Da Dazibao

Il 16 settembre, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è arrivato a Pechino per incontrare l’omologo cinese Wang Yi. Wang ha ricordato che Cina e Iran sono «partner strategici globali», ha ribadito la disponibilità di Pechino a tutelare i «legittimi diritti e interessi» iraniani e ha invitato Washington e Teheran a tornare al negoziato.
Ma nel comunicato cinese [ https://substack.com/redirect/c5979459-7656-41cc-ac8c-db3381077ade?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk ] c’era anche una preoccupazione esplicitamente espressa. Wang Yi ha chiesto che lo Stretto di Hormuz venga riaperto «al più presto», che sia garantita la sicurezza delle rotte marittime internazionali e che venga preservata la stabilità del trasporto energetico mondiale. Ha invitato Teheran a proseguire il dialogo con i paesi del Golfo e, soprattutto, ha detto esplicitamente che la Cina non vuole vedere la guerra estendersi ulteriormente verso lo Yemen e il Mar Rosso.
Araghchi, da parte sua, ha ribadito l’importanza della partnership con Pechino e sostenuto le proposte avanzate da Xi Jinping per un nuovo quadro di sicurezza regionale, affermando che l’Iran è disposto a dialogare con i propri vicini. 
Il giorno successivo Reuters [ https://substack.com/redirect/8e50a78e-e88e-4b40-b713-f6eeb460c855?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk ] ha rivelato che, dietro le quinte, il messaggio di Pechino a Teheran era stato assai più diretto. Secondo tre fonti iraniane informate sulle conversazioni, la Cina avrebbe chiesto all’Iran di utilizzare la propria influenza per frenare gli Houthi nello Yemen. E la richiesta sarebbe arrivata dopo che era stata la stessa Arabia Saudita a rivolgersi a Pechino in cerca di aiuto.
Per mesi Pechino aveva mantenuto un atteggiamento estremamente cauto. Aveva chiesto la fine delle ostilità, invitato le parti al negoziato e criticato le pressioni americane sull’Iran, evitando però di esporsi direttamente nella gestione del conflitto.
Ma negli ultimi giorni, qualcosa sembra essersi mosso. La Cina non si limita più agli appelli alla de-escalation: chiede esplicitamente la riapertura di Hormuz e, sollecita Teheran a usare la propria influenza sugli Houthi. Pechino sembra insomma intenzionata a giocare un ruolo più attivo.
Che cosa l’ha spinta a cambiare passo proprio adesso?


L’assicurazione cinese contro la guerra

Quando la guerra ha praticamente bloccato il normale traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, la Cina, il maggiore importatore di petrolio del mondo e una parte molto consistente delle sue forniture arriva dal Medio Oriente, nei primi mesi del conflitto è riuscita a evitare di entrare nel mercato internazionale alla disperata ricerca di ogni barile disponibile.
Ha fatto, in sostanza, tre cose.
Ha ridotto le importazioni. Ha ridimensionato l’attività delle raffinerie. E ha cominciato a utilizzare le enormi scorte accumulate negli anni precedenti.
Prima della guerra la Cina importava più di 12 milioni di barili di greggio al giorno. A giugno gli acquisti erano precipitati fino a circa 7,1 milioni. Ad agosto erano risaliti a 8,9 milioni, ancora molto al di sotto dei livelli precedenti al conflitto. 
Questa strategia ha avuto un effetto che è andato ben oltre la Cina. Riducendo di milioni di barili la propria domanda sul mercato internazionale, Pechino ha lasciato più petrolio disponibile per gli altri acquirenti, contribuendo involontariamente ad attenuare lo shock mondiale dell’offerta.
Ma non poteva durare per sempre.
Secondo i calcoli Reuters  [ https://substack.com/redirect/ee526b3f-30f4-47da-ae80-f3816ce6dfaa?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk ]basati sui dati ufficiali, in agosto le raffinerie cinesi hanno lavorato circa 640.000 barili al giorno in più rispetto alla quantità di petrolio disponibile attraverso importazioni e produzione nazionale. La differenza è stata coperta attingendo alle scorte.
Le riserve cinesi rimangono enormi. Una stima citata da Reuters collocava le scorte terrestri intorno a 1,23 miliardi di barili il 9 settembre. Questo significa che Pechino non è vicina a «finire il petrolio». Ma le stesse stime indicavano un calo di circa 24 milioni di barili soltanto dall’inizio di settembre: il cuscinetto che ha permesso alla Cina di attraversare i primi mesi della guerra sta cominciando a essere utilizzato con maggiore intensità. 
