……Sia a causa di intenzionalità politica o per ingenuità analitica, questi settori spoliticizzano il ruolo degli organismi sovranazionali e ignorano le relazioni geopolitiche di potere che ne stanno alla base e ne definiscono la natura. Una cosa è leggere in modo paranoico tutte le operazioni spinte da questi organismi sovranazionali, un’altra, ben diversa, è interpretare le loro azioni su un piano puramente procedurale, ignorando i meccanismi di dominazione internazionale e di controllo dei mercati e delle risorse naturali messo in opera da queste istituzioni di “governance” mondiale e regionale. Ma c’è qualcosa di più importante. Parlando d’intervento, non possiamo parlare solo di quello degli USA. Il Venezuela conosce forme crescenti d’interventismo cinese, nella politica come nell’economia, il che significa una perdita di sovranità, un aumento della dipendenza dalla potenza asiatica e dei processi di flessibilizzazione economica.

Una parte della sinistra ha scelto di tacere su queste dinamiche, considerando che solo l’intervento USA è degno d’interesse. Ma questi due vettori d’intervento straniero favoriscono l’accumulazione capitalistica transnazionale, l’appropriazione delle “risorse naturali” e non hanno nulla a che vedere con le rivendicazioni popolari.


2. Il concetto di “dittatura” non spiega questo caso.

È praticamente dall’inizio della rivoluzione bolivariana che si definisce il Venezuela una “dittatura”. Questo concetto continua ad essere oggetto di dibattito in teoria politica, e le sue definizioni restano imprecise e lacunose in vista delle trasformazioni e complessità riscontrate nei regimi e nelle forme di governo contemporanei. La “dittatura” è in genere associata a regimi politici o delle forme di governo nei quali tutto il potere è concentrato, senza restrizioni, in una sola persona o gruppo di persone; non esiste separazione dei poteri, né libertà individuali, libertà dei partiti, libertà d’espressione, e talvolta il concetto è stato definito “il contrario della democrazia”. In Venezuela, il termine “dittatura” è stato utilizzato e banalizzato nel linguaggio mediatico in modo superficiale, viscerale, moralizzante e presentato praticamente come una sprecificità venezuelana, a differenza di altri paesi della regione, dove si avrebbero in teoria dei “regimi democratici”. Il problema è che risulta difficile oggi dire se il potere è concentrato senza restrizioni in una sola persona o gruppo di persone, poiché c’è nel paese una molteplicità d’attori, certo gerarchizzati, ma anche frammentati e volatili – soprattutto dopo la morte di Chavez – ed esistono diversi blocchi di potere che possono allearsi od opporsi e che tracendono la dicotomia governo-opposizione. Anche se una delle componenti del governo è militare, e delle espressioni d’autoritarismo e una certa capacità di centralizzazione appaiono, il panorama è molto instabile. Non c’è dominazione assoluta dall’alto verso il basso ed esiste una certa parità tra i gruppi di potere in conflitto. Ma il conflitto potrebbe estendersi e rendere la situazione ancor più caotica. Il fatto che l’opposizione controlli l’Assemblea Nazionale, che ha vinto massicciamente nelle urne, mostra chiaramenteche non è assente la separazione dei poteri ma c’è piuttosto un conflitto tra di essi, finora favorevole a quello esecutivo-giudiziario. Piuttosto che parlare d’un regime politico omogeneo, siamo in presenza di un vasto insieme di forze conflittuali. Le metastasi della corruzione fanno sì che l’esercizio del potere si decentralizzi ancor più, o rende la sua centralizzazione difficile per il potere costituito. Invece, ciò che ha qualcosa a che vedere col vecchio concetto romano di “dittatura” è che, in questo contesto, il Governo nazionale governi tramite decreti e misure speciali nel quadro di uno “stato d’eccezione” dichiarao ed ufficializzato dopo l’inizio del 2016. In nome della lotta contro la guerra economica e la delinquenza, i paramilitari e le “avanguardie” eversive dell’opposizione, si “bypassano” le mediazioni istituzionali e i processi democratici. Particolarmente gravi sono le politiche securitarie come l’Operazione di liberazione del popolo (OLP) che costituiscono degli interventi violenti dei corpi di sicurezza dello stato in diversi territori del paese (città, campagne, quartieri periferici), per “combattere la delinquenza” che si saldano spesso con un numero polemico di morti. Altri elementi preoccupanti sono il blocco del referendum revocatorio, la sospensione delle elezioni dei governatori nel 2016 senza che si sappia quando potranno essere tenute, la repressione crescente e la violenza poliziesca di fronte al malcontento sociale legato alla situazione del paese, i processi di militarizzazione in aumento, soprattutto nelle zone di frontiera e in quelle dichiarate “di risorse naturali strategiche”. Tale è la carta politica che, aggiunta alle diverse forme d’intervento straniero, costituisce la situazione di guerra a bassa intensità che tocca praticamente tutti gli aspetti della vita quotidiana dei venezuelani. Questo è il quadro nel quale si esercitano le libertà individuali, l’opposizione ed il pluralismo dei partiti, la convocazione e la tenuta di manifestazioni, l’espressione del dissenso e della critica nei media, tra le altre forme della cosiddetta democrazia in Venezuela.


