Trump accoglie Xi personalmente sulla pista, in una cerimonia che ha sorpreso Washington e riacceso il dibattito sul nuovo equilibrio tra Stati Uniti e Cina.
da Dazibao
È cominciato il viaggio di Xi Jinping negli Stati Uniti. Con i rapporti di forza tra Washington e Pechino in trasformazione, l’esito positivo del vertice non si misurerà in accordi spettacolari, ma nella capacità di raggiungere un’intesa cauta e concreta su un nuovo assetto di stabilità strategica.
Alla forma l’arduo compito di riempire la scarsa sostanza: Donald Trump ha accolto personalmente Xi Jinping sulla pista d’atterraggio, riservando al presidente cinese un onore rarissimo nella storia diplomatica americana. L’ultima volta che un presidente americano ha salutato personalmente un leader straniero alla base aerea di Andrews risale al 1962, quando Kennedy aveva accolto il primo ministro britannico Macmillan.
Andrews è la porta d’ingresso di Washington. Accogliere Xi lì significa riservargli un segno di riguardo fin dal suo arrivo nella capitale: Trump si reca ad aspettarlo, invece di riceverlo direttamente alla Casa Bianca, dove si svolge la cerimonia ufficiale.
Anche il presidente russo Vladimir Putin era stato accolto personalmente da Trump al suo arrivo in Alaska. Ma in quell’occasione i due leader non si incontravano a Washington per una visita di Stato: il loro vertice si svolse nella stessa base militare in cui era atterrato l’aereo di Putin.
Accogliere un presidente nella base in cui si tiene il vertice ha un peso simbolico diverso dall’andargli incontro in aeroporto, quando l’incontro ufficiale si terrà soltanto il giorno dopo alla Casa Bianca.
Così la cerimonia di benvenuto per Xi Jinping è stata imponente: 21 colpi di cannone, un tappeto rosso lungo 30 metri, un picchetto d’onore di 21 persone e il passaggio in volo di due bombardieri B-1 Lancer.
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I colloqui più importanti devono ancora cominciare, e ne parleremo domani, ma le immagini dell’arrivo di Xi hanno già fatto discutere.
La scena più commentata arriva prima ancora che il presidente cinese scenda dall’aereo. Alcuni militari americani si inginocchiano sul tappeto rosso per lisciarne le pieghe e ripulirlo, mentre dalla porta dell’aereo il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il responsabile del protocollo cinese seguono i preparativi. In alcuni momenti il ministro cinese fa cenni verso il tappeto: sui social molti hanno letto quel gesto come un’indicazione data ai militari americani.
La cerimonia sfarzosa ha provocato aspre polemiche a Washington e ha alimentato dubbi sul futuro dei rapporti tra i due Paesi, mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti.
Già poche ore prima dell’arrivo di Xi, i senatori democratici avevano attaccato Trump, accusandolo voler accogliere il leader cinese con troppi riguardi. A loro giudizio, quella dimostrazione di cordialità rischiava di ridurre la capacità americana di fare pressione su Pechino, su temi che spaziano dall’intelligenza artificiale alla produzione industriale.
“È una questione di enorme rilievo”, ha dichiarato Elissa Slotkin, senatrice democratica del Michigan, già agente della CIA e funzionaria del Pentagono. Slotkin, che ha detto di aver preso parte a decine di visite di Stato, ha definito “davvero difficile” vedere Trump che riserva a Xi un’accoglienza tanto sfarzosa “cadendo ai suoi piedi” e prodigandosi per compiacerlo. A suo avviso, la visita avrebbe dovuto concentrarsi sulla sicurezza economica e nazionale degli Stati Uniti e sulla difesa della democrazia.
Slotkin ha inoltre messo in guardia da un eventuale accordo che permetta alle case automobilistiche cinesi di produrre sul territorio statunitense. Ha anche annunciato che seguirà da vicino qualsiasi decisione sulle restrizioni all’esportazione verso la Cina di chip avanzati per l’intelligenza artificiale.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha difeso l’accoglienza per il presidente cinese, affermando che sarebbe “irresponsabile” per le due maggiori economie mondiali evitare colloqui al più alto livello nonostante i loro disaccordi.
I critici e i sostenitori concordano nel descrivere l’accoglienza riservata alla Cina e al suo leader come eccezionale, mai riservata prima a un presidente cinese e neppure ai leader dei Paesi alleati degli Stati Uniti.
