Il presidente della Serbia Aleksandar Vucic ha ufficializzato ieri le proprie dimissioni. La funzione di capo di stato verrà assunta ad interim dalla presidente del parlamento Ana Brnabic prima delle elezioni presidenziali che dovranno tenersi entro il 27 dicembre. Nel lasciare il proprio incarico, Vucic ha anche concesso l’amnistia o la grazia a 49 persone, 23 delle quali per fatti legati alle proteste antigovernative iniziate a novembre 2024, quando la caduta della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad uccise 16 persone. Le dimissioni da presidente sono una conseguenza diretta di quelle proteste: dal maggio del 2025, infatti, il movimento degli studenti chiedeva di andare a elezioni parlamentari anticipate – cosa che succederà, con il voto programmato per il 25 ottobre. L’obiettivo di Vucic è quindi quello di continuare a governare, ma da premier, ruolo che aveva già ricoperto dal 2014 al 2017, prima di essere eletto presidente. Le dimissioni non vanno lette come un’uscita di scena, bensì il primo passaggio per tentare un arrocco di potere. Dopo 14 anni ai vertici della politica serba – prima come vicepremier, poi primo ministro, quindi presidente – per Vucic inizia ora la fase finale di quella che potrebbe essere la campagna elettorale più importante della sua carriera politica. Nell’ultimo decennio e mezzo, Vucic è stato leader indiscusso della Serbia, avvicinandola all’Unione europea – salvo poi congelare di fatto il processo di adesione – e al contempo mantenendo ottimi rapporti con Mosca, nonché una crescente dipendenza dai crediti cinesi. Ha promesso anche di stabilizzare i Balcani occidentali, salvo servirsi poi dello status quo e delle escalation regionali, in primis in Kosovo. Se alcuni dei dati economici che vengono dalla Serbia sembrano essere migliorati, con la sua leadership la democrazia nel Paese è regredita.
Vucic teme gli studenti?

Quelle del prossimo 25 ottobre saranno le prime elezioni dal 2012 in cui il Partito progressista serbo (Sns), di cui Vucic è stato presidente fino al 2023 e di cui rimane informalmente il leader, affronterà un avversario politicamente temibile. Lo scorso 14 settembre gli studenti hanno presentato la loro “Lista studentesca”: 250 nomi, con un equilibrio di genere quasi perfetto, che sono il risultato di un processo dal basso durato un anno nella cornice dei plenum, cioè le assemblee delle facoltà universitarie di tutto il Paese che hanno organizzato e guidato le proteste di questi due anni. Non nomine politiche, bensì civiche, come il carattere delle prime rivendicazioni studentesche: medici, professori, artisti e imprenditori estranei alla politica e scelti affinché ne siano responsabili interpreti. Sebbene alcuni sondaggi diano Sns oltre il 40%, si stima che gli studenti potrebbero capitalizzare oltre il 35%. Sono stime che vanno prese con cautela ma, se confermate, consegnerebbero agli studenti un risultato storico anche in caso di sconfitta: da quando governa il partito di Vucic, nessun partito né leader di opposizione ha mai raccolto così tanti consensi (alle ultime elezioni parlamentari del 2023, il cartello delle opposizioni raggiunse il 23%). Molto dipenderà dall’affluenza ai seggi, che negli ultimi anni si è assestata intorno al 50%. La proiezione attuale è quella di un parlamento fortemente polarizzato, rappresentativo della spaccatura sociale generatasi negli ultimi anni e accelerata in seguito alla tragedia di Novi Sad. Da un lato la macchina e la logistica elettorale di cui dispone Sns per sostenere il suo leader; dall’altra i consensi raccolti nelle piazze e nelle strade tra quei cittadini schierati a favore delle rivendicazioni degli studenti per una Serbia senza corruzione, con uno stato di diritto forte e senza predomini di partito al servizio del culto della personalità.