Ed è precisamente mentre questo margine di sicurezza si assottigliava che è arrivato un secondo problema.
Prima Hormuz. Poi il Mar Rosso
Il petrolio saudita normalmente viene esportato verso l’Asia passando attraverso lo Stretto di Hormuz. Quando quella rotta è diventata impraticabile, Riyadh ha spinto al massimo un’infrastruttura costruita proprio per questa eventualità: la East-West Pipeline, conosciuta anche come Petroline.
La condotta attraversa per circa 1.200 chilometri l’Arabia Saudita, portando il petrolio dai giacimenti orientali fino a Yanbu, sul Mar Rosso. In questo modo il greggio può raggiungere il mare senza passare per Hormuz.
Prima della guerra Yanbu movimentava normalmente meno di un milione di barili al giorno. Con Hormuz sostanzialmente chiuso, i volumi sono esplosi. In aprile, secondo Kpler [ https://substack.com/redirect/58e6d342-63c5-40fa-8ab5-17ceac0d7da5?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk ], dalla costa occidentale saudita sono stati caricati oltre quattro milioni di barili al giorno e una parte molto consistente era diretta verso l’Asia. Le raffinerie cinesi avrebbero dovuto ricevere da Yanbu circa 1,33-1,36 milioni di barili al giorno, circa 30% del total esportazione da Yanbu.
In altre parole: quando Hormuz si è chiuso, la East-West Pipeline dell’Arabia Saudita è diventata una delle principali valvole di sicurezza del sistema energetico asiatico. Poi anche quella valvola ha cominciato a rompersi.
Come riporta Financial Times [ https://substack.com/redirect/27feabdf-70eb-4854-ac8a-2aed48cd89fb?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk ], a settembre la East-West Pipeline è stata colpita e Riyadh ne ha sospeso il funzionamento. Le informazioni sull’esatta attribuzione degli attacchi non sono perfettamente uniformi: diverse ricostruzioni li hanno collegati a formazioni filo-iraniane attive dall’Iraq, mentre altre fonti hanno indicato direttamente gli Houthi. Il dato strategicamente rilevante, però, è un altro: la principale infrastruttura saudita costruita per aggirare Hormuz è diventata essa stessa un bersaglio della guerra. 
Contemporaneamente gli Houthi hanno intensificato l’offensiva nello Yemen occidentale, avanzando lungo la costa del Mar Rosso e aumentando la pressione intorno a Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano.
Quindi per Riyadh significa trovarsi stretta tra due problemi. A est c’è Hormuz chiuso. A ovest c’è Bab el-Mandeb sotto controllo degli Houthi. E nel mezzo corre proprio la pipeline che avrebbe dovuto permetterle di aggirare il primo.
Il risultato si è visto immediatamente sul mercato cinese. Come riporta Financial Times [ https://substack.com/redirect/9ba91476-679b-42ec-81c8-13911c8c5146?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk ], il 16 settembre i future sul petrolio scambiati a Shanghai hanno raggiunto circa 129 dollari al barile, superando persino il picco registrato nelle prime settimane della guerra. Il prezzo era salito del 14% in pochi giorni. Sul mercato fisico, i compratori hanno cominciato a contendersi i carichi disponibili e il Brent per consegna immediata è arrivato fino a circa 146 dollari al barile.
La guerra stava cominciando a colpire direttamente la sicurezza energetica cinese. La necessità di porre fine al conflitto sta diventando sempre più urgente.
Il paradosso saudita
La nuova vulnerabilità dell’Arabia Saudita contiene anche un paradosso geopolitico.
Per decenni Riyadh ha costruito la propria sicurezza sulla relazione militare con gli Stati Uniti. Dispone di alcuni dei sistemi d’arma occidentali più avanzati della regione e continua a essere uno dei maggiori clienti dell’industria militare americana.
Eppure, quando a settembre Mohammed bin Salman ha chiesto a Donald Trump di intervenire direttamente contro gli Houthi, Washington ha detto di no.
Secondo Axios [ https://substack.com/redirect/d5f32f98-aec1-46f3-81c1-8354e62ae804?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk ], il principe ereditario saudita ha telefonato due volte al presidente americano chiedendo attacchi militari statunitensi contro gli Houthi mentre questi avanzavano verso Bab el-Mandeb. Trump ha rifiutato nettamente. Gli Stati Uniti erano disposti ad aumentare il sostegno e a proteggere la libertà di navigazione, ma non volevano essere trascinati nuovamente nella guerra saudita nello Yemen aprendo una nuova fronte. 
