di Benigno Moi (da “La Bottega del Barbieri”)
L’incrollabile battaglia delle abuelas di Plaza de Mayo e l’ultimo capitolo di una famiglia di rivoluzionari argentini
Non deve essere semplice, sopratutto se hai delle idee “progressiste”, crescere in una famiglia reazionaria, venire a sapere che quello che credi essere tuo padre è stato un poliziotto compromesso con la dittatura e, dopo quasi cinquant’anni, scoprire d’essere invece parte d’una delle famiglie simbolo della lotta rivoluzionaria argentina, una famiglia perseguitata e decimata dalla dittatura militare negli anni Settanta del secolo scorso. Nel contempo può però essere esaltante e liberatorio se, come nel caso di Nieto 1331 l’ambiente in cui sei cresciuto già non lo sentivi esattamente il tuo; e se qualche dubbio sulla tua reale appartenenza a quella famiglia (data e certificata come propria “famiglia naturale”) ogni tanto ti veniva; sia a livello inconscio, sia per incongruenze sempre più significative, o per piccole rivelazioni e dubbi che vengono dai tuoi stessi “parenti”.
Questa è la storia che viene raccontata nel docufilm Identidad, realizzato da Florencia Santucho e Rodrigo Vázquez-Salessi. Non è una storia unica, grazie al lavoro che ha portato alla ricostruzione e restituzione di oltre 130 (su circa 500) figlie e figli di donne desaparecidas durante la dittatura argentina degli anni Settanta. E non è l’unico o il primo film che racconta storie simili.
Miguel e Julio Santucho, con le abuelas, annunciano il ritrovamento del fratello Daniel
Ma unica lo è per almeno due particolarità: la prima è che la co-regista Florencia Santucho, che il film lo ha voluto e lo presenta in giro per il mondo come fosse (e lo è) una missione politico/esistenziale, è la sorella del protagonista desaparerecido e poi ritrovato (anzi, fattosi ritrovare); la seconda è che entrambi (protagonista e regista) fanno parte di una delle famiglie storiche delle lotte rivoluzionarie in Argentina, sopratutto della seconda metà del Novecento. Famiglia ancora oggi in prima fila nella battaglia culturale e politica per ricostruire la verità su uno dei periodi più bui della storia dell’America Latina. La famiglia Santucho, appunto.2
Identidad a Sinnai
Ho visto il docufilm al MUA di Sinnai, il 3 settembre, in un incontro organizzato dall’ASCE Sardegna, presentato e accompagnato da Florencia Santucho che, assieme ad un’altra donna gran conoscitrice dell’America latina, la giornalista-scrittrice Nadia Angelucci, ha poi raccontato sia la genesi del film, sia alcuni stralci della straordinaria storia della sua famiglia.
Anche provando a mettere da parte le forti emozioni che suscita il film, fra indignazione, rabbia, speranza, il documentario coinvolge totalmente chi lo vede ache per l’attualità della storia raccontata. Non è solo “l’ennesima” testimonianza su quanto successo 50 anni fa in Argentina e negli paesi dell’America del Sud perché ci parla di un presente, in cui il Governo Milei sta cercando di cancellare quella memoria e riscrivere la storia, togliendo finanziamenti ad associazioni come quella delle madri e nonne di Plaza de Mayo; cancellando dai programmi scolastici i riferimenti ai crimini di quegli anni. E perchè ci costringe a ragionare su quanto sta accadendo oggi, in Sud America: con gli Stati Uniti che cercano di riappropriarsi delle ricchezze (materiali e umane) del subcontinente. In forme diverse e forse meno cruente che nei decenni dei golpe e delle dittature militari, ma sempre con la stessa arroganza e lo stesso spirito di rapina.
Infine, ed è la stessa Florencia Santucho a sottolinearlo per prima3, questa storia ci illumina su alcuni meccanismi comuni a tutte le guerre, in particolare a quelle di occupazione, che cercano di cancellare le “identità”, di popoli e persone. Come vediamo ancora oggi in Asia Occidentale, a cominciare dalla Palestina e dal Libano, e in generale in varie parti di un mondo in cui la guerra sembra essere rimasta l’unico strumento per la risoluzione dei conflitti.