3. Il contratto sociale, le istituzioni e i quadri dell’economia formale non funzionano più.

Se c’è qualcosa che possiamo ben definire come specificità venezuelana è che la situazione sociopolitica attuale è profondamente corrotta e caotica. Noi abbiamo sostenuto che il paese vive una delle crisi istituzionali più severe di tutta l’America latina, riferendoci all’insieme delle istituzioni giuridiche, sociali, economiche, politiche della Repubblica. La crisi storica del modello d’accumulazione “redditiera” del petrolio, le metastasi della corruzione, i severi colpi sull’insieme della società dopo il “periodo neoliberale” e in particolare dopo il 2013, e l’intensità degli attacchi e conflitti politici hanno superato il quadro delle istituzioni formali, canalizzando buona parte delle dinamiche sociali in meccanismi informali, sotterranei e illegali. Sul terreno economico, la corruzione è diventata un meccanismo trasversale e il motore della redistribuzione della rendita petrolifera, stornando enormi quantità di valuta e minando le basi dell’economia formale “redditiera”. Ciò è determinante all’interno della PDVSA [la compagnia petrolifera appartenente allo stato, ndt], la principale industria del paese, così come nei fondi primordiali, come il Fondo Sino-Venezuelano o in numerose imprese nazionalizzate. L’affondamento dell’economia formale ha fatto dell’informale uno dei motori di tutta l’economia nazionale. La possibilità d’ascesa sociale o di guadagni più importanti sono canalizzati in quello che chiamiamo il “bachaqueo” (mercato nero dei prodotti alimentari) o in altre forme di commercio nei diversi mercati paralleli, come quello della valuta, dei medicinali, della benzina, ecc. Sul piano giuridico-politico, lo Stato di diritto non è rispettato né riconosciuto da una parte dei principali attori politici, che non solo s’ignorano reciprocamente, ma si danno a giochi politici per distruggersi. Il governo nazionale affronta quelle che considera come “forze nemiche” con misure d’eccezione e di shock, mentre i gruppi d’opposizione più reazionari realizzano violente operazioni di vandalismo, di scontro e d’aggressione. In questa situazione, lo stato di diritto si è considerevolmente indebolito, e la popolazione venezuelana è divenuta molto vulnerabile.

 L’impunità regna ogni giorno di più e si estende a tutti i settori della popolazione. Questo non solo radica ancor più la corruzione, che nessuno sembra poter sradicare. ma suggerisce anche che la gente non si aspetta più nulla dalla giustizia e la esercita sempre più per proprio conto. L’affondamento del contratto sociale dissemina tra la popolazione le tendenze al “si salvi chi può”. La frammentazione del potere ha pure contribuito alla costituzione, alla crescita e al rafforzamento di diversi poteri territoriali come il sedicente “sindacato dei minatori” che controlla in armi le miniere d’oro dello stato di Bolívar, o di bande criminali che dominano dei settori di Caracas come il Cementerio de la Cota 905.

Questa situazione porta al rischio che la forza sia l’unica soluzione di fronte alle minacce attuali.

(continua)

traduzione di F. G.

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