Questi appunti sono stati scritti come introduzione per un lavoro di ricerca da me svolto per l’Università di Barcellona tra il 2012 e il 2015, dedicato alla transizione spagnola ed ai suoi riflessi nella stampa dell’estrema sinistra italiana di quegli anni. Tra le molte lacune e difetti che un lettore italiano potrà incontrarvi, c’è di sicuro la non esaustività della ricerca. Infatti non si tratta di un lavoro sulla storia della sinistra rivoluzionaria italiana, ma solo su come questa ha affrontato il passaggio dal franchismo alla “democrazia” nella vicina penisola iberica. Un secondo difetto certo è dovuto al fatto che questa introduzione era stata pensata per il lettore spagnolo (in particolare il “Tribunal de Tesis” della UB). Chiedo quindi venia ai (pochissimi, temo) lettori che avranno la pazienza e la voglia di leggersi quanto ho scritto.

Flavio Guidi

Un problema da chiarire riguarda il concetto di “sinistra rivoluzionaria”, un concetto oggi quasi irrintracciabile sulla stampa degli stessi gruppi eredi di quella stagione. In quegli anni questa era l’autodefinizione che di sé stessi davano quasi tutti i gruppi, mentre la stampa borghese e riformista preferiva quella di sinistra extraparlamentare (corretta solo, strictu sensu, tra il 1972 e il 1975) o estrema sinistra. Questa espressione, piuttosto diffusa negli anni ’70 un po’ ovunque in Europa, va vista ovviamente all’interno della situazione italiana. Probabilmente per un cittadino spagnolo “medio” della metà de­gli anni ’70 il PCE (e forse lo stesso PSOE) rientrava pienamente in questa definizione.

Per il cittadino italiano mediamente informato le cose si presentavano in modo diverso. I due prin­cipali partiti della sinistra italiana, il PCI e il PSI, erano certamente percepiti come “sinistra”, ma sicuramente senza l’aggettivo “rivoluzionaria”. Sinistra “riformatrice”, “trasformatrice”, “riformi­sta” (a seconda ovviamente dell’orientamento ideologico di chi usava l’aggettivo), o al massimo (ri­ferito al solo PCI e solamente da parte della destra) “estrema” sinistra. Nel caso del secondo (negli anni della transizione spagnola guidato dai “nenniani” De Martino – fino al ’76 – e Craxi – dal ’76) il problema non si pone, per la chiarissima definizione che di sé dava­no i socialisti italiani in quel periodo, rivendicando il proprio “riformismo” in contrapposizione al “rivoluzionarismo” ritenuto velleitario e sterile di altri settori della sinistra.

Nel caso del PCI la cosa è un po’ più complessa e contraddittoria. Se è vero che il PCI, almeno dalla svolta di Salerno del 1944 (ma si potrebbe risalire, volendo, ad­dirittura alla svolta dei “Fronti Popolari” del 1935), tende a mettere la sordina sull’aggettivo “rivolu­zionario”, privilegiando al suo posto la definizione di “riformatore” per chiarire la propria proposta politica di trasformazione della società italiana, cionondimeno non rinuncia del tutto, almeno fino all’inizio degli anni ’80, all’uso, ancorché sporadico, di questo aggettivo per definire la propria linea politica (vedi, per esempio, la polemica tra PCI e PSI del ’78 sulla definizione “conservatori e rivo­luzionari” berlingueriana e “progressisti e riformisti” craxiana). Resta il fatto che, soprattutto a partire dal 1968, grazie alla formazione di quella miriade di gruppi e gruppuscoli nati dalla contestazione studentesca (e in parte operaia) alle politiche ritenute troppo moderate di PCI e PSI, la percezione dello stesso PCI nella politica italiana tende sempre più ad es­sere associata ad una certa moderazione o “riformismo”, percezione rafforzatasi ancor più a partire dall’enunciazione del “compromesso storico” berlingueriano dopo il golpe in Cile del ’73. D’altronde, la stessa sporadicità dell’uso dell’aggettivo “rivoluzionario” testimonia, a mio avviso sufficientemente, della percezione di sé del gruppo dirigente e della grande maggioranza dei mili­tanti e degli elettori del partito.

