Data infausta per il movimento operaio, il 9 gennaio. Nel 1905 (secondo il calendario giuliano, vigente nella Russia zarista) ci fu la maledetta “Domenica di sangue” a San Pietroburgo. Quella domenica le truppe zariste del criminale Nicola Romanov (“zar di tutte le Russie”) spararono sugli operai della capitale, facendo 1216 morti e oltre 5.000 feriti. Gli operai, guidati da un prete (legato peraltro all’Okhrana, la polizia zarista), il pope Gapon, marciavano pacificamente per consegnare al “piccolo padre” Nicola II la loro petizione, in cui si chiedevano una serie di riforme democratiche piuttosto moderate. Un movimento in cui l’influenza delle idee socialiste (sia marxiste che d’altro tipo) era estremamente limitata, e che si limitava a chiedere allo zar, in un certo senso, di “intercedere” per limitare lo strapotere dei capitalisti e del brutale apparato dello stato. La risposta sanguinosa del potere zarista porterà al crollo delle residue illusioni nutrite fino ad allora da molti verso lo zar, ad un salto di qualità nella coscienza di classe dei proletari russi ed alla rivoluzione di pochi mesi dopo (e, latu sensu, alla rivoluzione del 1917).

Il 9 gennaio 1950, a Modena, per reprimere lo sciopero degli operai delle Fonderie Riunite, le “forze dell’ordine” sceglievano la via dell’uso indiscrimato delle armi, uccidendo 6 operai e ferendone 34. Poco dopo le dieci di mattina una decina di lavoratori si trovavano all’esterno della fabbrica vicino al muro di cinta, cercando di parlare con i carabinieri schierati. Un carabiniere sparò con la pistola, a freddo, uccidendo Angelo Appiani [30 anni, partigiano, metallurgico] colpito in pieno petto. Immediatamente dal terrazzo della fabbrica altri carabinieri spararono con la mitragliatrice sulla folla di lavoratori che si trovava sulla Via Ciro Menotti oltre il passaggio a livello chiuso per il transito di un treno. Arturo Chiappelli [43 anni, partigiano, spazzino] e Arturo Malagoli [21 anni bracciante] vennero colpiti a morte, molti furono feriti, alcuni gravemente. La gente scappava, cercava riparo dai colpi della mitraglia che continuava a sparare, altri cercavano di assistere i feriti con medicazioni improvvise e li trasportavano al riparo. Roberto Rovatti [36 anni, partigiano, metallurgico] si trovava in fondo a Via Santa Caterina, vicino alla chiesa, dal lato opposto e distante 500 metri dai primi caduti, aveva una sciarpa rossa al collo. Mezz’ora era passata dalla prima sparatoria veniva circondato da un gruppo di carabinieri scaraventato dentro un fosso e massacrato con i calci del fucile, un linciaggio mortale. Ennio Garagnani [21 anni, carrettiere] veniva assassinato in Via Ciro Menotti dal fuoco di un’autoblinda che sparava sulla folla. Lo sciopero generale partì spontaneamente appena si diffuse la notizia del massacro. Un’automobile della Cgil con l’altoparlante avvertiva i lavoratori di concentrarsi in Piazza Roma. Poco dopo mezzogiorno Renzo Bersani [21 anni metallurgico] attraversava la strada a piedi, in fondo a Via Menotti, all’incrocio con Via Paolo Ferrari e Montegrappa, un graduato dei CC distante oltre un centinaio di metri si inginocchiò a terra, prese la mira col fucile e sparò per uccidere. Sei lavoratori assassinati, 34 arrestati, i numerosi feriti trasportati in ospedale vennero messi in stato di arresto, piantonati giorno e notte e denunciata alla magistratura per «resistenza a pubblico ufficiale, partecipazione a manifestazione sediziosa non autorizzata, attentato alle libere istituzioni per sovvertire l’ordine pubblico e abbattere lo Stato democratico».

Era questa l’Italia “democratica” ricostruita dopo il fascismo da padroni e democristiani. Ricostruita sulla pelle dei proletari e dei lavoratori che venivano sfruttati ferocemente nelle fabbriche e nei campi e, quando si ribellavano, venivano massacrati nelle piazze.

Per questi due massacri l’unico a pagare sarà Nicola Romanov che, arrestato dopo la rivoluzione d’Ottobre e in attesa di processo, fu giustiziato nel 1918 dai bolscevichi perchè si temeva la sua liberazione da parte delle armate bianche che si stavano avvicinando al luogo della sua detenzione, a Ekaterinoslav, sugli Urali.

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