(25 APRILE/PRIMO MAGGIO:la nostra festa è una giornata di lotta in più – 1 -)
Per alcuni di noi è più facile.
Per me, in particolare, tirato su a tagliatelle impastate in cucina e storie partigiane. Figlio di un guerrigliero delle SAP di Romagna e nipote di una staffetta, in bicicletta fra Cesena e il primo Appennino romagnolo. Nutrito di ogni parola, di ogni sogno, di ogni canzone e film degli annisettanta. Tutto più facile, davvero, continuare a battermi per il diritto alla vita di ciascuno; quale sia la sua condizione sociale, economica. Il suo paese d’origine, la sua fede, le sue speranze. Affrontare i nemici di sempre della mia classe, dell’umanità: il capitale e lo stato.
Penso, invece, a queste donne e a questi uomini che mi trovo intorno, casa dopo casa; resistenza dopo resistenza. Li guardo metterci il corpo, il cuore, i sogni non archiviati.
Cresciuti altrove e venuti qui nella fede certa di trovare il miglior mondo possibile. Travolti dalla realtà della vita a “occidente” dell’umanità. Le mani grosse di fatica e vuote di lavoro. Sputati con insolenza infastidita da un ufficio all’altro. Minacciati con arroganza e con arguzia cinica, di perdere, dopo le cose raccolte nella vita, i propri figli. Ultima definitiva ingiuria che dovrebbe spalancare le porte alla fuga nell’altrove disperato da cui sono arrivati. A meno che non si adattino alla separazione: i figli con la madre in uno spazio di carità, a tempo determinato. Il padre in qualche angolo di mondo, dove star male da solo, fino a convincersi a prendere l’ultimo straccio, la moglie e i figli, per scappare dall’incubo. Per capire se davvero sono dei fantasmi intoccabili o persone che ascoltano e vengono ascoltate. Con parole riconosciute e sorrisi e lacrime condivisi.
Li guardo arrivare davanti e dentro la casa da proteggere. Davanti e dentro i sogni da preservare. Quelli di ogni altro che ha chiesto aiuto; i loro stessi. Perché hanno capito che battersi per i diritti di ogni altro è combattere più decisamente per i propri. Lo fanno, malgrado, le denunce e i processi e gli insulti e le minacce. Lo fanno calati fino in fondo alle viscere putride di questa vita reale; fuori dai media controllati. Sulle strade, davanti all’appartamento sotto sfratto; cogli occhi negli occhi del compagno, della compagna, dei bambini con il sorriso dei figli propri. Dentro le case, seduti intorno al tavolo apparecchiato, con orgogliosa ospitalità, di cibo appena sfornato e di bevande calde. A guardarsi e a parlare come fosse un incontro fra amici. Per far scemare la tensione, per far sorridere i bambini, per dare fiducia al padre e speranza alla madre. Loro, le madri, che accarezzano i figli con lo sguardo e ci fissano per aspettare parole di rassicurazione. Barricate, alla fine, nell’ultima camera con i figli stretti intorno. Loro le madri, le donne che restano la nostra ultima difesa quando non siamo riusciti a fermarli fuori, davanti all’entrate.
Li guardo, i miei compagni, le mie compagne miserabili e indomiti. Con la voglia di raccontarsi e di ridere; con i corpi tenuti saldi dai cuori, quando arrivano gli sbirri, con l’ufficiale giudiziario e i proprietari e gli avvocati. Tener duro un’altra volta ancora; per solo un mese, magari. Perché dopo si vedrà; perché ci sarà un’altra resistenza. Perché ce lo siamo detti: anche se ci sbattono fuori, raccoglieremo le cose e i figli e andremo in centro al paese, alla città. Sotto gli occhi di tutti. Che nessuno possa dire “non sapevo”.
Ci accamperemo, finchè riconosceranno il nostro diritto alla vita: pieno e in dignità. Questa lotta non prevede sconfitte!
CHE ALTRO FARE
Il comitato ANTISFRATTI/DIRITTOALLACASA di Brescia
annisettanta 12

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