Un lunedì nero in Polonia. Nero per il colore del lutto proclamato dalle donne polacche per protestare contro il progetto di legge, presentato in parlamento da gruppi pro-vita, che vieta ogni possibilità di aborto, e anzi lo rende un reato, punibile con cinque anni di carcere. Reato per le donne, e per chi le aiuta. Un colore forte e appropriato, nero funereo. Adeguato alla ferita grave che sarebbe portata alla libertà, all’autodeterminazione delle donne, non solo in Polonia, ma in tutta l’Europa se lo sciagurato progetto fosse approvato.

La Polonia sarebbe il primo paese europeo in cui l’aborto tornerebbe illegale. Le donne si ritroverebbero in quella condizione in cui tanti vorrebbero ricacciarle, essere considerate pure fattrici, contenitori il cui unico compito è procreare, a qualunque condizione. Ieri a Varsavia, e in tante altra città come Danzica, Cracovia, più difficile da verificare nei piccoli centri, sono scese in piazza decine di migliaia di donne. Almeno ventimila solo nella capitale, sotto la pioggia, davanti alla sede del partito di governo, mentre in tantissime non sono andate al lavoro, hanno trascurato tutti gli impegni quotidiani, comprese le cure quotidiane della casa e della famiglia. Difficile contare se fossero 6 milioni, come previsto alla vigilia, ma sicuramente un numero enorme, che ha sorpreso un paese che negli ultimi anni ha dimenticato cosa sia scioperare, scendere in piazza. Tutte vestite di nero, le donne hanno protestato per tutto il giorno in tante diverse forme. Hanno preso esempio dalle islandesi, che nel 1975 bloccarono il loro paese, astenendosi da ogni attività. Una bella catena femminile di lotta e resistenza.

C’è stato il sostegno di molti uomini, anche di numerosissimi imprenditori, che hanno permesso che al lavoro ci fossero solo maschi. Mentre la posizione del governo è ben rappresentata dal ministro degli Esteri, Witold Waszczykowski, che richiesto di un’opinione ha detto: «Che si divertano pure». In effetti la Polonia è divisa. Il 37% della popolazione, una percentuale in aumento, in un sondaggio dei giorni scorsi si è pronunciata per la liberalizzazione, rispetto a una legge tra le più restrittive d’Europa, che permette l’interruzione di gravidanza solo in tre casi: stupro e incesto, pericolo per la salute della donna, e gravi danni per il feto. Legge che il 47% dei polacchi vuole mantenere, mentre solo l’11% è favorevole alle nuove restrizioni. Va considerato che perfino l’episcopato, che pure sostiene la legge pro-vita, si è recentemente pronunciato contro la criminalizzazione delle donne. Mentre il presidente del senato, Stanislaw Karczewski, ha annunciato che il partito al governo intende depositare un nuovo progetto di legge, comunque restrittivo, perché vieterebbe l’aborto in caso di qualunque malformazione, con l’intento di proteggere il feto.

Non è necessario ripetere che la libertà della donna significa che solo lei può decidere, che nessun altro può farlo al suo posto. E che solo questa posizione la rende totalmente libera. Libera di esercitare la propria responsabilità, libera dal controllo sul proprio corpo. Non stupisce che partiti reazionari come il Pis (Diritto e Giustizia) al governo in Polonia uniscano alla xenofobia e alla totale chiusura, la volontà di ripristinare il controllo sulla procreazione e sul corpo femminile. Il Parlamento europeo ha respinto ieri la richiesta dei conservatori di sospendere il dibattito sui diritti delle donne in Polonia. Discuterne non è un’ingerenza. La libertà è di tutte.

Bia Varesini dal Manifesto

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