessione politica e sociale, di unità delle lotte. E, invece, anche questa volta ha vinto il politicismo: partito unico, sindacato unico. Tutto il resto è il male. Non a caso Opg ed Eurostop hanno scelto di attaccare e indebolire proprio chi dentro Rifondazione sosteneva che bisognasse investire in Pap. Hanno preferito una pratica espulsiva pur di mantenere il controllo dell’organizzazione. Si sono oggettivamente alleati con chi dentro rifondazione era contraria a Pap. Il risultato è la distruzione dell’opera nostra. O, meglio, di quella che credevo l’opera nostra. Perché invece oggi c’è chi può brindare alla fondazione del nuovo partitino. E chi dentro rifondazione ha più argomenti per dire che si è sbagliato a lavorare in Pap.
Oggi. Ho spiegato perché ritengo sbagliato validare la votazione.
Per una ragione politica: il primo statuto è stato votato da 3332 persone su oltre 9000 aderenti. Come si può ritenere un risultato entusiasmante e valido per la fondazione di un soggetto politico?
Per molte ragioni relative alle regole (ne riprendo solo alcune): in primo luogo, in relazione all’uso della piattaforma. Come oggi è stato involontariamente esplicitato, non c’era alcuna condivisione né chiarezza sulle policy di uso della piattaforma (quorum di validazione, emendabilità bloccata, quando la possibilità di decidere col metodo Schulze – del minor dissenso è il cuore di Liquid Feedback): come si può pensare di definire una policy della piattaforma dopo il voto?; non c’era un regolamento; la commissione Statuto non si è mai riunita dopo il 30/9 (eppure io l’avevo richiesto) per vagliare gli emendamenti; persone che mi telefonano protestando perché il loro numero è finito nelle mani di non si sa chi e arrivano le telefonate da Napoli che sollecitano al voto (e la privacy?); discriminazione nella pubblicazione dei materiali, derivanti da un uso proprietario del sito e dei mezzi comunicazione; prima l’imposizione delle firme a chi presentava il secondo statuto, poi la messa in votazione nonostante il ritiro da parte di tutti i firmatari; la tagliola del massimo di due emendamenti pena la necessità di presentare statuto alternativo (per la cronaca: a differenza di quanto scrive Cremaschi, gli emendamenti sono stati presentati, da me, come da altri; e rigettati in blocco per interposta persona). Potrei continuare ma mi fermo qui.
La mia proposta è stata di definire una policy della piattaforma e un regolamento, e di socializzare i mezzi di comunicazione, di lavorare a uno statuto che sia approvato dai 2/3 (stessa percentuale che il primo statuto propone per le modifiche).
Il coordinamento di oggi ha deciso a maggioranza di andare avanti con lo statuto votato da 3332 persone in condizioni di palese irregolarità. Io ci ho provato, ci ho provato fino ad oggi ad evitare una frattura autodistruttiva e a cercare una strada di ricomposizione. Che fare?
4)Domani è un altro giorno In primo luogo, per me, riflettere e ascoltare. Ascoltare, ad esempio, le compagne e i compagni che erano contrarie a questa conta assurda, e che si trovano increduli di fronte a quello che è accaduto in Pap queste settimane, pur essendosi spes@ moltissimo per questo progetto.
Per quanto mi riguarda resta la profonda convinzione che sia necessario lavorare alla costruzione del blocco sociale attraverso conflitto e mutualismo e in profonda discontinuità con ipotesi politiciste di aggregazione della sinistra. Ma non posso mettere tra parentesi la sensazione che la virata partitista di Pap, la mancanza di democrazia interna, le forzature e le pratiche espulsive siano funzionali a un progetto molto diverso da quello enunciato nel manifesto. Però lo sapete quasi tutt@, io sono una che non si arrende. Non sono una signora. Sono una compagna.
Eleonora Forenza
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