Il viaggio di Sanae Takaichi
Il dibattito ha riguardato anche il Giappone: Sanae Takaichi è arrivata a New York all’inizio della settimana, ma una foto scattata al suo arrivo la ritrae mentre saluta una pista relativamente deserta dell’aeroporto internazionale John F. Kennedy. Un filmato diffuso martedì dall’ufficio della premier giapponese mostra Takaichi accolta da diversi funzionari giapponesi, senza la presenza di alcun alto rappresentante statunitense.

Kazuhiro Haraguchi, ex ministro degli affari interni e delle comunicazioni del Giappone, ha affermato sui social media che il contrasto rispetto all’accoglienza riservata a Xi era “netto”. “Sono l’unico a pensare che, con il declino della potenza nazionale giapponese, anche la sua presenza politica negli Stati Uniti sia crollata?”
Da quando è entrata in carica, lo scorso ottobre, Takaichi ha cercato di costruire un rapporto diretto e solido con Trump. La mossa rientra nella strategia di Tokyo per rafforzare l’alleanza con gli Stati Uniti e fronteggiare le pressioni cinesi.
La leader giapponese e il leader americano si sono visti a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, il giorno prima del faccia a faccia tra Trump e Xi. Takaichi ha raccontato che nel colloquio hanno discusso apertamente di temi come la Cina e la Corea del Nord. Hanno inoltre ribadito la solidità dell’alleanza tra i due Paesi e promesso di portare i rapporti bilaterali “a un livello ancora più alto”.
Nel suo primo discorso all’Onu, pronunciato lo stesso giorno, Takaichi non ha citato direttamente né Pechino né Taiwan. Il suo intervento, tuttavia, è apparso come una risposta alle pressioni cinesi seguite alle sue controverse dichiarazioni sull’isola, quando nel novembre dell’anno scorso ha dichiarato che il suo paese è disposto a intervenire militarmente nel caso di un conflitto a Taiwan.
La premier giapponese all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha chiesto esplicitamente la “rimozione immediata” delle clausole della Carta delle Nazioni Unite che si riferiscono al Giappone come “stato ostile”.
Si tratta delle cosiddette “clausola sullo stato nemico”, un insieme di riferimenti negli articoli della Carta dell’ONU, scritti nel dopoguerra a riguardo degli Stati che erano nemici dei firmatari durante la Seconda guerra mondiale, quindi Giappone, Italia e Germania. Le clausole prevedono eccezioni e misure transitorie verso questi paesi, tra cui la possibilità di intervenire militarmente senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza se lo “Stato nemico” riprende una politica militare aggressiva.
La richiesta della premier giapponese di eliminare dalla Carta dell’ONU i riferimenti agli “Stati nemici” è stata interpretata in un articolo su Guancha, media cinese, come il simbolo di una più ampia volontà giapponese di liberarsi dai vincoli del dopoguerra e assumere un ruolo militare più incisivo.
L’articolo offre uno spaccato del clima sempre più teso del dibattito cinese sul Giappone. I suoi autori descrivono Tokyo come una minaccia per la sicurezza asiatica e arrivano a sostenere che sia giunto il momento di applicare la “clausola dello Stato nemico”.
I risultati della visita: mantenere vivo il nuovo quadro di stabilità strategica
Con il mutamento degli equilibri di potere tra Stati Uniti e Cina, il successo del vertice di questa settimana non dipenderà da accordi clamorosi, ma da un consenso pragmatico e prudente nell’ambito di un nuovo quadro di stabilità strategica.
I due paesi sono appesi al filo di una tregua commerciale raggiunta l’anno scorso nella città sud-coreana di Busan e prevista in scadenza per ottobre di quest’anno. Il giorno prima dell’arrivo di Xi negli USA la tregua è stata estesa, con una proroga che durerà fino al 10 gennaio.
L’annuncio è giunto dopo che il vice primo ministro cinese He Lifeng e il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent hanno tenuto un incontro non programmato presso la sede della Banca Mondiale a Washington mercoledì mattina, durante il quale la parte cinese ha proposto un “accordo più ampio” sul commercio, secondo quanto affermato da Bessent.
“Siamo aperti all’idea di continuare con l’accordo di Busan o di esaminare un accordo più ampio”, ha dichiarato Bessent mercoledì, riferendosi alla sospensione dei dazi concordata lo scorso anno in Corea del Sud. “Entrambe le opzioni ci vanno bene”.
