Populismo, sovranità e meme su Putin: nella testa dei rossobruni italiani. Cosa succede quando le identità politiche del Novecento non valgono più.

di Mattia Salvia
Non so che anno fosse, forse il 2006, forse ancora prima. Fuori dal Leoncavallo, tre persone con un banchetto mi fermano. Mi chiamano “compagno.” Mi propongono di comprare la loro rivista e di tesserarmi alla loro associazione. La rivista si chiamava Eurasia—un nome che, ricordo, mi rimase impresso per quanto sembrava avulso dal contesto di militanza che frequentavo, quanto poco evocava un’appartenenza a sinistra. Il mio primo contatto con una certa cultura politica che si proponeva di “andare oltre la destra e la sinistra” è avvenuto così.
Secondo Marlene Laurelle, storica francese e autrice di Eurasianism and the European Far Right, a livello ideologico l’eurasiatismo si potrebbe definire come una versione russa dell’estrema destra europea. Si tratta di una linea di pensiero nata dall’impatto del nazionalismo e del conservatorismo tedesco degli anni Venti e Trenta, imperniata sulla ricerca di una “terza via” tra capitalismo e comunismo e nella costruzione di un solo blocco che unisca Europa e Russia.
In tempi moderni, il maggior ideologo di questa corrente di pensiero è Alexander Dugin. La sua declinazione ha spostato il focus dalla “terza via” fino a trasformare il retroterra ideologico in un calderone condito di linguaggio metaforico dentro il quale ribolle un po’ di tutto: esoterismo, teorie della nuova destra, socialismo reale estetizzato, elementi dal discorso economico marxista. Il caos risultante ha attirato forze politiche da ogni angolo dello spettro, destra e sinistra, identificando un nemico comune negli Stati Uniti—come paese e come civiltà—e nel liberalismo come ideologica politica, morale e (solo a volte) economica.

Per questo caos sono state proposte diverse definizioni: “rossobruni,” “populisti, “alt-right.” In realtà, allargando uno sguardo, si nota che tutte queste tendenze politiche e culturali hanno un elemento in comune: l’emergere dallo sfascio del liberalismo occidentale e il proporre una nuova visione del mondo che vede nella globalizzazione il problema principale dei nostri tempi, che sfocia in una nuova geopolitica dei blocchi totalmente arbitraria sul modello della guerra fredda, che porta al supporto “antimperialista” per il regime siriano di Assad o per i separatisti filorussi di Donetsk, che flirta con l’uomo forte a qualunque latitudine.
Ma come si è arrivati a questo e, alle decine di pagine Facebook che postano foto di Putin a torso nudo che cavalca un grizzly?
Per quanto riguarda l’Italia, la genesi di questa “galassia” è stata piuttosto lunga. Dopo il mio incontro con quelli di Eurasia, che è stato il primo luogo a diffondere qui le idee di Dugin, ci sono voluti diversi anni prima che diventasse un fenomeno rilevante. Il catalizzatore di questo processo è stata la geopolitica: il campo di gioco su cui gruppi di ispirazioni molto diverse hanno potuto trovare punti d’incontro. Nel 2013, ad esempio, una parte di questa massa eterogenea scendeva in piazza con le bandiere siriane per protestare contro “l’aggressione imperialista” al regime di Assad; era il Fronte Europeo per la Siria, dentro cui convivevano sia gruppi di estrema destra come Forza Nuova, sia gruppi di tradizione comunista, sia entità più sfuggenti che facevano da necessario collante intermedio.
Da lì in poi, quella massa si è stratificata: i vari gruppi hanno preso coscienza delle divergenze che li separavano al di fuori di quei due terreni comuni e si sono progressivamente allontanati. Ciascuno ha raffinato il suo posizionamento politico. Oggi, alcuni di questi non vogliono più avere nulla a che fare con i loro vecchi compagni di piazza.
Sempre nel 2013, quando andavo ancora all’università, mi è capitato di incontrare un ragazzo che sembrava uscito dagli anni Venti. Camicia, cravatta, capelli pettinati con la riga di lato, occhiali. L’anno dopo l’ho rivisto, sempre elegantissimo, in una foto che lo ritraeva mentre stringeva la mano a Pavel Gubarev, leader separatista del Donbass, capo della Repubblica Popolare di Donetsk. E poi ancora, insieme a Zygmunt Baumann. Insieme a Dugin. Intervistato su Russia Today.
Quel ragazzo si chiama Orazio Maria Gnerre. In quel periodo era a capo di Millennium, la branca italiana del Partito Comunitarista Europeo. La stampa italiana lo definiva “militante rossobruno.” Il giornalista ucraino Anton Shekhovtsov, sul suo blog, gli dava direttamente del fascista. Al telefono, lui mi ha detto di rifiutare entrambe le definizioni e di non riconoscersi in nessuna delle cose che sono state scritte sul suo conto, sul suo gruppo e sul suo pensiero.
Alla fine, una definizione me l’ha data: comunitarista. “Il comunitarismo è innanzitutto un’antropologia, e una delle uniche due antropologie possibili,” mi ha detto. “A mio avviso la modernità si è spartita in due tronconi filosofici: il primo è quello liberale, fondato sull’antropologia individuale, il secondo è quello comunitarista, fondato su un’antropologia comunitaria.” Non si tratta di una teoria politica quanto di un’impostazione filosofica, appunto, che vede tutti i fenomeni politici antiliberali dalla rivoluzione industriale in poi come dei momenti di un solo “movimento di autocoscienza” comunitarista verso il “compimento delle premesse” della modernità.