Quando parla di “identità” Florencia Santucho precisa: “in America Latina l’identità è una conquista. Si percepisce come raggiungimento di una nuova visione di sé stessi, che spesso è legata all’identità dei popoli originari che sono stati sfollati, hanno perso la cultura della terra e invece la possono ritrovare. È legata anche all’identità degli afrodiscendenti, ma anche delle identità sessuali che possono liberarsi grazie ad un processo di emancipazione della propria identità.
Quindi, questa idea di diritto all’identità è un’identità che si deve liberare, si deve conquistare e raggiungere grazie alla consapevolezza del sé. Non è qualcosa che necessariamente è legato alla nostra storia biologica o alla nostra presenza in un territorio anziché un altro.” (intervista di Veronica Neulichedl per Taxidrivers, vedi nota 3).
Si tratta di un concetto di identità distante da come viene spesso interpretato e usato, anche da settori di movimenti indipendentisti e anticolonialisti, dove si rischia spesso di declinarlo sopratutto Ed esclusivamente come richiamo ai legami di sangue e di terra, arrivando a sfiorare (o sposare totalmente) forme di xenofobia e razzismo. Mentre lo vedo invece prossimo al lavoro che porta avanti, fra gli altri, il Labanof di Cristina Cattaneo con le salme dei migranti morti nei naufragi nel Mediterraneo, ridando nomi e storie alle anonime vittime delle nostre politiche sulle migrazioni. Ribadendo il concetto che un’identità, un’appartenenza, è fatta soprattutto di legami veri, concreti. Di storia famigliare e comunitaria, certo, ma anche di legami costruiti nel corso della propria esistenza, dell’essere collettività in continua trasformazione.
Certo, per quanto la storia di Nieto 133 sia una rivincita delle nonne di Plaza de Mayo e possa darci bricioli di speranza, e per quanto confermi che la caparbietà di uomini e (soprattutto) donne può essere capace di ricostruire storie, legami e identità rubate, non è giusto illudersi che la “verità alla fine viene sempre a galla”. Sono ancora centinaia le nipoti e i nipoti non ritrovati. E soprattutto sono ancora all’opera quelli che lavorano per cancellare, in un un modo o in un altro, le identità di minoranze “non proficue” e di donne e uomini non assoggettabili.
E si tratta di un lavoro probabilmente ancora più difficile in tempi di memoria in buona parte affidata a media e piattaforme in mano ai nuovi padroni del mondo.
Anche per questo è importante che film come Identidad continuino a girare e creare occasioni di riflessione e confronto.
Del documentario è reperibile on line la versione breve, di 25 minuti, quella prodotta da Al Jazeera English e che poi è stata ampliata con Identidad: Witness, QUI in spagnolo coi sottotitoli in inglese.
Mentre una versione coi sottotitoli in italiano (Identità rubata) si può vedere sulla piattaforma Arcoiris QUI
Esistono anche altri film che ricostruiscono gli anni delle dittature sudamericane. Negli stessi giorni in cui Santucho ha presentato a Sinnai Identidad sulla RAI (recuperabile su Raiplay RaiPlay) è stato trasmesso Io sono ancora qui, di Walter Salles, che racconta la storia dell’ex deputato brasiliano Rubens Paiva rapito dalla dittatura militare e dell’ostinata ricerca della verità portata avanti dalla moglie Eunice.
