Premetto che non ho ancora visto il film, e quindi non mi esprimo sull’aspetto cinematografico dello stesso. Però confesso che, da quando è stato applaudito per 25 minuti dalla sala a Venezia, ho visto una serie di commenti che mi hanno infastidito. Non parlo ovviamente dei commenti dei sostenitori del regime sionista, dei quali mi interessa ben poco. Parlo dei commenti dei “miei”, di quelli che in questi anni sono scesi in piazza o hanno comunque manifestato il loro ripudio del tentato genocidio a Gaza da parte del governo fascio-sionista di Netanyahu-Ben Gvir, Smotrich, ecc. Che siano essi compagni, o anche semplici sostenitori del nazionalismo palestinese o esseri umani semplicemente schifati da ciò a cui abbiamo assistito (e in parte ancora assistendo) a Gaza e, in misura minore, in Cisgiordania. Molti di questi commenti (l’ultimo è quello di Francesca Albanese), pur dicendo di apprezzare il lavoro di Yuval Abraham e Rachel Szor (ed esprimendo loro solidarietà per il linciaggio politico e morale a cui sono sottoposti dal regime sionista) introducono argomenti a mio avviso molto discutibili. Il principale suona più o meno così: perché tanto entusiasmo per un film di denuncia, per quanto coraggioso, fatto da due israeliani antisionisti, e molto meno (!?) per altri film fatti da arabo-palestinesi? Forse perché i due, insinuano questi commenti, appartengono allo stesso “mondo occidentale” a cui appartengono le centinaia di migliaia di europei, nordamericani, latinoamericani, australiani che sono scesi in piazza contro il genocidio? Argomentazione piuttosto peregrina, oltre che poco aderente alla realtà, visto il successo, almeno nei bistrattati “paesi occidentali”, di film come “No other land” o “La voce di Hind Rajab”. Dietro questa visione del mondo riemerge, almeno in parte, un atteggiamento sostanzialmente razzista, del razzismo “invertito” che animava, per esempio, il reazionario movimento afro-americano, nato negli anni Trenta ma sviluppatosi a partire dagli anni Sessanta sotto la guida di Luis Farrakhan, quello della Nation of Islam*. Secondo questo modo di vedere le cose, che sostituisce ad una lettura della realtà basata sulle classi sociali (e le loro lotte) quella basata sui “popoli” (o nazioni, etnie, “civilizzazioni”, ecc.), intrisa, in fin dai conti, di nazionalismo, non sono tanto le classi dominanti (occidentali, orientali, settentrionali, meridionali o trasversali) ad avere delle responsabilità storiche nelle ingiustizie che affliggono il pianeta, quanto, appunto, le “società”, in genere “occidentali”. Per cui si addice a chi appartiene a queste società, ma combatte per un mondo migliore, un atteggiamento di umiltà, in quanto almeno parzialmente corresponsabile dello sfruttamento colonialista e imperialista. Lasciamo perdere il perché questa presunta necessità di camminare con la cenere sul capo non dovrebbe essere estesa, per fare un esempio, a russi, giapponesi, cinesi, turchi, se si vuole pure arabi, ecc.** Cioè a tutte le “civiltà” espansioniste e colonialiste degli ultimi 500 anni (data fatidica di inizio del colonialismo “occidentale”). Io mi rifiuto categoricamente di rispondere, nemmeno in piccolissima parte, per le malefatte compiute dalle classi dominanti del mio paese, dell’Europa o del cosiddetto “Mondo Occidentale”. Io personalmente, quelli che da decenni sono al mio fianco nelle lotte, le correnti politiche che mi hanno ispirato, la classe sociale a cui faccio riferimento sono sempre state all’opposizione di questa vergogna, fin da quando i vecchi socialisti scrivevano ” Viva Menelik” sui muri, dopo la battaglia di Adua nel 1896!
Un’altra argomentazione, altrettanto discutibile, è quella che “il mondo” si sarebbe accorta solo ORA, grazie al film israeliano, del genocidio in corso. E anche qui si palesa il “rimprovero” verso questo “mondo”, di non aver ascoltato le voci degli arabo-palestinesi. Ora, delle due l’una: o per questi critici i milioni di persone scese in piazza in questi ultimi tre anni*** (soprattutto nei “cattivi” paesi “occidentali”) non fanno parte del “mondo” o per loro il “mondo” che non si è svegliato è quello dei governi, in particolare quelli “occidentali” (a parte Spagna, Irlanda, ecc.). Visto che sono convinto che questi critici facciano parte dei milioni di cui sopra, a partire da Francesca Albanese, è la seconda lettura che si impone, rivelando tutta la sudditanza ideologica di questo terzomondismo fuori tempo massimo verso i “poteri forti” che davvero comandano il mondo capitalista. In buonissima fede, certamente, ma regalare all’1% dell’umanità la rappresentanza simbolica del “Mondo” è l’ennesimo modo per auto-negarci, auto-annullarci. Noi, i proletari, gli sfruttati, gli oppressi, abbiamo 99 volte più ragione di definirci il “Mondo” dei signori della guerra del cui parere sembrano tanto preoccupati i “critici” di cui ho parlato. E questo “Mondo” è sceso in piazza, eccom!. Anzi, ha riempito strade, piazze, università, porti, come non avviene, purtroppo, per tutte le altre ingiustizie che ammorbano il pianeta, anche ben più sanguinose di ciò che accade in Palestina. Mi amareggia molto vedere come sia così diffusa anche tra le nostre file questa visione “televisiva” della realtà politica e sociale. Probabilmente anche tra noi c’è molta più gente che si forma un’opinione guardando TV, Facebook, Instagram o Tik Tok di quanti si ostinino a leggere Marx, Bakunin, Lenin, ecc. Mala tempora…..
Flavio Guidi
- *Quello della marcia del milione di uomini afro-americani (alle donne era vietato partecipare!) a Washington nel 1995. E lo stesso movimento che assassinò Malcolm X nel 1965
- ** Per fare esempi degli ultimi due o tre secoli: Caucaso, Asia Centrale, Siberia, Corea, Formosa, Tibet, Mongolia, Sinkiang, Vietnam, Balcani, Mesopotamia, Siria, Egitto, Nordafrica, Corno d’Africa, Africa orientale marittima, ecc.
- ***Lasciamo perdere le decine di migliaia che, come me, lo fanno da oltre mezzo secolo
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