Articolo da ISPI. La delegazione italiana è rimasta ad ascoltare e fare da claque, compresi i due deputati del PD. N.d.R.

NETANYAHU ALL’ONU, SOLO CONTRO TUTTIIl premier israeliano alle Nazioni Unite parla a una sala semivuota e a un elettorato lontano. Poi riparte da New York senza incontrare Trump.

“Netanyahu difende Israele all’Onu ma parla a un mondo che non lo ascolta più”. Il titolo del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth riflette bene il senso di quanto accaduto ieri all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Quando il primo ministro israeliano è salito sul podio per prendere la parola, la sala era già quasi mezza vuota: decine di delegati di diversi paesi si erano alzati, come già accaduto lo scorso anno nella stessa circostanza, per guadagnare l’uscita. Un gesto dal forte valore simbolico in quello che viene generalmente considerato il tempio della diplomazia, e dunque del dialogo internazionale, a cui Netanyahu ha risposto definendo “codardi morali” i diplomatici che hanno abbandonato l’aula. “Israele – ha detto – sta difendendo molti dei Paesi che hanno appena lasciato quest’aula, e molti dei loro leader ci ringraziano in privato per avere neutralizzato le capacità nucleari dell’Iran. È difficile immaginare un’ipocrisia più sconcertante”. Ne è seguita, nel suo discorso, una lunga lista di nemici e critici: Iran, Qatar, Hezbollah, Hamas, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, i leader occidentali che “si sono schierati nettamente contro Israele”, fino al sindaco di New York Zohran Mamdani. Il rapporto tra Israele e le Nazioni Unite è logoro da tempo. Lo Stato ebraico è accusato di genocidio, crimini di guerra e pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania, ha dichiarato “persona non grata” il segretario-generale dell’Onu António Guterres, ha messo al bando per legge l’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, e respinge ogni risoluzione che critichi Israele come espressione di antisemitismo. Ieri l’immagine che Netanyahu stesso ha scelto di offrire è quella di un leader solo contro il resto del mondo.
Un discorso elettorale?

Negli anni passati Netanyahu aveva fatto dell’Assemblea generale una tribuna di primo piano, con un’agenda fitta di incontri bilaterali. Questa volta, al contrario, il suo isolamento era evidente anche nella logistica della sua visita. È arrivato a New York giovedì mattina ed è ripartito subito dopo l’intervento al Palazzo di vetro senza avere tenuto incontri di alto livello. Raramente, però, la posta in gioco era stata così alta per lui: il pubblico a cui si rivolgeva, in realtà, non sedeva in sala. “Non parla all’Onu, ma all’opinione pubblica israeliana”, aveva previsto alla vigilia del discorso di Netanyahu l’ex ambasciatore israeliano a Washington Michael Oren. Il 27 ottobre Israele torna alle urne, e i sondaggi collocano il blocco del premier lontano dai 61 seggi necessari per governare. A poco più di un mese dal voto sulla coalizione di governo e il suo leader pesano essenzialmente tre questioni: la collera per il mancato allarme del 7 ottobre 2023, il rifiuto di istituire una commissione d’inchiesta statale e il nodo della leva per gli ultraortodossi. Nel corso dell’intervento all’Onu Netanyahu ha riproposto il consueto repertorio di oggetti di scena esibendo un cercapersone per ricordare l’operazione contro Hezbollah del settembre 2024. Tutto era costruito per convincere gli elettori israeliani che è ancora lui il miglior garante per la loro sicurezza.
Abbas, da lontano