Una deriva autoritaria
Dal 2012, con Vucic al potere, la Serbia è cambiata molto. Il Paese ha registrato una certa crescita economica, agevolata soprattutto dal parallelo processo di adesione all’Ue che ha consentito a Belgrado di accedere ai fondi di Bruxelles, ma è regredito dal punto di vista politico e dello stato di diritto dopo la parentesi democratica che lo traghettò in seguito al rovesciamento del regime di Slobodan Milosevic nel 2000. In questi anni, il potere di Vucic è stato garantito innanzitutto da un controllo pressoché totale della stampa, ottenuto attraverso clientelismo e pratiche apparentemente legali: giornali ed emittenti a frequenza nazionale sovvenzionate con fondi pubblici anche quando già indebitate; e testate critiche del regime perseguitate dalle agenzie governative per piccoli debiti. Lo spazio pubblico è stato del tutto monopolizzato da Sns e da Vucic, che quasi ogni giorno è ospite di qualche trasmissione pubblica in cui parla senza contradditorio e con conduttori allineati. In 14 anni Vucic non ha tenuto alcun confronto pubblico con nessun leader dell’opposizione e le interviste condotte da giornalisti indipendenti si contano sulle dita di una mano. Secondo diverse accuse, i rally del partito, così come gli appuntamenti elettorali, fanno leva sul ricatto nei confronti di dipendenti pubblici e poggiano su una radicata struttura che, in proporzione, fa di Sns uno dei partiti con il più alto numero di iscritti al mondo: circa un elettore su nove ne è infatti membro. Questa deriva è stata per anni accompagnata dall’accondiscendenza tacita di Bruxelles, che solo recentemente ha cominciato a criticare più esplicitamente il regime di Vucic e l’erosione dello stato di diritto.
Le proteste studentesche degli ultimi due anni hanno in parte influenzato il processo di adesione di Belgrado all’Unione Europea. L’ultimo report della Commissione ha criticato la repressione violenta da parte delle autorità, oltre che l’assenza di pluralismo e di una piena libertà di stampa, e ha invocato una cornice istituzionale che tuteli le richieste civiche dei manifestanti. Ma è dal 2021 che Belgrado non apre nuovi capitoli negoziali e quello di “capofila” regionale nel processo di integrazione è un vecchio ricordo. Le ultime critiche da Bruxelles sono arrivate in occasione degli omaggi pubblici che la Serbia ha tributato al funerale del criminale di guerra Ratko Mladic, e che hanno causato il posticipo della visita della Commissaria all’allargamento Marta Kos. Contestualmente, la Serbia di Vucic ha portato allo stallo il processo di normalizzazione dei rapporti col Kosovo dopo l’attacco terroristico del 2023 di Banjska, dove un commando paramilitare uccise un poliziotto kosovaro. Infine, la politica estera di Vucic ha continuato ad oscillare: il contraltare del suo “obiettivo strategico” di entrare nell’Ue è il mantenimento di un’imprescindibile alleanza politica con la Russia, verso cui la Serbia continua ad essere l’unico Paese europeo che non ha mai adottato sanzioni. Il mancato allineamento alla posizione di Bruxelles contribuisce a una politica estera ondivaga e incoerente, fatta di strette di mano e rassicurazioni ai vertici di Bruxelles e di simultanee retoriche più assertive a livello nazionale e regionale.
Il commento
di Giorgio Fruscione, Desk Balcani, ISPI
“L’obiettivo di Vucic è quello di un cambio di poltrone: avendo raggiunto il limite di mandati presidenziali, con il secondo in scadenza tra pochi mesi, mira a governare come primo ministro. Il peso politico delle istituzioni serbe è infatti stato per anni determinato esclusivamente da lui: il Presidente della Repubblica ha smesso di avere un ruolo puramente cerimoniale quando vinse il primo mandato nel 2017 e, simultaneamente, il premier divenne un ruolo che gli era subordinato. Qualora adesso dovesse vincere le parlamentari, il capo dell’esecutivo riprenderà ad essere il principale decisore della politica serba. Questo modo di governare e di intendere le istituzioni riassume bene sia la voracità di potere di Vucic sia come si sia servito dell’ordinamento costituzionale a proprio uso e consumo.”
ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale
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