Inoltre con gli Stati Uniti, Arabia Saudita ha anche altre alleanza di difesa con Pakistan. Ad agosto Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato alla Mecca un accordo di difesa congiunta secondo il quale un attacco contro uno dei tre paesi viene considerato un attacco contro tutti.
Dopo gli attacchi Houthi, però, Islamabad ha precisato [ https://substack.com/redirect/08dcb213-0b82-4f60-a821-3559112e834d?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk ] che non era in discussione alcuna risposta militare pakistana nell’ambito del patto. Il portavoce del ministero degli Esteri ha aggiunto che il Pakistan avrebbe agito «quando sarà il momento», senza indicare però alcun intervento immediato.
Il Pakistan ha scelto invece un’altra modo di fare. Come riporta Financial Times [ https://substack.com/redirect/b669f994-0d3d-48d0-904e-c896d7a43265?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk ], il capo dell’esercito pakistano Asim Munir ha sollecitato Teheran a utilizzare la propria influenza sugli Houthi per ridurre la pressione sull’Arabia Saudita. 
È esattamente la stessa strada che, poco dopo, ha seguito Riyadh rivolgendosi alla Cina.
Ed è qui che entra la Cina
La Cina è oggi in una posizione quasi unica. È da oltre un decennio il principale partner commerciale dell’Iran ed è soprattutto il principale compratore del suo petrolio.  Per anni questa posizione ha rappresentato uno dei maggiori vantaggi della diplomazia cinese in Medio Oriente: Pechino poteva parlare con tutti proprio perché non era formalmente alleata con nessuno.
Nel 2023 è stata questa caratteristica a permetterle di ospitare e favorire la normalizzazione diplomatica tra Iran e Arabia Saudita. Oggi, però, la stessa posizione comporta una responsabilità diversa. Riyadh non chiede più semplicemente alla Cina di mantenere buoni rapporti con entrambe le parti. Le chiede di utilizzare concretamente la propria influenza sull’Iran.
E Pechino sembra aver cominciato a farlo. Non sappiamo ancora fino a che punto sia pronta a spingersi. Secondo Reuters [ https://substack.com/redirect/8e50a78e-e88e-4b40-b713-f6eeb460c855?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk ], nella richiesta rivolta a Teheran la Cina non avrebbe minacciato conseguenze economiche né indicato la possibilità di ridurre gli acquisti di petrolio iraniano. Per ora siamo quindi di fronte a una pressione diplomatica, non a un ultimatum.
Il fattore Trump
C’è infine un altro elemento che rende particolarmente importante la tempistica dell’incontro tra Wang Yi e Araghchi.
Il 24 settembre Xi Jinping sarà a Washington per incontrare Donald Trump.
La guerra in Iran sarà uno degli argomenti principali del vertice. Secondo Reuters, Washington considera Xi uno dei pochi leader stranieri dotati di una reale capacità di pressione economica su Teheran. Come riporta Reuters [ https://substack.com/redirect/40cc08ce-082e-4603-9045-99ace423c612?j=eyJ1IjoiNTlsZnV2In0.3wNpH4upFWdMdp8u3Pt4Nn-lUoYxo4CZDOIymD2Owhk ], l’amministrazione Trump ha inoltre già fatto sapere che intende discutere con Pechino dei rapporti finanziari tra Cina e Iran. 
Questo pone Pechino in una posizione delicata. 
La Cina vuole che l’Iran resista alle pressioni americane senza però destabilizzare il sistema energetico dal quale dipende la stessa economia cinese.
Per anni la Cina ha potuto beneficiare contemporaneamente della partnership con l’Iran e della crescente integrazione economica con le monarchie del Golfo. La guerra sta rendendo sempre più difficile mantenere separati questi due mondi.
Finché il conflitto rimaneva una questione tra Washington e Teheran, Pechino poteva restare ai margini. Quando però Hormuz si chiude, le riserve cinesi cominciano a scendere, gli Houthi avanzano verso Bab el-Mandeb, la principale pipeline saudita viene colpita e Riyadh bussa direttamente alla porta di Pechino, la neutralità diventa molto più costosa.
La Cina non ha ancora scelto di schierarsi contro l’Iran.
Ma per la prima volta dall’inizio della guerra sembra aver deciso che non può più limitarsi a sostenerlo e aspettare.


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