Mentre un altro film, Mundial 78. Verdad o Mentira, del 2003, racconta l’operazione attuata dal regime argentino nel 1978 coi Campionati mondiali di calcio per nascondere i suoi crimini e dare al mondo l’immagine di un’Argentina libera e moderna (e confesso che sono fra quelli che un po’ si vergognano per aver seguito con trasporto da tifoso quei mondiali, assieme ad amici e compagni tutti ben consapevoli di cosa succedeva in America Latina, impegnati e attivi nel denunciare quelle dittature. Eppure caduti nella trappola del calcio come spugna, seppur momentanea, che nascondeva gli orrori). Mundial 78 si può vedere QUI
Scheda di Identidad
Per approfondire
QUI, alla nota 4, La storia di Nieto 133 raccontata da Luciana Bertoia su Da Pagina12.com: Le Nonne hanno ritrovato il nipote 133: “Un trionfo della nostra democrazia”4
Intervista a Daniel e Florencia, Video su Letture metropolitane
Nieto 133, storia di una famiglia contro le dittature argentine, il Podcast su Storie libere (9 puntate) di Florencia Santucho, Claudia Gatti e Riccardo Cocozza:
nieto133-ep-1-la-repubblica-di-santucho/
Storia della famiglia Santucho su Irpimedia Nieto 133 – Storia di una famiglia contro le dittature argentine
su Emigrazione-Notizie:
Dopo 47 anni di ricerche, ritrovata l’identità del figlio di Cristina Navajas e Julio Santucho
sul sito delle abuelas Nieto/a – Daniel Santucho Navajas
Recensioni del docufilm Identidad su il manifesto e La Stampa
argentina-1976-identita-ritrovate
desaparecidos_bambini_adottati
David con la foto della madre Cristina Navajas
NOTE
1 Nieto (nipote) sono le figlie e i figli rapiti dalla giunta militare, spesso dopo aver fatto partorire le madri rapite e desaparecidas, cui viene restituita la vera identità grazie al lavoro delle madri (madres) e nonne (abuelas) di Plaza de Mayo. Daniel Santucho è appunto il numero 133 di questi nipoti ritrovati.
2 Persecuzione, rapimenti, torture ed esecuzioni – I Santucho, una famiglia decimata dal terrorismo di Stato
A 47 anni dall’assassinio del dirigente del PRT-ERP, Mario Roberto Santucho, il cui corpo fu esposto nel “museo della sovversione” ma non consegnato ai familiari, il cognome è tornato alla ribalta per il recupero del nipote 133, figlio di Julio Santucho. Una storia familiare segnata dalla barbarie repressiva.”
22/08/1972 La famiglia Santucho continua a combattere battaglie. A 47 anni dall’uccisione di Mario Roberto Santucho, i cui resti l’Esercito espose nel suo “museo della sovversione” a Campo de Mayo ma non degnò mai di restituire ai familiari, il recupero dell’identità di un nipote del capo del PRT-ERP rapito durante il terrorismo di Stato segna un altro capitolo di una lunga storia familiare segnata da rapimenti, torture ed esecuzioni con il marchio delle forze armate argentine, di cui qui vengono riportati solo alcuni capitoli.
Ana María Villarreal, militante del PRT-ERP e moglie di Santucho, è stata crivellata di colpi dalla Marina alla base Almirante Zar, insieme ad altri 15 militanti di FAR, ERP e Montoneros, il 22 agosto 1972. La Strage di Trelew fu la risposta della dittatura di Lanusse alla fuga dal carcere di Rawson che la aveva ridicolizzata agli occhi del mondo. Solo nel 2012 un tribunale della Patagonia ha condannato alcuni degli assassini. Il fuciliere Roberto Bravo, fuggito negli Stati Uniti, è stato condannato in un processo civile a Miami l’anno scorso, anche se resta in sospeso la sua estradizione per poterlo giudicare nel paese.
Oscar Asdrúbal Santucho, uno degli undici fratelli di “Roby”, morì in un’imboscata dell’Esercito a Monteros, Tucumán, a metà del 1975, nell’ambito dell’“Operazione Indipendenza” ordinata dal governo di Isabel Perón per affrontare la Compagnia di Monte “Ramón Rosa Jiménez” dell’ERP. Era stato uno dei fondatori dell’organizzazione e prima del Fronte di Sinistra Rivoluzionaria Popolare (FIRP).
