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Negli ultimi anni abbiamo fatto la conoscenza con un fenomeno politico, all’interno della sinistra, apparentemente nuovo: il cosiddetto “campismo”. In realtà sarebbe più corretto definirlo “neo-campismo”, perché il “campismo” storico faceva riferimento al cosiddetto “campo socialista” (guidato dall’URSS, o dalla Cina, o da entrambi). Il concetto era piuttosto semplice, ed aveva, a modo suo, qualche legame con la tradizione rivoluzionaria. Da un lato c’era l’imperialismo (in particolare quello USA). Dall’altro c’erano i paesi non capitalisti (per molti addirittura “socialisti”) che “oggettivamente” contrastavano, con la loro mera esistenza, il pieno dispiegarsi dell’aggressività imperialista. Le sfumature erano moltissime all’interno di questo “campismo”. Si andava da chi era disposto a chiudere non un occhio, ma entrambi gli occhi, le orecchie e tutti e 5 i sensi, pur di giustificare qualsiasi malefatta dell’URSS (o della Cina), in nome della vecchia massima machiavellica del “fine giustifica i mezzi (tipica della realpolitik, non certo del marxismo), fino a chi, pur criticando anche aspramente gli opportunismi e i veri e propri tradimenti delle direzioni sovietica e/o cinese, riteneva, un po’ alla Churchill, che fossero “dei figli di puttana, ma comunque i NOSTRI figli di puttana“. In un certo senso, nella sinistra “comunista”, tutti eravamo, chi più chi meno, contagiati da questa “malattia” (escluse le piccole correnti bordighiste e, in buona misura, gli anarchici). Lo stesso Trotsky ripeteva continuamente il mantra della “difesa dell’URSS”, nonostante fosse guidata dal “becchino della rivoluzione”, il prete mancato (e criminale seriale) Josif Stalin. Magari quelli come il sottoscritto preferivano Cuba, rispetto ad un URSS o una Cina che, negli anni Settanta, avevano perso, almeno per quelli come me, ogni attrattiva. Ma, appunto, Cuba stessa sembrava una campionessa del campismo (pur non rinunciando del tutto, almeno fino al 1968, alle giuste critiche verso i “giganti” del “campo socialista”). Era, insomma, in un certo senso, una specie di sostituto della lotta di classe. Il proletariato, gli sfruttati, sarebbero stati più o meno identicati con gli stati che avevano “superato” il capitalismo. Ovviamente la restaurazione capitalista nei paesi dell’ex “blocco sovietico” e, seppur in forme diverse, in Cina, Vietnam, ecc. ha lasciato completamente orfani milioni di compagni che vedevano in quelle società dei punti di riferimento. La maggior parte di loro ha abbandonato non solo il campismo, ma addirittura ogni riferimento al socialismo e alla possibilità di dar vita a società “post-capitalistiche”. E si ritrova oggi nel PD o in altri partiti analoghi in giro per il mondo. Quando non è passata direttamente al servizio della destra reazionaria (vedi il “piccolo timoniere” ex maoista Aldo Brandirali, leader del PCI (m-l), poi finito in CL e Forza Italia al seguito del suo guru Formigoni). La cosa che mi fa un po’ ridere (amaramente) è stata ritrovarmi a discutere con gente che, quando avevo 20 o 30 anni e osavo criticare l’URSS o la Cina, quasi mi menava, e negli ultimi anni dice peste e corna, in modo manicheo, di quelle stesse società che sosteneva acriticamente 15 o 20 anni prima, cancellando completamente la complessità di quelle stesse società e gli stessi aspetti contraddittoriamente positivi delle stesse (che per me, e su questo non ho cambiato idea, erano purtroppo di gran lunga meno significativi di quelli negativi).

Alcuni, però, orfani di quelle società, hanno mantenuto quel modo di pensare, magari attualizzato alla luce della globalizzazione e della geopolitica. E a questi si sono aggiunti un certo numero di giovani compagni, nati politicamente già orfani, e quindi portati ancor più facilmente a sposare una mitologia invece di attrezzarsi con gli strumenti razionali del marxismo (o dell’anarchismo) per analizzare concretamente la realtà sociale contemporanea. Devo dire che, a scanso di equivoci e non certo per una captatio benevolentiae a buon mercato, c’è, a mio avviso, una parte per così dire “sana” di questa propensione dualistica e manichea a scegliere un “campo”. Ed è la tensione ideale a combattere fino in fondo il “proprio imperialismo”, quello di casa. Che, sia detto per inciso, è quello più aggressivo e più potente, sia dal punto di vista economico che politico e culturale. E non mi riferisco qui nello specifico all’imperialismo italiano, ma a quello che viene percepito come un imperialismo “occidentale” globale (a guida USA), magari sorvolando sulle stesse contraddizioni interimperialistiche (che stanno tra l’altro acutizzandosi sempre più, come da manuale, nella lunga crisi iniziata 10 anni fa). Un atteggiamento “sano”, dicevo, una comprensibile e doverosa reazione agli sbracamenti vergognosi dei personaggi alla Veltroni (quello che già negli anni ’60 aveva come mito Kennedy invece del “Che”, almeno a quanto disse 25 anni fa). Reazione che porta magari compagni che definivano l’URSS come “socialimperialista” e nemico numero uno ai tempi della “moda maoista” ad esaltarsi al giorno d’oggi e a mettersi la mano sul cuore quando sentono le note del (peraltro musicalmente apprezzabile) inno sovietico.