Sgombrato così il campo di ricerca dai due principali partiti di sinistra in Italia, risulta abbastanza chiaro che, con l’espressione “sinistra rivoluzionaria” intendo riferirmi alle forze che contestano da sinistra gli storici “giganti” del movimento operaio italiano. Si tratta di un arcipelago sviluppatosi soprattutto a partire dall’anno dei portenti, quel 1968 così denso di fermenti rivoluzionari un po’ in tutto il mondo, dal Vietnam alla Francia, dalla Cecoslovacchia al Messico, dagli USA alla Polonia.

Forze “rivoluzionarie” storiche, critiche verso il “riformismo” di PCI e PSI esistevano anche prima (dagli anarchici ai trotskisti, dai bordighisti agli ultimi arrivati, i maoisti dei primi anni ’60), ma la loro presenza politica era estremamente ridotta, quasi impercettibile a livello di massa. Col ’68 invece, si assiste ad una crescita esponenziale di questi gruppi rivoluzionari che, seppur non riusciranno mai a mettere in discussione l’egemonia, per lo meno elettorale, di PCI e PSI, sul “popo­lo della sinistra”, costituiranno per questi due partiti una seria concorrenza sia nel mondo studente­sco e giovanile (dove anzi si può dire che i rapporti di forza fossero addirittura ribaltati, almeno du­rante il periodo di cui ci occupiamo qui), sia, anche se in misura molto inferiore, nella realtà del lavoro salariato (soprattutto nelle grandi fabbriche metalmeccaniche del “triangolo industriale” e in certi settori del pubblico impiego).

Su questo fenomeno politico la riflessione storiografica, dopo i primi tentativi di mettere a fuoco il problema in piena ondata “contestataria”, sia da parte di alcuni storici sia da parte degli stessi “attori” politici (soprattutto provenienti dall’area trotskista, bordighista e anarchica, ma anche, per esempio, da Avanguardia Operaia1) è andata crescendo, come c’era d’aspettarsi, col passare degli anni, anche grazie alla letteratura “memorialistica” di alcuni protagonisti del “lungo sessantotto strisciante” che, in alcuni casi, ha avuto un successo di pubblico quasi da best seller2. Una parte di questa riflessione è apparsa di taglio un po’ troppo giornalistico, nel tentativo di uscire dal ristretto campo della storiografia “militante” e/o “seria”3 per raggiungere il “grande pubblico” (spesso senza ottenere nemmeno questo risultato). Ma fortunatamente buona parte della produzione storiografica degli ultimi vent’anni ha cercato di andare oltre questo tipo di lettura più o meno “sensazionalistica” e superficiale (del tipo “anni di piombo”, tanto cara al giornalismo main stream, televisivo o meno), affrontando seriamente sia l’esplosione post-sessantotto sia riprendendo il fil rouge della riflessione sulle radici più o meno lontane di una sinistra che si voleva (e spesso si credeva) “nuova”, ma che, in un certo senso, non faceva che riprendere molte delle critiche tradizionali al “riformismo” maggioritario nel movimento operaio che in Italia (e non solo) erano diffuse (seppur quasi sempre minoritarie) da almeno ottant’anni prima del “fatidico” ’68. Spesso si tratta di lavori dedicati all’una o all’altra delle correnti e/o organizzazioni4 ma ci sono anche opere che cercano di sviluppare un’analisi storica dell’insieme del fenomeno “sinistra rivoluzionaria”5, con un’ottica, ovviamente, non solo italiana.