I ragazzi come ostaggi
L’8 dicembre 1975 una squadra del Battaglione di Intelligence 601 irruppe in una casa a Morón dove si stava festeggiando un compleanno per bambini. Lì sequestrarono Ofelia Ruiz de Santucho (vedova di Asdrúbal) e nove bambini: quattro figli del capo del PRT-ERP (Ana Cristina, di 14 anni; Marcela Eva, di 13; Gabriela Inés, di 12, figlie di Ana María Villarreal; e Mario Antonio, di nove mesi, figlio di Liliana Delfino, seconda compagna di “Roby”), quattro nipoti, figli di Asdrúbal (María Ofelia, di 15 anni; María Susana, di 14; María Silvia, di 12 e María Emilia, di 10), e Esteban Abdón, che compiva quattro anni ed era figlio del capo della logistica dell’ERP, Elías Abdón, sequestrato il giorno precedente.
A capo del gruppo operativo c’era Carlos Españadero, un ufficiale in pensione nel 1970 e reintegrato anni dopo come personale civile dell’intelligence del 601, dove si sarebbe dedicato a costruire una rete di infiltrati nell’ERP, secondo quanto ricostruito dal giornalista Ricardo Ragendorfer.
La prima destinazione dei nuovi ostaggi dell’Esercito fu il centro clandestino Protobanco/Puente 12, dove lo stesso Españadero, che si faceva chiamare “maggiore Peirano”, si occupò di interrogare bambini e bambine per strappare informazioni che permettessero di trovare Santucho.
Il percorso delle vittime continuò attraverso il Pozzo di Quilmes, ma la notizia del rapimento di nove bambini si diffuse tramite agenzie internazionali. Españadero li portò allora in un hotel nel quartiere di Flores, sempre con l’obiettivo di catturare il capo guerrigliero, ma sua cognata riuscì a mettersi in contatto con i familiari e il PRT organizzò un salvataggio che evitò la custodia e permise di trasferire il gruppo all’Ambasciata di Cuba, dove rimasero per più di un anno fino a poter esiliarsi. Nel 2021 Españadero è stato condannato a 16 anni di prigione per i rapimenti, le torture e gli abusi.
I Santucho scomparsi
La fase successiva del calvario per la famiglia iniziò il 13 luglio 1976 con il sequestro del contabile Carlos Híber Santucho nell’azienda dove lavorava e l’operativo nella casa di via Warnes occupata da Manuela Santucho (avvocata, docente) con suo figlio Diego, di un anno.
Lì sarebbero state sequestrate anche Cristina Navajas (compagna di Julio Santucho e madre dell’uomo che ha appena scoperto la sua identità) e Alicia D’Ambra. I familiari di Santucho furono torturati con particolare ferocia negli Automotores Orletti, dove una settimana dopo Manuela sarebbe stata costretta a leggere ad alta voce la notizia dell’omicidio di “Roby”. La squadra della SIDE che operava a Orletti immerse ripetutamente Carlos in un serbatoio d’acqua, fino alla sua morte, e abbandonò il corpo in un terreno incolto.
Cristina Navajas, madre di Daniel e Miguel
Cristina e Manuela furono trasferite al centro clandestino Protobanco fino alla fine di dicembre 1976, e più tardi al Pozzo di Banfield. Entrambe restano scomparse. Il 19 luglio 1976 ci fu l’operazione a Villa Martelli in cui furono mitragliati Santucho e Benito Urteaga. Tra coloro che furono sequestrati vivi e portati a Campo de Mayo c’era Liliana Delfino, ultima compagna di Santucho, mai ritrovata da QUI
vedi anche https://www.archiviodesaparecido.com/miguel-santucho/
3 Scrive, recensendo il film, Veronica Neulichedl per Taxidrivers in un articolo che consiglio “Perché un film come Identidad è urgente oggi? Perché non parla solo del passato, ma interroga anche il presente. In un’Argentina dove il governo Milei taglia i fondi alle Abuelas e tenta di riscrivere la storia riducendo il numero delle vittime, il cinema documentario diventa una prova forense. L’opera può essere inserita in una battaglia culturale contro l’oblio, contro il costante brainwashing.”
