(25 APRILE/PRIMO MAGGIO: la nostra festa è una giornata di lotta in più – 2-).
La deriva del sindacato di classe viene da lontano.
Un episodio fra tutti, giovedì 16 ottobre 1980 si tengono le assemblee alla FIAT per valutare l’accordo appena firmato, dopo 35 giorni di resistenza operaia. La burocrazia sindacale si presenta ai massimi livelli: Lama alle Carrozzerie, Benvenuto alle Presse e Carniti alle Meccaniche. Tutti e tre a Mirafiori, il cuore della lotta. Si aspettano, naturalmente, che l’accordo venga approvato. Hanno mobilitato tutti i funzionari e esercitato ogni pressione per ottenere il consenso.
Vinceranno, anche se, in realtà, le mani che si alzano per il NO all’accordo sono, quasi, ovunque più dei SI’. Nell’assemblea del pomeriggio, alle PRESSE di Mirafiori, i NO saranno il 95%. Alle CAROZZERIE, l’80%; alle MECCANICHE, il 55%. Al LINGOTTO, il 95% e a RIVALTA, viene rifiutato senza neanche passare ai voti; perché ritenuto dal CdF assolutamente non corrispondente al mandato.
La burocrazia sindacale, il sindacato, ha già deciso e, in serata, il comunicato CGIL-CISL-UIL annuncia che l’accordo si ritiene approvato.
La classe operaia torna in fabbrica, nel suo Vietnam, a testa bassa, sconfitta.
La burocrazia l’ha fatta, finalmente, finita col sindacato dei consigli. Ha reso esplicito che il sindacato è roba sua: per gli ubbidienti ci sarà la cooptazione, fuori dall’inferno di fabbrica. Per le “teste calde”, l’isolamento e l’incompatibilità di fatto.
Il sindacato è questa cosa. La riproduzione della struttura del partito operaio così come è andato organizzandosi fra la II° INTERNAZIONALE e il novecento. Struttura gerarchica e piramidale; dirigenti, pressochè, a vita: sia nei ruoli di comando diretto dell’organizzazione, sia come alti funzionari di stato, per il “fine carriera”, o parlamentari del partito cui si fa da cinghia di trasmissione.
La qualità richiesta è l’ubbidienza, il silenzio, l’intrigo regolamentato, il controllo. Nel paradiso burocratico ci sarà posto, anche, per qualche testa calda, necessaria a pareggiare gli equilibri, quando i partiti di riferimento sono più d’uno. E l’altro, ancora, un poco estremista.
La cooptazione, in ogni caso, prevede l’assunzione rapida delle “qualità” richieste. E la maggior parte dei ribelli in fabbrica, dopo il distacco sindacale, si trasformano in perfetti burocrati. Con l’obbligo di silenziare e isolare ogni altro ribelle e illuso che il sindacato possa essere davvero uno strumento utile per la lotta contro il padrone, per la lotta di classe.
La burocrazia non è buona. Qualche burocrate, magari, lo è; ma il sindacato che spazza via i consigli diviene, di fatto, non solo una cosa inutile e obsoleta, ma un nemico della classe operaia.
Ogni struttura gerarchica, “di base” o confederale che sia, lo è. Nel suo strutturale riprodurre le caratteristiche organizzative del nemico contro cui si dovrebbe battere: il capitale e il suo stato. Con quest’ultimo, in realtà, viene a crearsi una sinergia reciproca; per cui lo stato integra dirigenti sindacali e approva leggi “sindacali avanzate”, quando la classe è incontenibile nella sua protesta. Quando, quest’ultima è sconfitta e diviene necessario essere responsabili e fare sacrifici, il sindacato provvede alla bisogna e convince della bontà del sacrificio in cambio del “bene comune”: la continuità dei profitti da parte del capitale.
In tale contesto, i burocrati danno il meglio di sé. Rispolverano il linguaggio rivoluzionario, tribunizio, dei tempi della fabbrica; sparandole sempre più grosse (occupiamo le fabbriche!); fanno la spola fra un’assemblea e l’altra. Infestano i salotti televisivi. Seducono, silenziano, emettono sentenze di incompatibilità per il loro bene supremo: la vita “distaccata” in attesa dell’agognata pensione. O di qualche incarico pubblico prestigioso o. magari, un posticino in parlamento.
Il loro esempio segreto è quel Zipponi di tutte le stagioni. Potessero, indosserebbero magliette col suo ritratto; altro che il CHE!
Temono talmente la lotta di classe che sono disposti a quasi ogni infamia pur di evitarla. Il conflitto che potrebbe spostare gli equilibri veri delle relazioni industriali e, quindi, del paese, è da evitare a ogni costo: sia mai che movimenti reali aboliscano lo stato di cose presente e rimettano in discussione la posizione acquisita.
Mimmo e Stefania e i loro compagni di Melfi e di Termoli stanno strappando, con le loro lotte conseguenti, gli ultimi veli e mostrando, nella pienezza del suo orrore, la creatura burocratica. Senza più necessità di infingimenti, di laboriosi makeup, di sotterfugi retorici. Solo quello che è: un altro nemico da affrontare verso l’orizzonte dell’umanità liberata. Senza padroni, senza stati, senza chiese e un “universo” da costruire.

Tutto appare perduto perché, anche, i sindacati di base vanno strutturandosi con le stesse logiche burocratiche e settarie e di micro privilegi per i “padri fondatori”.
Le parole, le ragioni delle compagne e dei compagni che hanno partecipato a questa “duegiorni” di incontri, sono cozzate contro un muro di improbabilità, di disillusioni a sbarrare l’unica strada conosciuta.
Tutto è perduto! Confermato, certificato da ogni intervento. Alla deriva, non resta che aggrapparsi alla scialuppa di salvataggio “INTERSINDACALE”. Sempre che, i dirigenti dei vari sindacali e delle correnti vincenti o di opposizione, siano d’accordo e finchè lo saranno. Nascerà, magari, un altro sindacato più di base che mai, con equilibri prestabiliti fra tutti i partecipanti.

Tutto è perduto certo, fuorchè lo sfruttamento sempre più selvaggio e la rabbia che produce.
Facciamo così, allora, cambiamo strada; torniamo indietro e facciamo come Mimmo e Stefania. Mettiamoci in azione senza chiedere nessun permesso ad alcuno. Senza altri riferimenti che non sia l’urgenza di dare voce e forza a tutti coloro silenziati dalle burocrazie sindacali e di partito.
Uno strumento senza padroni nè padrini; senza funzionari, neppure buonissimi. Capace solo di lottare con gli sfruttati che lo metteranno in azione: Mimmo e Stefania e ogni altro!
Creato dallo e nello sfruttamento; dalla carne e dall’intelligenza degli sfruttati.

Claudio Taccioli

Sesto San Giovanni (Milano), 1968
Sesto San Giovanni (Milano), 1968

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