MADRID – Psicodramma socialista. Pedro Sanchez da stasera non è più segretario generale del Psoe. Si è arreso all’evidenza al termine di una giornata drammatica, dopo undici ore di riunione con i nervi a fior di pelle del comitato federale, il parlamentino del partito. Che alla fine l’ha messo in minoranza.

Tutti i tentativi di mediazione tra critici e fedeli al leader sono falliti, mentre all’esterno della sede di Calle Ferraz si vivevano momenti di grande tensione, con la polizia schierata in forze per evitare gravi incidenti. Sánchez aveva resistito per giorni alle pressioni dei rivali interni, capitanati dalla governatrice andalusa Susana Díaz. E anche mercoledì scorso, quando più della metà dei componenti dell’esecutivo, l’organo di governo interno del partito, avevano annunciato le dimissioni, il segretario aveva manifestato l’intenzione di resistere.

Ma oggi tutto è andato storto. A cominciare dalle cinque ore di ritardo sull’inizio previsto della riunione: le due fazioni non riuscivano a mettersi d’accordo neppure sull’ordine del giorno o su chi doveva occupare i posti al tavolo della presidenza. Sánchez è arrivato a proporre la riammissione dei 17 membri dell’esecutivo dimissionari, ma dal fronte dell’opposizione gli hanno replicato che non era autorizzato a formulare alcuna proposta, in quanto non lo riconoscevano già più come segretario.

Poi il colpo di mano che ha fatto precipitare la situazione. Senza che si fosse raggiunto alcun accordo, il settore “pedrista” ha deciso di piazzare un’urna per una votazione a scrutinio segreto sulla convocazione del congresso del partito. Senza nessun controllo e senza che si potesse verificare se qualcuno votava più di una volta. Tensione massima, urla di “frode” e “vergogna”, mentre testimoni assicurano di aver visto Susana Díaz scoppiare in lacrime.

A quel punto l’inutile scrutinio è stato interrotto, ma il danno era già fatto. I critici hanno cominciato una raccolta di firme per presentare una mozione di censura. E non ha raccolto solo il minimo sufficiente, ma 130, cioè la maggioranza assoluta dei componenti del comitato federale.

In quel momento Sánchez era, di fatto, già stato sfiduciato. E poco importa che, dall’ufficio di presidenza (controllato dal segretario) si sia deciso di non mettere ai voti la mozione di censura. Dopo undici ore di riunione, è arrivata la prima decisione concertata tra le due fazioni: votare per alzata di mano sulla convocazione di elezioni primarie per il 23 ottobre e di un congresso nazionale per metà novembre, che era ciò che chiedeva Sánchez. Ma i “no” hanno prevalso nettamente. E pochi minuti dopo Pedro Sánchez ha presentato le dimissioni. “E’ stato per me un orgoglio”, il suo primo commento.

Davanti alla sede del Psoe in Calle Ferraz si era riunita una piccola folla di suoi sostenitori appoggiati da militanti di Podemos e Izquierda Unida, che hanno aggredito verbalmente e fischiato al loro arrivo gli oppositori, urlando loro “golpisti”, “venduti” a Rajoy. “Una vergogna” ha denunciato El Pais. Ora però c’è l’incognita governo. Se il terremoto Psoe non consentirà al paese di avere un nuovo premier il 31 ottobre, la Spagna dovrà tornare a votare a Natale, per la terza volta consecutiva.

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