“Florencia Santucho porta in sala il parallelismo con il genocidio in Palestina: un luogo in cui i bambini sono costretti a scriversi il nome sulla pelle per evitare di diventare degli ignoti.” da QUI ‘Identidad’: può un’identità sopravvivere alla cancellazione? – Taxidrivers.it Sempre Veronica Neulichedl, in un’intervista di pochi giorni dopo alla regista: Florencia Santucho racconta ‘Identidad’ come diritto essenziale – Taxidrivers.it
4 Le Nonne hanno ritrovato il nipote 133: “Un trionfo della nostra democrazia”.
di Luciana Bertoia (Da Pagina12.com.ar), Buenos Aires. 29 luglio 2023 –
Accompagnata dalla famiglia Santucho, la responsabile delle Nonne di Plaza de Mayo, Estela de Carlotto, ha annunciato il ritrovamento del nipote di Nélida Gómez de Navajas, morta nel 2012. È stato cresciuto da un membro delle forze di sicurezza e da un’infermiera, che gli ha nascosto di non essere suo figlio biologico. Prima della pandemia, lui stesso si è rivolto alle Abuelas, con dubbi sulla sua origine. “Ha fatto tutto il possibile per recuperare la sua identità”, ha dichiarato Julio Santucho, suo padre. “L’ho aspettato per così tanto tempo che stento a credere a quello che sto vivendo”, ha detto Miguel “Tano” Santucho, suo fratello.
L’auditorium della Casa por la Identidad era stracolmo di persone quando, dopo le 13, si è aperta una porta laterale ed è apparso Miguel Santucho. Il sorriso sul volto di “Tano” Santucho – come è conosciuto da tutti nel movimento per i diritti umani – ha rivelato una notizia a lungo attesa: aveva finalmente ritrovato suo fratello, il figlio che sua madre, Cristina Navajas de Santucho, aveva dato alla luce nel Pozo de Banfield. El Tano ha accolto l’applauso che avvolgeva la sala con il pugno in aria. Con l’altro braccio ha stretto il padre, Julio Santucho – sopravvissuto a una famiglia decimata dal genocidio – e i due si sono seduti al tavolo con Estela de Carlotto per raccontare come due ricerche abbiano avuto un lieto fine: la loro e quella di un ragazzo che qualche tempo prima si era avvicinato ad Abuelas de Plaza de Mayo con dei dubbi. “Ha fatto tutto il possibile per recuperare la sua identità”, festeggia Julio.
Tutta la commozione nell’edificio delle Nonne nell’Espacio Memoria y Derechos Humanos, l’ex ESMA. “Sembra che la vita voglia regalarci un momento di gioia in un momento difficile per l’Argentina”, ha esordito Estela, mentre sul tavolo veniva appoggiato un ritratto di Nélida Gómez de Navajas, una delle sue compagne che è stata per molti anni segretaria dell’istituzione.
“Sono commossa. È troppo per i miei 92 anni”, si è scusata la presidente delle Abuelas e ha chiesto alla figlia Claudia Carlotto, responsabile della Commissione nazionale per il diritto all’identità (Conadi), di leggere il comunicato dell’incontro che si è concluso con il benvenuto al nuovo nipote. “Sei un trionfo della nostra democrazia”, lo hanno salutato le Abuelas.
“L’ho aspettato così a lungo che stento a credere a quello che sto vivendo”, ha detto Tano, che è il fondatore della Commissione dei Fratelli e delle Sorelle che lavora all’interno di HIJOS e collabora con le Abuelas. Fa anche parte della direzione di questa organizzazione e, come tale, partecipa spesso alle visite degli studenti alla Casa por la Identidad. “I ragazzi mi abbracciano e mi dicono ‘lo troverai’. Questo è il segreto della nostra ricerca: che non siamo soli, che è totalmente collettiva”.
Suo padre, Julio, era lì accanto e anche lui non riusciva a smettere di sorridere. “Ho già parlato con il mio figlio recuperato”, ha detto. Poco prima erano stati insieme all’ex-ESMA. “È bellissimo”, ha detto Estela. Tra i nipoti e i membri della famiglia Santucho, hanno commentato che il ragazzo aveva ascoltato la conferenza stampa.
“È una sconfitta per la dittatura, perché volevano portarci via i nostri figli e ce li stanno restituendo”, ha festeggiato Julio, dopo 47 anni di sofferenze.
