Ignaz_Reiss_Soviet_Union Ignace Reiss, uno dei nomi di battaglia di Ignacij Poretski (1899-1937), fu un marxista rivoluzionario polacco, naturalizzato cittadino sovietico, agente della Ceka, poi GPU, poi NKVD, che divenne famoso per la sua lettera al CC del PCUS in cui denunciava i crimini di Stalin e la rottura completa ed irreversibile con lo stalinismo. In seguito a questa lettera, entrata in possesso della NKVD prima ancora della sua pubblicazione, fu assassinato, a Losanna, il 3 settembre 1937, da un gruppo composto da agenti sovietici e ex-ufficiali zaristi (ben lieti di collaborare con gli stalinisti nell’assassinio dei comunisti rivoluzionari). Trotsky lo cita nel Programma di Transizione del 1938, parlando della presenza, all’interno della burocrazia sovietica, di tutte le sfumature del pensiero politico, dalla sinistra rivoluzionaria della stessa (che lui chiama “frazione Reiss”, e di cui certamente sopravvalutava la consistenza) a quella fascista (“frazione Butenko”, dal nome dell’agente sovietico Theodor Butenko, che era passato al servizio della polizia fascista italiana). L’importante ruolo di Reiss nella rete delle spie sovietiche nell’Europa occidentale (in particolare in Francia e Svizzera) lo rendeva estremamente pericoloso per la NKVD, in caso di rottura (anche se lui aveva assicurato, anche dopo la rottura, che non avrebbe mai rivelato nulla che potesse mettere in pericolo la “sicurezza del’URSS” – segno comunque di un attaccamento ancor vivo, nonostante tutto, verso la cosiddetta “patria del socialismo”). Per questo la decisione di assassinarlo fu immediata, usando tutti i mezzi (compreso il coinvolgimento dei russi Bianchi, anticomunisti). In realtà era da tempo che Reiss aveva deciso di rompere con Stalin e il PCUS, in crescente disaccordo con una politica che all’inizio percepiva come erronea e miope, ed in seguito come criminale. Aveva rimandato per anni questa rottura, ritenendo che i danni inflitti al movimento comunista mondiale dalla politica controrivoluzionaria dello stalinismo fossero ancora riparabili. L’ultimo esempio era stata la guerra civile spagnola, in cui Ludwig (altro nome di battaglia di Poretski), insieme agli altri agenti (ed amici) sovietici che condividevano le sue posizioni, riteneva più utile “rendere un servizio” ad un URSS che inviava armi e consiglieri alla Repubblica piuttosto che rompere apertamente con Stalin. Anche le continue fucilazioni, il vero e proprio massacro dei “vecchi bolscevichi” (tra i quali molti agenti della NKVD suoi amici dai tempi della rivoluzione d’Ottobre e della guerra civile) cresciute esponenzialmente dopo il misterioso assassinio di S. Kirov nel dicembre 1934 non lo avevano spinto al punto di rottura. Egli sperava, come molti, che la vittoria rivoluzionaria in Spagna avrebbe sbarrato le porte non solo al franchismo ed in genere al nazifascismo, ma avrebbe resa possibile una nuova ondata rivoluzionaria che avrebbe riportato l’URSS sulla via della democrazia socialista, spazzando via Stalin e la sua cricca reazionaria. I fatti del maggio 1937 a Barcellona, con la vittoria delle forze moderate (stalinisti, catalanisti, socialdemocratici) contro le forze rivoluzionarie (POUM e sinistra anarchica) gli aveva fatto perdere tutte le illusioni. Per questo scrisse la famosa lettera (accompagnata dalla restituzione dell’Ordine della Bandiera Rossa, ottenuto nel 1928). Eccone il testo.

 

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Certo, leggere oggi, a 80 anni di distanza, una lettera come questa può far sorridere per quello che appare un ingenuo ottimismo. Soprattutto ai cinici “saggi” nutriti dal comodo senno di poi. I fan della realpolitik a tutti i costi (soprattutto se a pagare questi costi sono gli altri!) sono sempre stati piuttosto numerosi. E abbondano ancor più nelle epoche di riflusso e decadenza, qual è l’attuale. A noi, che di questo cinismo a buon mercato non sappiamo che farcene, questa lettera, scritta troppo tardi (dal punto di vista politico, ma anche personale, visto che la mancata pubblicazione in tempo utile costerà la vita al suo autore) provoca un misto di commozione e rabbia. Sapendo che gli Stalin (e i tiranni in genere) passano, ma gli arrabbiati restano.

Vittorio Sergi

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