Gnerre mi ha detto di aver cominciato a interessarsi alla politica a 12 anni, leggendo i testi della nouvelle droite francese “grazie a un retroterra familiare che potremmo definire conservatore.” Poi è passato agli scritti di Fidel e Che Guevara e ai teorici comunisti della Terza Internazionale, fino ad arrivare a Costanzo Preve. A 17 anni ha fondato Millennium, nato inizialmente come circolo culturale. Millennium, che ora non esiste più, è stato uno dei primi movimenti politici a inserirsi nella tendenza di cui sto parlando—e per i suoi detrattori, uno dei primi movimenti “rossobruni” italiani. Ha creato o contribuito a creare un nuovo linguaggio.
“Le identità politiche del Novecento non sono più spendibili, il loro senso politico si esaurisce nell’orizzonte temporale nelle quali si sono consumate,” mi ha detto Gnerre rispondendo via email a una serie di mie domande. “Se qualcosa di buono ha fatto Millennium è stato creare una nuova coscienza politica in persone che avevano precedentemente militato nella destra o nella sinistra radicali.”
Quattro anni dopo, la galassia si è frantumata e diversificata. Ma il magma politico rappresentato da quei gruppi ribolle ancora più di prima. Negli Stati Uniti, una sua variante adattata al contesto locale è stata una delle forze propulsive determinanti in grado di intercettare e prevedere l’elezione di Trump. Nel periodo elettorale la sua testata di riferimento, Breitbart, ha avuto un pubblico più vasto di quello di New York Times e CNN; il suo capo Steve Bannon è l’attuale chief strategist del presidente degli Stati Uniti.
L’alt-right americana, pur con connotati tipicamente americani, è un sottoprodotto di queste tendenze e ne condivide l’humus culturale. Il modo in cui i suoi esponenti guardano all’evoluzione del movimento nel resto del mondo ci mette di fronte a una vera e propria internazionale: gli stessi Pepe hanno avuto prima la faccia di Trump e poi quella di Marine Le Pen. In Italia un Breitbart e un Bannon mancano ancora ma è impossibile non notare come lo stesso processo di sfondamento nel mainstream sia già in corso. Con le dovute differenze, ci sono già realtà di questo tipo e se non sono già alla pari con i media tradizionali tutto lascia presagire che lo saranno presto. Sono testate vere e proprie, con delle sedi e dei giornalisti che scrivono libri e tengono conferenze. Una di queste, forse la più nota, è L’Intellettuale Dissidente.
Il direttore de L’Intellettuale Dissidente è Sebastiano Caputo. Ha 24 anni e nelle risposte che mi ha dato ad alcune domande inviategli via email ha citato spesso Giovanni Papini. Non ha fatto l’università, racconta, perché la considera “essenzialmente antigeniale.” Ha iniziato a fare il giornalista prestissimo e oggi si trova alla testa di un vero e proprio gruppo editoriale che comprende tre riviste e una casa editrice. Come Gnerre, anche lui non saprebbe definire le sue idee politiche. “Politicamente non saprei definirmi, anche perché quelli di destra dicono che sono di sinistra mentre quelli di sinistra mi considerano di destra.”
Due categorie politiche che del resto considera superate perché, a suo dire, siamo in un’epoca in cui destra e sinistra sono diventate perfettamente speculari su tutti i grandi temi. Ha quindi più senso utilizzarne altre: il progresso contro la tradizione, il globalismo contro la sovranità, il liberalismo contro il socialismo, l’imperialismo contro l’autodeterminazione dei popoli. Una visione abbracciata da culture politiche diverse e spesso molto lontane tra loro, che però “camminano nella stessa direzione, vuoi per convenienza, vuoi per sintesi storica.”

