….La crisi di lunga durata del capitalismo “rentier” (1983-2017).

La caduta dei prezzi internazionali del petrolio è stata determinante nello sviluppo della crisi venezuelana ma non è il solo fattore esplicativo. Dopo gli anni Ottanta, i sintomi di esaurimento del modello di accumulazione fondato sull’estrattivismo petrolifero e la distribuzione della rendita che ne deriva sono sempre più forti. La fase attuale di caos crescente dell’economia nazionale (dal 2013 ad oggi) è anche il prodotto dell’evoluzione economica del paese nel corso dell’ultimo trentennio. Perché?

Ci sono diverse spiegazioni: circa il 60% del petrolio venezuelano è pesante ed extra-pesante, la sua estrazione e il suo raffinamento sono dunque costosi. La redditività della prima ricchezza del paese è al ribasso in rapporto al periodo dove primeggiava il petrolio convenzionale. Questo fenomeno interviene proprio quando il modelo esige sempre più reddito e più investimento sociale, per far fronte ai bisogni di una popolazione che continua a crescere. L’iper-concentrazione della popolazione nelle città (oltre il 90%) ha per corollario un uso della rendita orientato essenzialmente verso il consumo  (di beni importati) e molto poco verso il settore produttivo. I periodi di vacche grasse favoriscono il rafforzamento del settore estrattivo (primario) – ciò che viene chiamato “malattia olandese” – cosa che danneggia i settori produttivi già deboli. Alla fine di questi periodi (come alla fine degli anni Settanta, per esempio, ed anche nel 2014), l’economia diventa più dipendente ed è ancor più indebolita per affrontare una nuova crisi. La corruzione sociopolitica del sistema favorisce anche le fughe e il decentramento fraudolento dei capitali, il che impedisce lo sviluppo di politiche redistributive coerenti. La volatilità crescente dei prezzi internazionali del petrolio, così come i cambiamenti intervenuti nei rapporti di forza internazionali nel settore petrolifero (come la perdita d’influenza progressiva dell’OPEC) hanno anch’essi effetti importanti sull’economia nazionale. Parallelamente a questi alti e bassi economici, le risorse ecologiche continuano ad essere sfruttate e ad esaurirsi, il che fa pesare delle minacce sui mezzi di sussistenza di milioni di venezuelani, a breve o a lungo termine. La soluzione oggi proposta dal governo nazionale è stata un aumento sensibile dell’indebitamento con l’estero, una redistribuzione della rendita più regressiva, un’espansione dell’estrattivismo e dei favori al capitale transnazionale. In breve, qualunque sia l’elite che governerà nei prossimi anni, dovrà affrontare i limiti storici raggiunti dal vecchio modello basato sulla renia petrolifera. Non potrà essere questione di attendere che, per un colpo di fortuna, i prezzi del petrolio ricomincino a salire. Dei cambiamenti trascendentali sono sul punto di aver luogo e bisognerà essere pronti ad affrontarli.


5. Socialismo? No, un processo d’aggiustamento e di flessibilizzazione economica.

 È un processo d’aggiustamento progressivo e settoriale dell’economia che è all’opera nel paese, di flessibilizzazione, a seguito delle regolazioni e delle restrizioni del capitale, e di smantellamento graduale delle conquiste sociali ottenute durante la fase anteriore della rivoluzione bolivariana. Questi cambiamenti si fanno in nome del Socialismo e della Rivoluzione, anche se sono politiche sempre più criticate dalla popolazione. Certe politiche, come la creazione di Zone economiche spreciali, costituiscono una liberalizzazione integrale di alcune parti del territorio nazionale, una formula che espone la sovranità nazionale ai capitali stranieri che potranno praticamente amministrare senza limiti queste regioni. Si tratta di una delle misure più neoliberali dopo l’Agenda Venezuela messa in piedi dal governo di Rafael Caldera negli anni Novanta, a partire dalle raccomandazioni del FMI. Bisogna inoltre sottolineare la flessibilizzazione progressiva dei contratti firmati con le imprese straniere nella fascia petrolifera dell’Orinoco; la liberalizzazione dei prezzi di certi prodotti di base; l’emissione crescente di buoni del tesoro; la svalutazione della moneta, che porta ad una specie di cambio fluttuante (Simadi); l’accettazione di certe operazioni commerciali scambiate in dollari, soprattutto nel settore turistico; o ancora il pagamento fino all’ultimo centesimo del debito estero e degli interessi, ciò che si traduce in tagli nelle importazioni e in problemi di penuria dei beni di consumo di base. Un estrattivismo flessibilizzato viene reintrodotto, riguardante soprattutto le nuove frontiere dell’estrazione, vedi in particolare il megaprogetto dell’Arco minerario dell’Orinoco, che ha l’ambizione di installare coma mai prima d’ora dei megaprogetti minerari su un territorio di 111.800 kmq, che minacciano le risorse naturali indispensabili ai venezuelani, in particolare per i popoli indigeni. Questi progetti ci ancorano ancor più alle strutture di dipendenza dall’estrattivismo.

Conviene sottolineare che queste riforme coabitano con la persistenza di certe politiche d’assistenza sociale, l’aumento successivo dei salari nominali, certe concessioni alle rivendicazioni delle organizzazioni popolari e l’uso di un discorso rivoluzionario e anti-imperilista avente come principale scopo la conservazione dell’appoggio elettorale che ancora sussiste. Siamo in presenza di quello che abbiamo chiamato un “neoliberalismo mutante”, nella misura in cui sono associate forme di mercantilizzazione, finanziarizzazione e deregulation con altre d’intervento statale e d’assistenza sociale. Una parte della sinistra ha cercato innanzitutto d’evitare l’arrivo al potere dei governi conservatori al fine d’evitare così il “ritorno del neoliberismo”. Ma ha dimenticato di dire come i governi progressisti hanno preso diverse misure selettive, mutanti ed ibride di carattere neoliberale che in fin dei conti danneggiano il popolo e la natura.

(continua)

Traduzione di F. G.

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