Poche ore prima, dallo stesso podio ma attraverso uno schermo, aveva parlato Mahmoud Abbas. Per il secondo anno consecutivo, il presidente palestinese è intervenuto all’Assemblea tramite un video preregistrato, dopo che alla sua delegazione erano stati negati i visti necessari per recarsi negli Stati Uniti. Abbas – che ha definito la mancanza dei permessi “illegale” e una violazione degli obblighi degli Usa in quanto Paese ospitante – ha affermato che i palestinesi di Gaza sono soggetti a una “guerra di genocidio”, mentre in Cisgiordania l’espansione degli insediamenti sta accelerando. Ha aggiunto che Gerusalemme Est viene isolata e che il terrorismo dei coloni si sta intensificando mentre continuano il furto di terreni, la demolizione di case, i blocchi stradali e le incursioni. Ha messo in guardia contro il piano di insediamento israeliano E1, che minaccia di isolare Gerusalemme Est dal resto della Palestina, e ha chiesto l’attuazione della risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza sul fermo delle attività di insediamento. Abbas ha affermato che il 28 novembre si terranno le elezioni legislative, seguite dal rinnovo del Consiglio nazionale palestinese e dalle elezioni presidenziali. “Vogliamo uno Stato palestinese democratico che rispetti lo stato di diritto e i diritti umani, uno Stato disarmato che viva in sicurezza e pace accanto allo Stato di Israele”, ha affermato. E ringraziando i 160 Stati che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina, ha esortato gli altri a fare altrettanto: “Non lasceremo la nostra patria. Non accetteremo di essere deportati. Non permetteremo a nessuno di decidere il nostro futuro al posto nostro.” 

Se Netanyahu ha ostentato un’alzata di spalle di fronte ai delegati che lasciavano la sala, più difficile da ignorare è stata un’altra assenza: il premier non ha incontrato il presidente statunitense Donald Trump. È uno smacco, trattandosi di una consuetudine: difficile ricordare un premier israeliano in visita negli Stati Uniti senza un faccia a faccia con il presidente. Secondo il corrispondente diplomatico del Times of Israel Lazar Berman, l’ufficio del premier aveva cercato di organizzare un incontro ma la Casa Bianca non si sarebbe mostrata disponibile. Trapelata l’indiscrezione, Trump si è limitato a rilanciare un sondaggio che dava il blocco del premier di poco avanti nella corsa elettorale, senza però appoggiarlo apertamente. Il dettaglio pesa, perché nelle campagne passate Netanyahu aveva usato il rapporto con Trump per sostenere di essere “a un altro livello” rispetto agli altri candidati. Un faccia a faccia con Trump alle Nazioni Unite gli avrebbe permesso di ribadire tale tesi, soprattutto contro Gadi Eisenkot, il suo principale sfidante al voto. Dietro la freddezza dell’amministrazione Usa c’è soprattutto l’Iran. Con le elezioni di metà mandato fissate per il 3 novembre, la Casa Bianca cerca un’uscita da un conflittoimpopolare tra gli elettori e che sta causando forti rialzi dei prezzi dei carburanti. Al contrario, la retorica offerta da Netanyahu è un’altra: Israele “non ha scelta” se non continuare con l’assedio contro gli avversari che lo circondano. È un registro che funziona in campagna elettorale, ma meno con un alleato che ha interessi e un calendario che guardano in tutt’altra direzione.
Il commento
di Valeria Talbot, ISPI Head, MENA Centre

“Il discorso di Netanyahu in una sala quasi deserta è sembrato prevalentemente rivolto all’elettorato israeliano in vista del voto del 27 ottobre. Sul piano interno, infatti, l’immagine di garante della sicurezza del primo ministro è sottoposta a forti contestazioni, mentre crescono le quotazioni dei suoi sfidanti. Ma il premier israeliano ha guardato anche all’elettorato statunitense nel tentativo di riguadagnare consenso presso un’opinione pubblica che risulta sempre meno incline a sostenere Israele. Gli ultimi sondaggi mostrano una chiara inversione di tendenza: la catastrofe umanitaria che colpisce i civili a Gaza e le reiterate violenze dei coloni in Cisgiordania hanno progressivamente, e inevitabilmente, spostato il sostegno a favore della causa palestinese.”


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