I sequestri
Julio è il decimo figlio della famiglia Santucho, fratello minore di Mario Roberto “Roby” Santucho, leader del Partido Revolucionario de los Trabajadores-Ejército Revolucionario del Pueblo (PRT-ERP). Il destino di Julio era quello di prendere la tonaca, cosa che Roby criticò con una ferocia simile a quella con cui si oppose, anni dopo, quando il fratello minore gli disse che l’avrebbe lasciata (“perché i preti possono avere una importante funzione sociale…”).
All’Università Cattolica Argentina (UCA), Julio aveva conosciuto Cristina Navajas, una ragazza cresciuta nel quartiere Caballito e laureata come insegnante. I due si impegnarono nella militanza all’interno del PRT. Nel 1971 si sposarono. Due anni dopo nacque il loro primo figlio, Camilo, e nel 1975 nacque Tano.
La famiglia Santucho fu sotto assedio per tutti gli anni ’70, ma il luglio 1976 fu particolarmente fatale. Prima Carlos Santucho, che era un contabile, fu rapito dal suo posto di lavoro. Il 13 luglio una banda arrivò nell’appartamento di Warnes Street dove viveva un’altra delle sorelle Santucho, Manuela, che era avvocato e che si trovava con il figlioletto Diego. In quel momento in casa c’erano anche Alicia D’Ambra e Cristina Navajas con i loro due figli piccoli.
La banda prese le tre donne e lasciò i tre bambini. Nélida Navajas ha saputo da una telefonata quello che era successo ed è andata a cercarli. Nel portafoglio della figlia trovò una serie di lettere che Cristina stava scrivendo per inviarle a Julio, che il PRT aveva assegnato alle relazioni internazionali. Poiché lui si trovava in Algeria, non gli aveva ancora dato un indirizzo a cui scrivere. In uno di quei biglietti che non inviò mai, gli disse che sospettava di essere incinta.
Julio scoprì che la sua compagna era stata rapita il giorno dopo, quando chiamò per fare gli auguri al cognato per il suo compleanno. Si disperò. Voleva tornare in Argentina per cercare i suoi figli, ma il partito escogitò un piano per far uscire dall’Argentina i due bambini. Due militanti li spacciarono per loro figli e li portarono in Europa. Quando incontrarono Julio, gli dissero: “La mamma è stata portata via dai militari e non sappiamo dove sia”. Con il tempo, Julio e Susana Fantino, la militante che aveva portato i suoi figli fuori dal Paese, si misero insieme.
Il terrore
Cristina si trovava nel centro clandestino noto come Automotores Orletti, gestito dalla Segreteria di Stato per l’Intelligence (SIDE). Pochi giorni dopo il suo arrivo, i suoi rapitori – membri della banda di Aníbal Gordon – fecero leggere a Manuela la notizia che suo fratello Roby era stato ucciso in un’operazione a Villa Martelli, alla quale era presente anche sua cognata, Liliana Delfino. Nello stesso periodo, Carlos Santucho viene brutalmente ucciso a Orletti.
Il 13 agosto 1976, Cristina Navajas, Alicia D’Ambra e Manuela Santucho furono trasferite a Puente 12. Lì Cristina disse a un collega: “Sono Cristina Navajas, sono una militante del PRT-ERP, sono la cognata di Roby Santucho e sono incinta”.
A dicembre furono trasferite al Pozo de Banfield. Non ci sono testimonianze del momento del parto. Si stima che il parto sia avvenuto nel febbraio 1977. Nell’aprile dello stesso anno, quando Adriana Calvo fu portata in questo centro clandestino – dopo aver partorito la figlia Teresa sul sedile posteriore di un’autopattuglia mentre era ammanettata e bendata – incontrò Cristina. Non era più incinta.
Cristina, che ha conosciuto il dolore di vedersi portare via il proprio figlio, è stata una delle donne che hanno costruito un muro umano quando i repressori della polizia di Buenos Aires volevano portare via Teresa. Adriana e Teresa sono sopravvissute. Cristina è ancora dispersa. Adriana ha stimato di essere stata “trasferita” il 25 aprile 1977.
