Sebbene largamente prevedibili, i recenti risultati elettorali e la prospettiva di un esecutivo, sia pur di scopo, frutto dell’alleanza tra il M5S e una coalizione di destra in cui la Lega la fa da padrona, sono più che inquietanti, almeno per chi abbia a cuore i diritti delle persone immigrate e rifugiate, e paventi l’incremento del razzismo: peraltro già dilagante.

Oggi non sono pochi a riconoscere che la Lega di Salvini, nazionalizzandosi, per così dire, ha accentuato il suo cotè razzista. In realtà, sin dai primordi esso è parte intrinseca dell’identità politica leghista. Basta leggere il ben documentato e più che mai attuale Svastica verde (2011) di Walter Peruzzi e Gianluca Paciucci (con una postfazione di chi scrive), per rendersi conto fino a qual punto la Lega abbia pescato nei repertori più classici del razzismo, fino a quello nazionalsocialista.

Il M5S, a sua volta, non è affatto alieno da orientamenti destrorsi e razzistoidi, come da più di un decennio, sin dal tempo degli ‘Amici di Beppe Grillo’, continuo a documentare e analizzare, col rischio di ripetermi. Cito solo alcune “perle” fra le tante. A gennaio del 2013 Grillo, aprendo le braccia a CasaPound, dichiarava che l’antifascismo “non è un problema che mi compete”. Il 22 aprile 2015 rivendicava, a nome dell’intero M5S, l’espulsione sommaria di tutti “gli immigrati giunti irregolarmente sul suolo italiano”. Il 17 giugno successivo chiedeva per Roma “Elezioni il prima possibile, prima che la città venga sommersa dai topi, dalla spazzatura e dai clandestini”.

Tali sparate (la seconda non solo razzista, ma alla luce dell’oggi anche grottescamente paradossale) non sono affatto esclusive dello straricco capo-comico, ma riguardano lo stesso capo politico attuale: l’ineffabile Luigi Di Maio, capace di superare Grillo, se non per pecunia, di sicuro per crassa ignoranza. Basta citare alcuni dei suoi enunciati più recenti: dalla definizione delle navi delle Ong impegnate nel Mediterraneo quali “taxi del mare”, che trasporterebbero “delinquenti”, fino a L’Italia ha importato dalla Romania il 40% dei loro criminali, postato su Facebook il 10 aprile 2017. Perfettamente in linea, quest’ultimo, con la lezione del suo maestro, che nel 2007 parlava dei rom romeni presenti in Italia come di una “bomba a tempo” da disinnescare impedendone la libera circolazione nell’UE, onde contrastare la violazione dei “sacri confini della Patria”.

Non si tratta solo d’intemperanze verbali: ogni volta che si è profilato qualche proposito legislativo in favore dei diritti delle persone immigrate, i leader massimi pentastellati hanno fatto di tutto per affossarlo. Perfino allorché, il 9 ottobre 2013, furono due loro parlamentari, Maurizio Buccarella e Andrea Cioffi, a proporre alla Commissione Giustizia del Senato un emendamento (che infine sarebbe stato approvato) per l’abrogazione del reato d’immigrazione clandestina. Più recentemente, in un’ intervista rilasciata al quotidiano “Libero” il 18 giugno 2017, Di Maio rigettava il pur moderatissimo disegno di legge detto dello ius soli con argomenti e lessico di stile leghista: da “basta col buonismo” all’altrettanto tipico “pensiamo prima alle famiglie italiane“.

Sebbene il M5S cerchi oggi di proporsi come un partito centrista, del quale le istituzioni e i poteri finanziari ed economici possano fidarsi, le sue venature razzistiche, temiamo, non ne usciranno granché sbiadite. D’altra parte, già il razzismo istituzionale praticato a piene mani dal governo Gentiloni, in specie dal suo ministro dell’Interno, non hanno fatto che legittimare implicitamente le tendenze razziste “spontanee” od organizzate. Si pensi alla legge Minniti-Orlando del 12 aprile 2017 (“Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale”) e alla legge Minniti del 18 aprile dello stesso anno (“Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”).

Per non dire della delegittimazione governativa delle Ong, degli accordi con le bande criminali libiche e, non da ultima, dell’operazione militare in Niger, “Deserto rosso”: finalizzata ad arginare l’afflusso dei profughi dal Sud verso le coste della Libia, ma anche, in realtà, a competere col neocolonialismo francese. Quest’operazione, annunciata ufficialmente a dicembre 2017, ma trapelata già a maggio dello stesso anno, da Di Maio era stata approvata, sia pur implicitamente, nella già citata intervista a “Libero” del 18 giugno 2017.

