Oggi quasi tutti i giornali (non parlo ovviamente dei giornalacci dell’estrema destra cavernicola come Libero o il Giornale, che considero al pari della carta igienica a buon mercato) borghesi (oltre al Manifesto) danno un grande risalto a ciò che è successo ieri al processo bis per l’assassinio di Stefano Cucchi. Finalmente, dicono, sappiamo la verità. Come se la verità non fosse già stata scritta su quel volto massacrato, in quel corpo piagato, dopo essere “passato” nella famigerata caserma dei carabinieri torturatori. Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo, i nomi dei due aguzzini che, approfittando dell’impunità garantita (a quanto pare non sempre) dalla divisa, hanno riempito di botte un ragazzo inerme “affidato” alle loro “cure”, sono apparsi su tutti i giornali degni di questo nome. Una verità che l’estrema sinistra grida ai quattro venti (inascoltata dai mass media mainstream) dal 2009 (come l’ha sempre gridata per gli Aldrovandi, per i Giuliani, per i Lorusso, ecc.). Ora l’hanno scoperta anche gli “altri”, i borghesi più o meno illuminati. Solo che la condiscono, come sempre, con la loro ideologia. La logica delle “mele marce” e delle complicità verso queste ultime non inficia la loro fiducia in questo stato, in questa “legalità”. Anzi, proprio il fatto che ora si faccia strada questa verità anche dal punto di vista giudiziario, e per di più “grazie” ad un carabiniere onesto, permette di rilanciare l’idea della sostanziale correttezza di questo stato, di questa legalità. So benissimo che ci sono anche carabinieri e poliziotti onesti ed umani, che magari hanno scelto quella divisa perché, a loro modo, si illudevano di contribuire a “difendere la giustizia”, a combattere “il male”. Nessuno è così ingenuo e manicheo da credere che TUTTI gli “sbirri” siano torturatori e criminali, che TUTTI i democristiani siano ladri, che TUTTI i fascisti siano assassini matricolati. Per fortuna gli esseri umani sono, appunto, tali. Con tutte le contraddizioni, i difetti, le cadute in basso che cozzano contro la loro ideologia e le loro scelte di fondo. Il difetto però, come si diceva, “sta nel manico”. Finché esisterà uno stato, cioè una macchina che delega il monopolio dell’uso della violenza ad un corpo separato, e per giunta incontrollato (o pochissimo controllato) e abituato all’impunità, educato alla cultura autoritaria e antidemocratica (al di là degli esamini sulla Costituzione Repubblicana), con il carico da novanta costituito da leggi create apposta per difendere chi comanda (economicamente, politicamente, culturalmente), non c’è speranza di giustizia. Se non sporadicamente, quando un carabiniere, in un sussulto di dignità, si ricorda di essere soprattutto un essere umano.

Vittorio Sergi

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