Adriana Calvo non ha potuto partecipare alla conferenza stampa: è morta nel dicembre 2010. Teresa Laborde Calvo era presente: si è asciugata le lacrime mentre ascoltava il racconto dell’incontro con il nipote 133.
La ricerca
Nélida Navajas ha cercato suo nipote fino alla sua morte, avvenuta nel 2012. A quel punto, Tano è entrato a far parte del Consiglio di amministrazione di Abuelas e ha ripreso le ricerche che la nonna aveva condotto.
Suo fratello è stato cresciuto da un membro delle forze di sicurezza e da un’infermiera. Fu una sorella, di 20 anni più grande, a confessargli che non era il figlio biologico della famiglia. Il ragazzo ha affrontato due volte il suo adottante per scoprire da dove provenisse, ma non ha mai ottenuto la verità. Prima della pandemia, si è avvicinato ad Abuelas. Poi si è presentato al Conadi e, ad aprile, è stato convocato per un prelievo di sangue presso la Banca Nazionale dei Dati Genetici (BNDG).
Nel frattempo aveva cambiato numero di telefono e il Conadi non sapeva se avrebbe letto l’e-mail che aveva lasciato. Manuel Goncalves Granada, un altro dei nipoti restituiti da Abuelas che funge da coordinatore della Commissione, è andato a cercarlo. Hanno richiesto i dati aggiornati della piattaforma My Argentina e Goncalves è andato a contattarlo alla vecchia maniera. Lo ha trovato sul posto di lavoro e lo ha convocato per il giorno successivo al Conadi.
Lo ricevettero insieme a Claudia Carlotto, gli mostrarono la scatola con le informazioni sulla sua famiglia e gli dissero che dovevano dirlo alla sua famiglia. Manuel gli disse che avrebbe chiamato Tano e lo avrebbe messo in vivavoce. A quel punto avrebbe potuto decidere se parlare o meno.
– Dove sei – chiese a Manuel.
– Qui, a Roma, a passeggio con il cane”, rispose Tano mentre si rendeva conto della notizia che dovevano dargli. Non ditemi, non ditemi”, ripeté.
Questa comunicazione è stata interrotta e, un minuto dopo, è iniziata una seconda comunicazione in cui i fratelli si sono visti in faccia per la prima volta. Poi c’è stata una videochiamata tra tutti i fratelli Santucho e successivamente si è aggiunto Julio, che si trovava a Tucumán per presentare un libro.
Abuela-la-la-la-la-la
Le Abuelas avevano annunciato l’ultima restituzione lo scorso dicembre. A quel tempo, tutto era allegro perché l’Argentina aveva appena vinto il suo terzo campionato mondiale di calcio. Per le strade si cantava una canzone per rallegrare un’anziana signora che si univa ai festeggiamenti dei bambini di un quartiere. “Abuela-la-la-la” era cantata come una rivisitazione dell’inno alla gioia in versione argentina.
Per un po’, nella Casa por la Identidad, è tornata la gioia di dicembre. Nella sala, dove si trova il contatore con il numero dei nipoti a cui è stata restituita l’identità, decine di persone si sono riunite per vedere comparire il numero 133. Tano Santucho saltava su e giù cantando “abuela-la-la-la”. Estela de Carlotto – con il suo bastone da passeggio sulle spalle – e Buscarita Roa hanno fatto un girotondo e hanno ballato. La gioia di aver sconfitto la morte, le sparizioni e i rapimenti era palpabile nell’atmosfera, riscaldata dai raggi di sole che entravano dalle finestre.
Tra coloro che camminavano per i corridoi c’era Guillermo Pérez Roisinblit, nipote di Rosa Roisinblit, la storica vicepresidente di Abuelas. Questo nipote che ha appena trovato la sua vera identità”, riflette Guillermo, “si ritrova con una famiglia immensa, enorme, molto unita, ma anche con uno dei migliori fratelli che potesse avere, un ragazzo comprensivo, impegnato, paziente. Davvero, uno dei migliori. Da QUI
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