La lunga guerra continua a non avere fine. Le guerre, quando finiscono, hanno chi vince e chi  perde. I Talebani sono un pesce che nuota facile dentro i mille villaggi delle montagne blu; per questo la guerra  non finisce, e chi vince e chi perde è una partita ancora in corso.

Circa metà della popolazione afgana vive in aree che sono per lo più controllate dai talebani o dall’ISIS o dove le forze talebane sono regolarmente attive; dopo 18 anni di guerra  sono ancora i talebani a guidare il gioco, ancora nel 2018 ci sono donne che vengono frustate, lapidate e uccise  in base alla loro legge che chiamano Sharia (ma che non ha molto a che vedere con la legge islamica), i contadini vengono costretti dai talebani a coltivare l’oppio, le donne non hanno diritti e non vengono nemmeno considerate come essere umani, le donne sono nate per fare le pulizie e a fare tutto ciò che le viene detto dai mariti, perché gli uomini sono superiori, questa la mentalità impernte Il gruppo ha ora il controllo quasi completo dei distretti della provincia di Nangarhar. Ma mantengono una presenza armata  in altri 263 distretti.

“I Talebani e altri gruppi armati incassano fino a 20 milioni di dollari all’anno dalle miniere di lapislazzuli dell’Afghanistan, soprattutto nella provincia di Badakhshan, i Talebani sono vicini alle miniere e hanno il controllo delle strade principali che ci arrivano”. E per questo, “il rischio concreto è che le miniere finiscano completamente nelle loro mani”. Ad affermarlo è il rapporto pubblicato da Global Witness nel giugno del 2015. E visto che finanziano la guerriglia e l’estremismo, secondo l’organizzazione, dovrebbero essere classificati come “conflict mineral”, i minerali rari e preziosi che sono in zone di guerra.  Conseguentemente non dovrbbero essere acquistati sul mercato internazionale. Global Witness averte anche che le miniere della provincia di Badakhshan sono da tanto tempo una priorità per i tagliagole dello Stato Islamico. E lancia un appello al governo afghano affinché agisca “rapidamente per riconquistare il controllo della zona”, altrimenti “la battaglia per le miniere di lapislazzuli si intensificherà destabilizzando ulteriormente il Paese”.

Il presidente attuale dell’Afghanistan Ashraf Ghani Ahmadzai ha cercato di invitare i talebani per discutere della pace nel paese e per chiedere ai miliziani di deporre le armi. Ma anche l’ex presidente Hamid Karzai, ha incontrato alcuni rappresentanti dei talebani durante la sua amministrazione per discutere della pace. «Membri del governo afgano hanno incontrato diversi rappresentanti dei talebani».
Karzai ha invitato i talebani a deporre le armi e a sostenere il suo governo e ha chiesto di interrompere tutti i rapporti con i militanti stranieri (cioé con  l’ISIS e gli altri gruppi terroristici). «I talebani afgani sono sempre benvenuti, fanno parte di questo paese”.
Ma Karzai puntava sempre l’indice verso i paesi stranieri in particolare puntava l’indice contro i militanti stranieri provenienti dai Paesi vicini come il Pakistan, sostenendo che “dovrebbero essere annientati”.
«Stanno distruggendo le nostre vite, uccidendo la nostra gente, non sono benvenuti e non ci saranno mai colloqui con loro».

I talebani hanno ripreso il controllo del sud dell’Afghanistan, e ogni giorno continuano ad uccidere centinai delle persone soprattutto civili che tra di loro la maggior parte sono i bambini e donne, continuano ad avanzare, non vogliono fare la pace e accusano l’esercito afgano e la polizia di essere schiavi dei paesi infedeli che hanno invaso l’Afghanistan.

18 anni dopo l’11 settembre 2001, l’Afghanistan è ancora uno dei paesi più poveri al mondo e nel sud del paese è in atto una crisi alimentare: la fame sta alimentando la rabbia e per questo anche tante persone si arruolano nella rete dei talebani.

di Atai Walimohammad

Gli italiani in Afghanistan

I corpi speciali italiani aiutano le forze di sicurezza del Paese dei talebani a catturare i capi jihadisti, fra cui anche miliziani dell’Isis. La Nato ne parla addirittura su Twitter. Roma opta invece per il basso profilo. Motivo? Evitare ripercussioni politiche interne.

I nostri corpi speciali in Afghanistan aiutano le forze di sicurezza afghane a catturare i «cattivi ragazzi», i capi di quella guerra santa che non è mai finita. Nella seconda metà di febbraio sono scattate le manette per un reclutatore dello Stato islamico a Herat, capoluogo della parte occidentale del paese, dove sono ancora impegnati 950 soldati italiani.

Il generale Claudio Minghetti, che comanda la missione, conferma a Panorama «l’arresto di questo personaggio» senza fornire ulteriori dettagli. Il comandante spiega che «a Ovest la presenza di Daesh (lo Stato islamico, nda) non è radicata come nell’Est del Paese, anche se ci sono simpatizzanti e attività di proselitismo». Il governo di Roma preferisce mantenere un basso profilo, in questi tempi di subbuglio politico, ed evita di parlarne. La Nato, al contrario, esalta il ruolo dei Ranger, gli alpini paracadutisti del 4° reggimento, nella guerra dimenticata dell’Afghanistan.

Un tweet di Resolute support, la missione militare dell’Alleanza nel Paese con 13 mila uomini, fa un annuncio in inglese. «I membri delle operazioni speciali afghane hanno completato l’addestramento per compiere arresti ad alto rischio» nei confronti dei comandanti della guerra santa.

4-pattuglia in avanzamento

E poi chiude nella nostra lingua, con un «Ben fatto Esercito italiano». Gli alpini paracadutisti, qualche decina di uomini del task group Tora Alfa, sono di stanza a Camp Arena, la nostra base a Herat. In un video dal taglio grintoso, girato e messo in rete dalla Nato, il capitano Luca con occhiali scuri e senza cognome (per motivi di sicurezza) annuncia la missione: «Addestrare, consigliare e… assistere» i corpi speciali afghani.

di Fausto Biloslavo

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