Le elezioni di domenica in Baviera sono state commentate praticamente da tutti i giornali italiani. Questo interesse è ovviamente dovuto all’importanza demografica ed economica del Land bavarese: con 13 milioni di abitanti (sarebbe l’8º dell’EU, se fosse indipendente) e un PIL superiore alla maggior parte degli stati medi e piccoli dell’UE, non ci si stupisce. Ma il quid in più d’interesse è dovuto, a mio avviso, più che al crollo dei conservatori (sarebbe meglio dire reazionari, seppur non fascisti) della CSU (l’ala destra dei democristiani tedeschi), che perdono oltre il 10% (e la maggioranza assoluta che detenevano nel parlamento di Monaco), al fatto nuovo del crollo della SPD, la socialdemocrazia tedesca, che dimezza in voti e percentuale. Per la prima volta nella storia non solo bavarese, ma tedesca, la SPD (che ottiene meno del 10%) non è più il primo partito della “sinistra”. I Verdi, col 17,5% dei voti, quasi la doppiano. È un fenomeno che sta approfondendosi da almeno un decennio, e non solo in Germania. Tutti i partiti (ex) socialdemocratici che si sono convertiti al social-liberalismo (in Germania, in Francia, in Grecia, in Olanda…in Italia) perdono voti e militanti. Certo, in Germania, culla della socialdemocrazia (quella seria, quella di Engels e Bebel, ma anche quella già calabrache dei Kautsky e, si parva licet, dei Brandt), fa un po’ specie vedere la SPD prendere la metà dei voti dei Verdi. Per un partito che era abituato a prendere oltre il 40% dei voti (ai tempi di Willy Brandt) e che era comunque riuscito a mantenersi oltre il 30% fino a prima della grande crisi iniziata nel 2008 dev’essere umiliante. La burocrazia della SPD non può dire che non se lo aspettava: la Grosse Koalition non poteva non portare a questo. La propensione al suicidio dei social-liberali in tutta Europa (a cominciare dal nostro PD) è ormai talmente evidente da destare qualche preoccupazione sulla salute psichica dei dirigenti ex riformisti. Soprattutto se si paragona con i risultati dei (pochi) partiti socialdemocratici che hanno fatto scelte opposte, come gli inglesi, i portoghesi e, ultimamente, gli spagnoli. È bastato, in questo caso, fare una timida svolta a sinistra, recuperando qualche vecchia bandiera socialdemocratica (un po’ di tasse in più ai ricchi, un aumento dei salari e delle pensioni minime, ecc.) per schizzare in alto nei sondaggi (e, quel che più conta, nelle elezioni vere, come dimostra Corbyn). Magari mettendo un po’ in difficoltà le forze della sinistra “radicale” (come Bloco de Esquerda e PCP in Portogallo, e Podemos in Spagna) che, appoggiando criticamente il nuovo corso socialista, rischiano di sacrificarsi per il Re di Prussia. Non è che i Verdi tedeschi siano molto più a sinistra della SPD: ma per lo meno sono all’opposizione della Merkel e del governo CDU-SPD, per cui molti elettori socialdemocratici delusi hanno fatto il salto della quaglia. La Linke (il partito maggioritario della sinistra “radicale” tedesca) non è riuscito nemmeno stavolta ad entrare nel parlamento di Monaco, anche se ha incrementato di un terzo i suoi voti (ora è al 3,2%) in un Land storicamente poco generoso con la sinistra (se escludiamo la capitale). Un ultimo appunto: l’estrema destra della AfD, presente per la prima volta, entra in parlamento, col 10,2% dei voti, ma perde un quinto dei voti ottenuti solo l’anno scorso alle federali (aveva avuto il 12,6%). Un quadro contraddittorio ed in movimento, quindi. L’unico dato sicuro è che spostarsi a destra, per i partiti che si autodefiniscono di sinistra, sembra non pagare affatto!

FG

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