Il problema che si pone è l’estrema frammentazione di questa “sinistra rivoluzionaria” (definita an­che “extraparlamentare” fino al ’76, quando una coalizione dei maggiori gruppi, unita sotto la sigla di “Democrazia Proletaria”, riesce ad ottenere una piccola rappresentanza in Parlamento). Si tratta di centinaia di gruppi piccoli, medi e “grossi” (in quest’ultimo caso mi riferisco a molte migliaia di militanti), ognuno con propri organi di stampa. È vero che nel periodo della transizione spagnola il panorama ha già cominciato a semplificarsi, con l’unificazione di vari gruppi minori o la sparizione (o comunque la riduzione a termini insignifi­canti) di altri. Ma si tratta comunque (prendendo per esempio la data della morte di Franco) ancora di decine e decine di gruppi (e non si è ancora verificata quella vera e propria “esplosione” che prenderà il nome di “Autonomia Operaia”, con le iniziali maiuscole). Ho deciso dunque di semplificare, scegliendo alcune organizzazioni, a mio avviso più “rappresen­tative”, per lo meno dal punto di vista del radicamento sociale (negli anni in questione) e/o della tradizione politico-culturale.

Si tratta innanzitutto dei tre “partiti” di gran lunga più importanti numericamente: Lotta Continua, Avanguardia Operaia e PdUP-Manifesto. I tre partiti, che confluiranno (con altri minori) nel 1976 nella coalizione elettorale Democrazia Proletaria, rappresentano complessivamente varie decine di migliaia di militanti e sono dotati, nel periodo di cui parliamo, di un quotidiano ciascuno: Lotta Continua, il Quotidiano dei Lavoratori, il Manifesto (che sopravvive tuttora).

Ho scelto poi il gruppo principale di quella tendenza “marxista-leninista” (cioè maoista “ortodossa”, seppur con alcuni distinguo) che era stata molto importante in Italia dopo il ’68 (ma che negli anni di cui parliamo ha già perso vistosamente terreno). Si tratta del gruppo chiamato Mo­vimento Studentesco (con le maiuscole) poi Movimento Lavoratori per il Socialismo, con il setti­manale “Fronte Popolare” (il tentativo di dar vita ad un quotidiano “La Sinistra”, nel 1979, risultò effimero per mancanza di fondi).

Ho poi scelto il più importante giornale (settimanale all’epoca), della “costellazione” anarchica e li­bertaria, un tempo così importante nella tradizione italiana e spagnola e che, nonostante la crisi de­gli anni ‘50 e ‘60, aveva visto una certa rivitalizzazione dopo il ’68. Si tratta di Umanità Nova, orga­no della Federazione Anarchica Italiana, erede del quotidiano fondato da Errico Malatesta nel primo dopoguerra. Inoltre ho analizzato i giornali di due tendenze meno rappresentative, dal punto di vi­sta numerico, almeno in quell’epoca, ma abbastanza importanti dal punto di vista “storico” (non foss’altro per i legami organici, nel primo caso, con la realtà spagnola, attraverso l’affiliazione ad un’Internazionale presente anche nello stato spagnolo). Si tratta di “Bandiera Rossa”, settimanale dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari (sezione italiana della Quarta Internazionale), principale grup­po italiano di tendenza trotskista, e di “Lotta Comunista”, organo dei Gruppi Leninisti della Sinistra Comunista, un’organizzazione che, seppur con molti distinguo, ha legami (per quanto contraddittori) con la tradizione bordi­ghista.

Con questi sette giornali (o meglio, con queste sette organizzazioni, visto che nei 9 anni tra la fine del ’69 e la fine del ’78 i giornali hanno spesso cambiato periodicità, nome, ecc.) credo di aver rap­presentato abbastanza largamente (anche se ovviamente non in maniera esaustiva) quella che era probabilmente l’estrema sinistra più radicata d’Europa (forse solo paragonabile a quella francese), la principale protagonista di quel “maggio strisciante” o prolungato che costituì la cosiddetta “anomalia italiana” negli anni settanta.

Resta da chiarire il perché dell’esclusione dalla mia ricerca dell’area della cosiddetta “autonomia operaia”, un’area che gode di una relativa fama in Spagna. Come ho già accennato sopra, il motivo principale della mia scelta è dovuto al semplice fatto che quest’area era ancora, diciamo così, “in ge­stazione” durante la transizione spagnola, in particolare nel periodo centrale, quello a mio avviso più significativo (settembre ’75 – giugno ’77).