“Sebbene la proroga di due mesi della tregua commerciale sia più breve di quanto gli osservatori si aspettassero inizialmente, qualsiasi estensione è un segnale positivo del fatto che entrambe le parti siano in grado di gestire efficacemente le proprie divergenze”, ha affermato John Gong, professore di economia presso l’Università di Economia e Commercio Internazionale di Pechino.
L’accordo raggiunto mercoledì apre inoltre la strada a ulteriori negoziati tra i due Paesi, dato che i due leader dovrebbero incontrarsi in altre due occasioni quest’anno: a Shenzhen, il polo tecnologico della Cina meridionale, che ospiterà il forum di cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC) a novembre; e Xi probabilmente parteciperà al vertice del G20 che si terrà a Miami, in Florida, a dicembre.
Wang Wen, professore del Renmin University, ha dichiarato in un’intervista esclusiva al quotidiano hongkonghese Wen Wei Po che i due Paesi sono ormai entrati pienamente in una nuova fase di competizione e cooperazione tra pari.
Wang Wen, da molti anni impegnato negli scambi internazionali, ha dichiarato che la trasformazione più profonda di cui è stato personalmente testimone negli ultimi anni riguarda il ruolo globale di Cina e Stati Uniti: si sta verificando uno storico rovesciamento nella percezione dei rispettivi rapporti di forza, nel ruolo che i due Paesi attribuiscono a se stessi e nelle aspettative che il mondo ripone in loro. Il rapporto di forza tra Cina e Stati Uniti, la loro influenza nel discorso internazionale e la loro capacità di attrazione a livello globale sono ormai entrati pienamente in una nuova fase di competizione e cooperazione tra pari.
I progressi, sostiene, sono più probabili nei settori meno direttamente legati alla rivalità strategica; tecnologia avanzata, filiere industriali, presenza militare e regole internazionali resteranno invece ambiti sensibili.
Per Wang Wen la vera misura dell’influenza di una grande potenza non sta nel capire chi riesca a reprimere chi o chi riesca ad accerchiare chi, ma nel vedere chi sia maggiormente in grado di affrontare i problemi comuni dell’umanità e chi sappia offrire al mondo più stabilità e prosperità. Mentre l’influenza americana sta diventando più instabile e conflittuale, la Cina cerca stabilità e soluzioni comuni con i Paesi del Sud globale, anche attraverso istituzioni come iBRICS, la SCO e il RCEP.
Gao Zhikai, direttore del Center for China and Globalization, in una intervista sostiene che il vertice tra Xi Jinping e Donald Trump dovrebbe segnare una nuova fase nei rapporti tra i due Paesi. Rifiuta l’idea che lo scontro tra una potenza emergente e una dominante renda inevitabile la guerra: parla invece di una “pace inevitabile”, resa possibile dalla deterrenza nucleare e dalla crescente forza economica e militare cinese. Per consolidarla, afferma, la Cina deve continuare a rafforzarsi e gli Stati Uniti devono riconoscerne la parità.
Sul commercio, Gao invita Pechino a smettere di reagire alle iniziative statunitensi e a dettare l’agenda. Propone di ampliare gli scambi e di azzerare i dazi su una quota di esportazioni statunitensi verso la Cina, chiedendo lo stesso trattamento a un valore equivalente di prodotti cinesi diretti negli Stati Uniti. Suggerisce inoltre che la Cina acquisti merci americane anche per rivenderle ad altri Paesi, sfruttando le proprie dimensioni e le proprie reti logistiche.
In materia di intelligenza artificiale, contrappone il modello cinese open source, che secondo lui favorisce accesso e collaborazione, a quello statunitense a codice chiuso, che descrive come uno strumento di controllo delle imprese tecnologiche. Prevede che il modello aperto finirà per prevalere e sostiene che le restrizioni americane sui chip spingeranno la Cina a sviluppare capacità autonome.
Infine, Gao presenta i controlli cinesi sulle esportazioni di terre rare come una risposta alle restrizioni statunitensi sui chip e all’uso militare di materiali cinesi. Propone persino di creare una società statale per l’esportazione delle terre rare con sede a Urumqi, nello Xinjiang, così da concentrare lì le trattative con gli acquirenti stranieri.
Nel complesso, Gao invita la Cina a passare da una posizione difensiva a una più assertiva, usando il proprio peso economico e industriale per condizionare i negoziati.
Sono attualmente in corso i colloqui tra Xi Jinping e Trump, vedremo domani che cosa è emerso.
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