Bs, 2/3/18

Si smorzano, vanno attenuandosi gli ultimi bagliori di una campagna elettorale dai toni assurdi, provocatori, esasperati, come di una lunga battuta di caccia, con la bava alla bocca, imbevuta di rabbia e di maniacale volontà di stanare ipotetici, immaginari nemici, dopo aver scagliato in aria improperi e ingiurie, e si portano via parole urlate, lanciate come dardi incendiari che però si perdevano nel vuoto perché prive di senso, di civiltà, di qualsiasi valore, perché non in grado di cogliere la portata e l’efficacia del loro slancio e credo che non siano piaciute a molti, se non a moltissimi.

Si è stufi delle forze politiche che hanno inflazionato le trasmissioni televisive, che hanno rubato spazio alle pagine dei giornali, certo, sarà che parlo per partito preso, ma la voce di Potere al Popolo ha entusiasmato gli animi se non di pochi, di tanti, perché è riuscita a parlare agli esclusi, ai diseredati, ai precari, a chi non sa come sperare in un domani diverso, a chi non vuole sottostare più ai ricatti padronali, a chi non sa più a che santo votarsi. E non perché Potere al Popolo abbia fatto le mille e una promesse che tutti i partiti hanno saputo tirar fuori, come in un tiro al piccione, ma senza curarsi di regolare la mira. La bagarre elettorale non fa sconti a nessuno, solo proposte ingannevoli pur di raggiungere il comando della nave e lasciare che il popolo affoghi, o che si arrabatti fin che può per trovare un lavoro, per riuscire a pagare l’affitto, o rassegnarsi a subire, o quantomeno a disinteressarsi della politica, del sindacato, di ogni possibilità di cambiare. La distanza della classe lavoratrice, del proletariato, del precariato dalle classi dirigenti, dalla grassa borghesia, dai padroni aumenta a dismisura, fino all’inverosimile. E’ il trionfo del capitalismo.

E la neve continua a cadere, coprendo di silenzio gli echi dei clamori e delle fanfare, per ora riposte ma pronte a far rumore. Me ne sto a riflettere sugli ultimi eventi e sulle diatribe degli ultimi giorni, al riparo tra le mie mura e cerco di non farmi soggiogare dall’arrivo imminente anestizzante del silenzio elettorale, provando a rivedermi le immagini e le foto della mostra tenutasi a Brescia dal 7 ottobre 2017 fino al 18 febbraio u.s. , al S. Giulia, “A life: Lawrence Ferlinghetti – beat Generation, ribellione, poesia”.

“Non è il poeta ma ciò che osserva a rivelarsi osceno. Le grandi scorie oscene di Urlo sono le tristi scorie del mondo meccanizzato, perso tra bombe atomiche e folli nazionalismi” dichiara Ferlinghetti: già, proprio così.

“Sembra che lo Stato e il perplesso militare industriale moderno stiano continuamente uccidendo il soggettivo nell’individuo – il piccolo uomo in ognuno di noi – l’uomo Charlie Chaplin – e che il poeta, per definizione l’individuo libero,debba dunque essere il nemico naturale dello Stato. Il poeta è il portatore dell’Eros – l’essere in cerca di vita, in cerca d’amore”.

Se cerchi amore, vuoi bellezza, giustizia.  Chi ha detto che la bellezza non appartenga ai giusti? Può una cosa brutta, truce, nefasta, esser bella? Torno a Ferlinghetti, a visionare quanto visto in mostra.

In un manifesto esposto alla mostra si leggeva: “attivista per i diritti civili, poeta ribelle che articola fieramente la ‘voce del popolo’ denunciando i soprusi del potere, Ferlinghetti ha sempre sostenuto la necessità di un’arte engagè, capace di mettere in discussione lo status-quo socio-politico e culturale e di parlare all’’uomo della strada’. Mi rendo conto che la poesia, l’arte non sono evasione, fuga dalla realtà e mi chiedo: Chi ha detto che la politica non è arte?

E cos’è fluxare, il verbo inventato da Ferlinghetti: un nuovo modo di amare, un amare rivoluzionando o far rivoluzione amando? Per uno che ha vissuto il maggio francese, come lui, e che ha fatto molte lotte contro le guerre e per i diritti e le libertà, potrebbe anche essere, fluxare per il “Potere al Popolo”, vero caro Ferlinghetti?

Vic

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