Ma, ben più pesante, dal punto di vista politico, è la parte a mio avviso tutt’altro che sana di questo “neocampismo a prescindere”. Mi riferisco alla sistematica sottovalutazione (se non negazione tout court) degli aspetti assolutamente reazionari e negativi degli stati ritenuti, a torto o a ragione, alternativi o comunque d’ostacolo alle mire espansionistiche e aggressive degli imperialisti occidentali. E non mi riferisco tanto qui ai gruppi dirigenti di uno stato come il Venezuela di Maduro, un paese capitalista e non certo socialista, ma sicuramente non paragonabile alle feroci dittature che non hanno nulla a che vedere (neppure nel richiamo simbolico e formale) con la storia e la tradizione del movimento operaio e socialista. Si arriva insomma ad applicare, con trenta o quarant’anni di ritardo, una pratica di realpolitik priva di principi (anzi, con l’unico principio del “il nemico del mio nemico è mio amico”) che è pericolosissima e rischia di essere la tomba di ogni prospettiva non dico comunista, ma persino moderatamente progressista. Si assiste così all’esaltazione, da parte di alcuni compagni, del “superpresidente” Putin, esponente di punta del rinnovato imperialismo russo e portatore di una concezione politica ultrareazionaria, erede delle aquile zariste e seguace, seppur a modo suo, di tendenze “euroasiatiste” debitrici delle correnti più estremiste della destra slavofila; che non disdegna, quando lo ritiene opportuno, di lasciare qualche piccolo spazio strumentale a innocue nostalgie di tipo “sovietico”, purchè funzionali all’affermazione “patriottica” dello sciovinismo “grande-russo”. E, di cedimento in cedimento, per una sorta di proprietà transitiva, si passa dal sostegno a Putin a quello ad Assad, o al clero iraniano, e persino, seppur con minor entusiasmo (e , per fortuna, con numerose defezioni, grazie all’appartenenza alla NATO) al nemico numero uno del popolo curdo, il “sultano” islamo-fascista Erdogan (vista la inaspettata luna di miele col nuovo zar del Cremlino). La lotta di classe e l’internazionalismo (i due pilastri imprescindibili di ogni politica che voglia definirsi rivoluzionaria) vengono messi pian piano sullo sfondo, sostituiti, in tutto o in parte (almeno per ciò che va oltre i “nostri” confini) da una geopolitica che si ritiene abile e “furba”, ma che in realtà si rivela sempre più un cavallo di Troia delle ideologie più reazionarie dell’avversario di classe. Per cui molto spesso i compagni che adeguano, in tutto o in parte, il loro progetto politico al discorso “neo-campista”, finiscono per veicolare (credo in perfetta buona fede -ma, come si sa, di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno-) l’irrompere via via di concetti lontanissimi dal socialismo, come il “sovranismo”, “l’anti-cosmopolitismo”, la “lotta contro la mondializzazione”, il “comunitarismo”, la “teoria del complotto” (magari giudaico-massonico), l’abbandono della battaglia anticlericale (come nel caso della dittatura islamista iraniana), ecc. ecc. Non è un caso che spesso si trovino (loro malgrado) a condividere terreni ideali comuni con le correnti dell’estrema destra più squallida (i cosiddetti rossobruni, o magari i “bruni” tout court), in Italia come in Francia, per non parlare della Russia o dei paesi dell’est o del Medio Oriente, che hanno una lunga tradizione di “battaglie” contro l’Occidente “decadente” e “cosmopolita”. Una china molto pericolosa per chi, credendo di combattere in modo più efficace (rispetto ai presunti “idealisti” che continuano a mantenersi integralmente sul terreno della lotta di classe e dell’internazionalismo conseguente) il “nemico principale”, finisce prima per mettere la sordina, e poi per tacere completamente l’assoluta estraneità ai “nostri” valori e alle nostre lotte dei protagonisti dell’altro (presunto) campo. E ricordiamo che quasi sempre, quando si lascia aperto lo spiraglio per permettere alle idee e alle pratiche dell’avversario di classe di penetrare nelle nostre file, quello spiraglio diventa una voragine in cui si finisce inghiottiti.

Flavio Guidi

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