È innegabile che personaggi come Gnerre e Caputo—pur con le loro affinità e le loro divergenze—rappresentino la punta di diamante intellettuale di questa galassia. Accanto a loro però c’è un mondo di blog e pagine Facebook più o meno note, spesso legate tra loro, che rappresentano i canali principali con cui tutto lo spettro abbastanza eterogeneo di idee e di tendenze arriva alla massa. Si presentano come indipendenti, non postano propaganda ma pezzi a prima vista super partes, non fanno clickbait e non usano notizie false ma partono da fatti veri arrangiati a piacimento per supportare una loro versione. Con meme, immagini, citazioni e video costruiscono un’estetica ben precisa e consapevole.
Una delle pagine più emblematiche e influenti di questa galassia è La Via Culturale. In questo momento ce l’ho sotto gli occhi e i primi contenuti che vedo sono un video di Carmelo Bene, una foto di Gramsci con una sua citazione dai toni sovranisti, una battuta contro le ONG che salvano i migranti nel Mediterraneo. Ci sono alcuni post che sponsorizzano dei libri pubblicati dal Circolo Proudhon, la casa editrice legata a L’Intellettuale Dissidente. Anche il gestore della pagina, Alessandro Catto, ha scritto un libro: si intitola Radical Chic. Conoscere e sconfiggere il pensiero unico globalista.

“Nel 2014, mentre facevo l’università, sono stato tra i primi a notare uno scollamento tra la vulgata dominante della sinistra italiana e occidentale e quello che dovrebbe essere la sinistra,” mi ha detto Catto al telefono. “Mi sono reso conto che era sempre più staccata da temi di aderenza popolare, che stava scivolando e abbracciando dei punti di vista e dei temi sempre più lontani dalle esigenze delle classi lavoratrici che in teoria avrebbe dovuto difendere.”
Secondo Catto, l’influenza principale sul suo pensiero viene dalla sua formazione—che lui definisce “tecnica” e “pratica.” Per sua stessa ammissione, non appartiene a un partito o a una scuola politica precisa: dovendo trovarne una si definirebbe socialista, “ma solo perché è un termine molto ampio.” Ma in generale cerca di porsi al di fuori delle etichette e di analizzare le cose in modo indipendente. Parlando con lui mi sono venuti in mente Sorel e soprattutto Stirner, ma quando ho nominato quest’ultimo mi ha detto di non conoscerlo. In compenso anche lui, come Gnerre, ha letto ed è stato influenzato da Costanzo Preve.
Gli ho chiesto se si considera un rossobruno. “C’è stato un momento in cui tra amici, per ridere, ci si definiva così,” mi ha risposto. “Ma farne una scuola è una cazzata. Cosa vuol dire rossobruno? Non è una definizione seria. Di certo io non vado in giro a definirmi rossobruno né mi sento rossobruno. Ha senso come costruzione giornalistica e come termine di consumo comune.”
Costruzione giornalistica o meno, secondo Giovanni Savino—ricercatore all’Università di Mosca e co-autore del già citato Eurasianism and the European Far Right—negli ultimi anni i metodi comunicativi delle entità eterogenee che ruotano intorno a queste idee si sono evoluti. “Nel 2014 tutto quello che avveniva intorno al rossobrunismo avveniva in modo tradizionale, con siti, giornali, incontri e tutto il resto,” mi ha detto. “Queste pagine invece non fanno questo, la buttano ‘in caciara’ e puntano proprio sull’essere delle pagine di cazzeggio e goliardiche, quando poi goliardia non c’è niente.”
A suo dire, la galassia italiana non è completamente assimilabile all’alt-right americana ma ci sono senza dubbio degli elementi comuni, sia nei modi—la memetica, l’uso dei social—sia nell’ideologia, spesso influenzata dal pensiero di Dugin. La traduzione inglese del suo testo fondamentale, La quarta teoria politica, l’ha fatta la moglie di Richard Spencer, ideologo dell’alt-right americana. (Per la cronaca: l’edizione italiana si deve a Nova Europa Edizioni, casa editrice fondata da Gnerre).

Personalmente, l’idea che mi sono fatto è che il grosso cambiamento di cui parla Savino sia in realtà scindibile in due fenomeni separati. Da una parte c’è quell’insieme indistinto inquadrato su queste pagine con il termine “bomberismo”—un brodo di cultura pre-politico e pre-ideologico caratterizzato da un certo nostalgismo e da anti-intellettualismo, machismo e misoginia. Dall’altra questa galassia di forze in emersione, che seppur diversa dà a quei sentimenti una copertura politica.
Quando ne abbiamo parlato, Savino si è detto d’accordo con questa visione. Ma la conferma più importante l’ho trovata nelle parole dello stesso Caputo: “Il nostro obiettivo è quello di diventare una vera e propria avanguardia intellettuale di un partito di opposizione serio che al momento non c’è,” mi ha detto. “Ai cortei e alle manifestazioni preferiamo l’alta politica e l’egemonia culturale.”
Quello che più mi ha colpito di questi personaggi è la loro ritrosia e paranoia. Tutti sono stati molti cauti e restii a farsi intervistare: alcuni hanno preteso di rispondere a domande scritte, altri hanno voluto che ci sentissimo prima via telefono per avere prova delle mie buone intenzioni. Inviandomi le sue risposte via email, Caputo mi ha detto: “confido nella tua onestà intellettuale.” Anche se in parte capisco le loro ragioni, in queste preoccupazioni c’è tutta la fragilità del loro discorso.

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