Insomma, l’area del razzismo (perfino del fascismo) esce notevolmente rafforzata, comunque legittimata, dai risultati elettorali. In realtà, già la tentata strage di Macerata e l’assassinio di Idi Diene a Firenze sono indizi allarmanti dell’aria mefitica che spira. Tanto più se si considera che, in una città che passa per civilissima, quello di Diene è il terzo caso di omicidio di stampo razzista-fascista in sette anni, dopo l’uccisione, nel 2011, di Samb Modou e Diop Mor. Sembra una sorta di pogrom per tappe, che prende di mira i senegalesi, a Firenze, e i “neri”, più in generale, come nel caso di Macerata.

Tutto ciò contiene qualcosa che rimanda alla struttura dell’antisemitismo. Questa affermazione non vi sembri iperbolica: già nel 1991 Etienne Balibar sosteneva che “il neorazzismo può essere considerato, dal punto di vista formale, come antisemitismo generalizzato”. Si rifletta su una delle analogie con l’antisemitismo: i tre casi fiorentini, soprattutto, dimostrano che per essere accettati non basta essere “integrati” (come si dice, intendendo in realtà “assimilati”). A Firenze la collettività di origine senegalese è tra le più organizzate, radicate, politicamente attive e consapevoli. Tant’è vero che ha espresso leader politici come Pape Diaw: per cinque anni consigliere comunale per il centrosinistra e più tardi candidato al Senato. Dunque è lecito chiedersi se non sia anche per ciò che in quella città i senegalesi sono bersaglio della violenza razzista-fascista.

Per tornare al tema principale e alla questione delle tendenze razziste “spontanee”: il trionfo dei 5 Stelle e l’ottimo risultato elettorale della Lega sono anche (ma non solo) il frutto di ciò che, sulla scia di Hans Magnus Enzensberger, è definibile come socializzazione del rancore. Alimentato dal senso d’incertezza e di frustrazione, d’impotenza e di perdita di fronte alle trasformazioni della società e soprattutto alla crisi economica, oltre che sociale e identitaria, un tale sentimento s’indirizza verso i capri espiatori più facili: persone migranti e rifugiate, per non dire di rom, sinti e caminanti.

Che si tratti di un processo di lunga durata, e non di manifestazioni effimere di ciò che viene detto impropriamente “guerra tra poveri”, è dimostrato proprio dagli ultimi risultati elettorali. A Gorino, il paese delle barricate contro i richiedenti-asilo, la Lega raggiunge il 43% dei consensi e la candidata della coalizione di destra ne raccoglie il 68%. A Macerata, se il M5S ottiene il 31,8%, la coalizione di destra raggiunge il 37,9% e, al suo interno, il partito più votato è la Lega.

A favorire questo processo sono state in primo luogo le politiche del Pd, ma qualche peso ha avuto anche la latitanza della sinistra detta radicale rispetto a ciò che un tempo si chiamava “lavoro di massa”, col conseguente abbandono delle periferie, non solo urbane, all’egemonia di leghisti o al lavorio costante di CasaPound e Forza Nuova. Si aggiunga che la sinistra politica – non mi riferisco ad associazioni e movimenti – ha stentato ad attribuire un ruolo davvero strategico alla battaglia contro la discriminazione, il razzismo e le politiche migranticide dell’Ue. Né ha fatto granché per superare un tratto tipico della situazione italiana: l’apartheid politico, con qualche eccezione, delle persone di origine immigrata; e, di conseguenza, il fatto che, per esempio, non susciti scandalo o vergogna se delle assemblee nazionali siano omogeneamente “bianche” e “autoctone”.

Se si considera la disfatta elettorale dell’intera sinistra ed ex sinistra e la profonda crisi della democrazia rappresentativa, non è troppo azzardato evocare, come fa Roberto Esposito, gli ultimi anni, drammatici, della Repubblica di Weimar. Certo, com’egli precisa, i contesti interni e internazionali sono incomparabili. Eppure v’è un tratto comune: “il collasso della politica, non più in grado di mediare i conflitti attraverso la rappresentanza di valori e interessi collettivi”.

(22 marzo 2018)

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