In effetti l’organizzazione che è per molti versi la “madre” simbolica della maggior parte dei futuri gruppi “autonomi”, Potere Operaio, si era sciolta nel giugno del ’73 (il giornale, molto indebolito, uscirà ancora per altri due anni). Tra il ’73 e il ’77, dunque, le correnti che daranno vita all’autono­mia operaia organizzata sono in piena crisi di ristrutturazione, poco presenti nel dibattito politico della sinistra rivoluzionaria più radicata di quegli anni. Sarà solo con l’esplosione del cosiddetto “Movimento del ’77” che “gli autonomi” irromperanno massicciamente nel movimento studentesco e, in misura molto meno significativa, in quello operaio. Inoltre, alla relativa fragilità e fluidità po­litico-organizzativa e alla difficoltà d’individuare gruppi, giornali, riviste significative tra il ’74 e il ’77, si aggiunge il problema della scarsissima attenzione prestata da questo “arcipelago in formazio­ne” nei confronti della realtà spagnola della transizione.

Ma qual è, a grandi linee, la storia di queste sette organizzazioni che ho scelto come più “rappresentative” dell’intera sinistra “rivoluzionaria”?

Quando il processo di transizione in Spagna entra nella sua fase più acuta, con la morte del dittatore nel novembre 1975, i gruppi a sinistra del PCI sono nella fase della loro massima espansione numerica e politica. Contano su varie decine di migliaia di militanti (alcuni storici parlano addirittura di 70-80 mila militanti complessivamente!), dispongono di tre quotidiani a diffusione nazionale (che diffondono complessivamente una media di oltre 50.000 copie ogni giorno, situandosi al 2° posto, dopo l’Unità, organo del PCI, tra i giornali di partito in Italia) e di numerosi settimanali, quindicinali e mensili, organizzano manifestazioni a cui partecipano decine di migliaia di persone (come quella del 27 settembre 1975, conclusasi con l’assalto all’ambasciata spagnola a Roma) e sono probabilmente la corrente politico-culturale egemone nella gioventù studentesca. Inoltre, alcuni di questi gruppi, da pochi mesi hanno ottenuto per la prima volta (se escludiamo l’esperienza parlamentare del gruppo del Manifesto tra il ’69 e il ’72, dovuta all’espulsione dal PCI di cinque deputati “dissidenti”) una rappresentanza istituzionale: alle elezioni regionali del 15 giugno, sfiorando il 2%, hanno eletto 8 deputati regionali.

Ciononostante, a mio avviso questa immagine di relativa forza e solidità è più apparente che reale. Le persistenti divisioni ( che hanno portato i diversi gruppi, per restare solo sul terreno elettorale, a fare le scelte più diverse il 15 giugno) e, soprattutto, il grande successo del PCI (destinato a ripetersi in termini ancora maggiori un anno dopo, il 20 giugno del ’76) porteranno quasi tutti i gruppi ad una crisi già tra l’estate e l’autunno del ’76 (a partire dall’implosione del più numeroso, Lotta Continua).

Da questa crisi si svilupperanno vari fenomeni: da un lato il riassorbimento (iniziato in misura minore già da due o tre anni) di migliaia di militanti da parte del PCI (e, in misura infinitamente minore, del PSI); dall’altro il proliferare di quell’arcipelago che sarà conosciuto come “autonomia operaia”, iniziato in sordina proprio in questo periodo e destinato ad emergere rumorosamente nella primavera del 1977. Alla fine di questa crisi (ma si tratta di un fenomeno che già non appartiene al periodo che qui ci interessa) una parte dei militanti si ritroverà in un nuovo partito, Democrazia Proletaria (destinata a confluire nel 1991 nel Partito della Rifondazione Comunista), un’altra parte (come la maggioranza del PdUP-Manifesto) confluirà ufficialmente nel PCI, mentre altri settori, molto minoritari, dopo l’esperienza dell’Autonomia, sceglieranno la strada della lotta armata (iniziata già da alcuni anni da gruppi ultra minoritari come le Brigate Rosse, i Nuclei Armati Proletari e, più tardi, Prima Linea).

Da menzionare anche la nascita, successiva al periodo che ci interessa, dei primi gruppi “verdi”, alla cui formazione contribuiranno dirigenti e militanti fuorusciti dai gruppi della “nuova sinistra” nei primi anni ’80. Un caso particolare sarà rappresentato dall’attrazione (riguardante però soprattutto elettori e simpatizzanti, più che militanti veri e propri) verso il Partito Radicale. Questo piccolo partito, nato da una scissione della metà degli anni cinquanta della sinistra liberale, tra il ’75 e l’80 “flirterà” con vaste aree dell’estrema sinistra (in particolare Lotta Continua e la contigua “area dell’autonomia”), ottenendo un certo seguito elettorale.

Le radici immediate di questa sinistra “radicale” (o rivoluzionaria, come amava autodefinirsi negli anni di cui stiamo parlando) affondano nelle grandi mobilitazioni di quella sorta di secondo “biennio rosso” rappresentato dal 1968-1969, con la punta massima del famoso “autunno caldo”.

E’ solo da questo biennio in avanti che si forma, a sinistra della “sinistra parlamentare”, un’area con un’incidenza relativamente di massa, in grado cioè di esercitare una concorrenza vera e propria (almeno tra le giovani generazioni) ai partiti storicamente egemoni nella sinistra italiana.

Ma gruppi dissidenti “da sinistra” rispetto ai “giganti” PCI e PSI esistevano in Italia si può dire dagli inizi stessi della formazione del movimento operaio organizzato. (continua)

1Vedi ad esempio, per quanto riguarda i secondi, AA. VV. I CUB: origini, sviluppi, prospettive, Milano, Sapere, 1973 o AA.VV. La configurazione della sinistra rivoluzionaria e i compiti dei marxisti-leninisti (2 voll.) Milano, Sapere, 1973; per quanto riguarda i primi G.Vettori, La sinistra extraparlamentare in Italia, Milano, Newton Compton, 1975 o, in un certo senso a metà tra i due approcci, O. Damen, Bordiga fuori dal mito, Prometeo, 1975.

2Valga per tutti l’ormai famoso “Formidabili quegli anni!” dell’ex leader del MS della Statale e poi eurodeputato di DP Mario Capanna, Milano, Baldini & Castoldi, 2005 o l’autobiografia della Rossanda, La ragazza del secolo scor­so, Torino, Einaudi, 2005. Di carattere in parte diverso (anche per la “professionalità” dell’autore, militante ma anche storico di professione), L. Maitan, “La strada percorsa”, Bolsena, Massari Editore, 2002.

3Per esempio, M. Philopat, La banda Bellini, Torino, Einaudi, 2007 o T. D‘Amico, Volevamo solo cambiare il mon­do, Napoli, Intra Moenia, 2008 o, in maniera ancor più superficiale M. Cancogni, Gli angeli neri, Milano, Mursia, 2011

4Per esempio gli ottimi lavori di D. Giachetti sulla storia del trotskismo italiano pubblicati dal Centro P. Tresso tra il 1988 e il 1995, o quelli (moltissimi) sulla storia degli anarchici di P. C. Masini, G. Berti, L. Di Lembo, C. De Maria e molti altri usciti tra il 1969 e il 2010 o, sempre sull’anarchismo, il prezioso Dizionario biografico degli anarchici italiani, Pisa, BFS, 2004. Oppure, per quanto riguarda il bordighismo, oltre al lavoro già citato di Damen (vedi nota 9), i lavori di F. Livorsi e A. De Clementi negli anni settanta, e quelli di A. Peregalli degli anni Novanta. Per quanto riguarda i gruppi nati dopo il ’68, possiamo citare il lavoro di A. Garzia, Da Natta a Natta. Storia del Manifesto e del PdUP, Bari, Dedalo, 1985, o quello di M. Pucciarelli, Gli ultimi mohicani. Una storia di Democrazia Proletaria, Alegre, Roma 2011.

5Per esempio il monumentale lavoro (di cui sono usciti solo i primi tre volumi, tra il 2010 ed oggi) sulla storia del “Comunismo eretico”: L’Altro Novecento. Comunismo eretico e pensiero critico”, a cura di P. P. Poggio, Jaca Book, Milano-Brescia, in cui buona parte del secondo volume è dedicata all’estrema sinistra “sessantottina”.

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